Il 50% degli italiani è colpito da malessere psicologico legato al lavoro

Metà degli italiani soffre di malessere psicologico legato al lavoro. Lo rivela una ricerca di BVA Doxa per Mindwork, società italiana di consulenza psicologica online specializzata in ambito aziendale. Quasi l’85% degli intervistati considera infatti il proprio benessere psicologico correlato al benessere sul lavoro, e la quota di chi dichiara di soffrire di frequenti problemi di ansia e insonnia per motivi collegati al lavoro sfiora il 50%.
“L’80% delle intervistate e degli intervistati ha provato almeno un sintomo correlato al burnout – spiega Biancamaria Cavallini, psicologa del lavoro e customer success manager di Mindwork -. Questo purtroppo non sorprende: la durata dell’emergenza sanitaria sta mettendo a dura prova le persone”.

La salute psicologica fatica a essere ‘normalizzata’ in azienda

Il 40% del campione intervistato riferisce di non sentirsi libero di parlare del proprio malessere emotivo nel luogo di lavoro, tanto che in continuità con i dati del 2020, l’ambiente di lavoro si conferma il luogo meno adatto per esprimere il proprio disagio. Anche tra coloro che si sentono tranquilli nel condividere il proprio malessere tra le mura di casa. La salute psicologica, insomma, fatica a essere ‘normalizzata’ in azienda, sebbene sia una necessità urgente. Una persona su tre dichiara infatti di essersi assentata dal lavoro a causa di malessere emotivo dovuto ad ansia e a un carico eccessivo di stress che non riusciva più a sostenere.

I lavoratori più giovani più propensi a lasciare il lavoro per disagio emotivo

Secondo i dati emersi sono i lavoratori più giovani ad avere una maggior propensione a lasciare il lavoro a causa di un malessere emotivo a esso correlato. Il 49% degli under 34, infatti, si è dimesso almeno una volta per preservare la propria salute psicologica, e la tendenza è in aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2020. Non è un caso quindi che il 92% degli intervistati ritenga importante che l’azienda si occupi attivamente del benessere psicologico dei dipendenti. Tuttavia, se il 42% ritiene inefficaci le iniziative aziendali volte a ridurre lo stress legato al lavoro nelle aziende dove è previsto un servizio di supporto psicologico il 60% delle persone lo valuta positivamente. Anzi, considera necessario che il servizio continui anche quando l’emergenza Covid-19 sarà finita.

Il 40% dei lavoratori è preoccupato di rientrare al lavoro a tempo pieno

Quanto al ritorno in azienda, circa il 40% si dice preoccupato del rientro a tempo pieno, al punto che il 20% cambierebbe lavoro se costretto a rientrare. I motivi principali di tale preoccupazione sono la gestione tempo, il vissuto di stress e la gestione familiare. Tanto che il 62% dei lavoratori e delle lavoratrici valuta utile un servizio di supporto psicologico per fronteggiare momenti di stress e disagio legati al rientro in azienda. Quota che, rispetto al 2020, è salita di 8 punti percentuali (dal 54% al 62%). 

Shopping Non Food, con la pandemia cala la propensione ai consumi

La campagna vaccinale contro il coronavirus avanza in tutta Italia, ma le conseguenze della pandemia si fanno ancora sentire. Anche sulla propensione ai consumi non alimentari, e sulla scelta di dove fare acquisti da parte degli italiani. Effetti che proseguiranno nei prossimi mesi del 2021, con probabili strascichi anche nel 2022. Di fatto l’emergenza sanitaria ha cambiato l’approccio ai consumi Non Food delle famiglie italiane: la conferma arriva dall’indagine condotta da Metrica Ricerche per conto dell’Osservatorio Non Food 2021 di GS1 Italy, che ha rilevato il sentiment dei consumatori Non Food in termini di evoluzione dei comportamenti di acquisto, anche digitali, nonché di visita alle differenti location commerciali e ai singoli punti vendita.

Il 44% degli italiani limita gli acquisti ritenuti superflui

Dai dati emersi dall’Osservatorio sembra che la preoccupazione per l’emergenza sanitaria abbia fatto diminuire la spesa non alimentare. Tra gli intervistati, il gruppo più numeroso è infatti quello di coloro che si dichiarano abbastanza preoccupati per la situazione economico-sanitaria (44%), e che per questo, cercheranno di acquistare limitatamente i prodotti non alimentari, posticipando o annullando gli acquisti ritenuti superflui. Il 37% degli intervistati invece non è preoccupato e ritiene che riprenderà ad acquistare prodotti Non Food, e nel 15% dei casi aumenterà lo shopping, in particolare nell’area del “fai da te”. Il restante 19% invece è in stato di allarme, e si dice intenzionato a ridurre gli acquisti, preferendo canali e punti vendita con più promozioni. In un caso su tre, poi, rinuncerà del tutto, rinviando le spese al 2022.

Si torna a comprare negli store fisici? Dipende dai prodotti 

A essere influenzate dall’emergenza sanitaria sono poi anche le scelte relative ai canali di acquisto. Le preoccupazioni economiche continuano a incidere su dove e cosa comprare in ambito non alimentare, anche se in misura minore rispetto ai mesi scorsi. Se un anno fa circa il 50% dei consumatori aveva cambiato i canali e i punti vendita dove fare la spesa, ora la percentuale di chi intende farlo è scesa al 30-40%, con punte più alte negli elettrodomestici e nei prodotti di telefonia/informatica, e valori più bassi nell’ottica. La ricerca di store fisici più sicuri per la salute varia dal 18% al 28%, a seconda dei settori, ed è sopra la media nei grandi elettrodomestici, nel bricolage e negli articoli per la casa.

Il Non Food alla conquista del web

Un altro aspetto che continuerà a essere influenzato dalla situazione contingente è la frequentazione dei centri commerciali. Il 40% dei visitatori abituali dichiara infatti un possibile calo della frequenza, e oltre un terzo è intenzionato a ridurla in modo deciso. Un altro 54% invece afferma di non voler cambiare le proprie abitudini, e un ulteriore 6% afferma di volerli visitare più spesso. Ma a segnare il post pandemia è sicuramente l’accelerazione per gli acquisti online dei prodotti Non Food, e il trend è confermato anche per la seconda parte del 2021. Il 40-50% del campione afferma infatti che aumenterà i propri acquisti su internet per quasi tutte le categorie di prodotti Non Food. Una tendenza ancora più forte nei settori ormai appannaggio dell’e-commerce, come libri, giocattoli, tecnologia e attrezzature sportive.

Università, in Italia crescono le studentesse. Dal Censis i migliori atenei

Più immatricolazioni e soprattutto più ragazze. È questo, in estrema sintesi, l’aspetto sociologico che emerge dalle classifiche delle università italiane elaborate dal Censis e diventate ormai un appuntamento annuale a supporto dell’orientamento di migliaia di studenti. In base a quanto evidenziato dall’istituto di ricerca, nell’anno accademico 2020-21 si è registrato un aumento del 4,4%  degli iscritti, confermando così una tendenza in crescita che si ripete da 7 anni. Calcolato sulla popolazione diciannovenne, il tasso di immatricolazione ha raggiunto quota 56,8%. Buone notizie anche per quanto riguarda le “quote rosa”. Nel 2020, a fronte di un tasso di immatricolazione maschile pari a 48,5%, quello femminile è stato del 65,7%. Per le ragazze si è registrato un incremento annuo del 5,3% rispetto al +3,3% dei ragazzi immatricolati. Le facoltà dell’area disciplinare Artistica-Letteraria-Insegnamento sono ancora le preferite dalle studentesse, con il 77,7% delle immatricolazioni, mentre l’area Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ne “conquista” solo il 39,4%, anche se con una crescita costante da un anno all’altro.

I criteri della ricerca

Le classifiche delle università italiane elaborate dal Censis sono basate sulla valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni) in relazione a strutture disponibili, servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, livello di internazionalizzazione, comunicazione e servizi digitali, occupabilità. A questa classifica si aggiunge il ranking dei raggruppamenti di classi di laurea triennali, dei corsi a ciclo unico e delle lauree magistrali biennali secondo la progressione di carriera degli studenti e i rapporti internazionali.

Bologna, Perugia, Trento e Camerino le università numero uno

Tra i mega atenei statali (quelli con oltre 40.000 iscritti) nelle prime due posizioni si mantengono stabili, rispettivamente, l’Università di Bologna (punteggio complessivo di 91,8) seguita dall’Università di Padova (88,7). Scendendo nella classifica troviamo La Sapienza di Roma (85,5), e l’Università di Firenze (85,0). Tra i “grandi” (atenei da 20.000 a 40.000 iscritti) la medagia d’oro anche quest’anno va a Perugia (93,3), seguita da Salerno, che sale di 6 posizioni (91,8), e quindi dall’Università di Pavia (91,2). Per quanto riguarda i medi (da 10.000 a 20.000 iscritti) anche quest’anno l’Università di Trento è pima nella classifica dei medi atenei statali (97,3), mentre il secondo e il terzo posto sul podio spettano rispettivamente a Siena (94,0) e Sassari (92,8). Nella classifica dei piccoli atenei statali (fino a 10.000 iscritti) resta salda in prima posizione l’Università di Camerino (98,2), seguita dall’Università di Macerata (86,5). Scalano la classifica due atenei laziali, l’Università di Cassino (84,7) e l’Università della Tuscia (84,3).

Università private e Politecnici, Milano è regina

Tra i grandi atenei non statali (oltre 10.000 iscritti) è in prima posizione anche quest’anno l’Università Bocconi (96,2), seguita dall’Università Cattolica (80,2). Il capoluogo lombardo è al top anche per quanto riguarda i Politecnici: al numero uno c’è il Politecnico di Milano (93,3 punti), seguito dallo Iuav di Venezia (90,3) e dal Politecnico di Torino (90,2).

Ambiente e sostenibilità, cresce il segmento degli Eco Active

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno GfK ha condiviso i risultati della ricerca internazionale #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali. La salvaguardia del pianeta è un tema sempre più centrale e nessun brand può permettersi di ignorare questa tendenza: secondo i dati GfK nel 2020 è cresciuto il segmento dei consumatori Eco Active, che a livello europeo arriva a pesare il 24% e in Italia il 23%. E se è vero che entro il 2025 i consumatori Eco Active a livello mondiale arriveranno a pesare il 40% del totale, le aziende dovranno prepararsi con investimenti e iniziative di comunicazione mirate per attirare questo segmento.

Spetta a produttori e governi “fare la differenza”

Se la sostenibilità è un tema centrale, il gap da colmare tra intenzioni e azioni dei consumatori però è ancora ampio, e il 72% degli shopper tende ad attribuire una responsabilità maggiore agli altri rispetto che a sé stessi per quanto riguarda le tematiche ambientali. In particolare, secondo gli italiani sono soprattutto i produttori di beni e servizi (37%) e i governi (28%) a dover fare la differenza nella riduzione dell’impatto ambientale. Percentuali simili si ritrovano anche considerando il target degli Eco Active italiani, per il quale solo il 26% pensa che la responsabilità sia principalmente dei consumatori. Inoltre, emerge ancora una certa dose di incertezza quando si tratta di riconoscere il livello di attenzione all’ambiente delle aziende.

Quali sono le imprese amiche dell’ambiente?

A livello internazionale solo il 22% dei consumatori è in grado di citare un brand sostenibile in maniera spontanea. Una percentuale che sale al 31% tra i consumatori Eco Active. Nel 42% dei casi si tratta di brand nati con una chiara identità green, mentre potrebbe sorprendere trovare al secondo posto le Multinazionali (36%), che quindi non sono necessariamente viste in modo negativo quando si parta di ambiente. Solo nel 22% dei casi però viene citato un piccolo brand locale: questa sicuramente è una area dove esistono ancora ampi i margini di crescita. Risultati simili emergono anche quando si chiede alle persone di citare il nome di un retailer sostenibile: il Italia solo il 20% dei consumatori è in grado di indicarne almeno uno.

Le opportunità per le aziende del Largo Consumo

Per produttori e retailer, conoscere le tematiche che stanno più a cuore ai consumatori è fondamentale. Soprattutto per indirizzare i propri investimenti ambientali e di sostenibilità sugli ambiti che non solo apportano benefici al pianeta, ma sono in grado di conquistare l’approvazione, la fedeltà e la preferenza dei consumatori. In particolare, per il settore del Largo Consumo il segmento degli Eco-Active risulta particolarmente interessante. Secondo i dati GfK, questi consumatori spendono più della media per prodotti FMCG, e nel periodo compreso tra marzo e dicembre 2020 hanno incrementato la propria spesa di Largo Consumo del +12% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Un’estate in libertà con il Green Pass

Le zone gialle diventano bianche, i numeri del contagio continuano a ridursi e le vacanze si avvicinano. E, a migliorare ulteriormente le aspettative per i prossimi mesi, arriva ufficialmente il Green Pass italiano, lasciapassare – che in Europa si chiama EU Digital covid Certificate – e che piace a tutti. Infatti, in base a un recente sondaggio eseguito da Ipsos per il World Economic Forum in 28 Paesi emerge come il 78% degli intervistati a livello internazionale e il 79% degli italiani ritiene sia giusto richiedere un certificato sanitario che attesti l’avvenuta vaccinazione, la guarigione dall’infezione o l’esito negativo del tampone.

Dal 15 giugno in Italia e dall’1 luglio in Europa

In Europa il documento entrerà in vigore a partire dal 1° luglio 2021 e avrà la validità di un anno. Il nostro Paese si era già portato avanti introducendo nel decreto anti-Covid del 22 aprile 2021 il Green Pass italiano, necessario dal 15 giugno per potersi spostare tra regioni in fascia arancione o rossa e per partecipare a feste ed eventi. 

Green Pass, come averlo

Il Green Pass italiano viene rilasciato in formato cartaceo o digitale dalla struttura sanitaria o dall’ASL territoriale di competenza e sarà disponibile anche nel fascicolo sanitario elettronico. Il documento certifica l’avvenuta vaccinazione, la guarigione, l’esito negativo di un test molecolare o antigenico per la ricerca del Covid-19 eseguito nelle 48 ore antecedenti. Per chi ha già fatto il vaccino sarà la struttura che ha erogato il trattamento sanitario a rilasciare il certificato. Il Green Pass sarà rilasciato “anche contestualmente alla somministrazione della prima dose di vaccino, con validità dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale”.
Nel caso di guarigione, invece, il certificato verrà rilasciato dalla struttura ospedaliera nelle quale si è stati ricoverati, dall’ASL o dai medici di medicina generale. A chi farà un tampone rapido verrà consegnato una certificazione, valida per 48h dal prelievo, dalle strutture sanitarie pubbliche, private autorizzate, accreditate, dalle farmacie o dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta.

Spostamenti in liberà

Il Green Pass italiano serve per spostarsi tra regioni che potrebbero rientrare in zona arancione o rossa, mentre non serve per gli spostamenti tra regioni bianche o gialle. Sarà necessario anche per partecipare a feste relative a cerimonie civili o religiose, come i matrimoni e battesimi. Il certificato verde sarà utile anche per visitare i parenti nelle case di riposo e probabilmente servirà anche per accedere a concerti, spettacoli e discoteche.

Aumenta il rischio di morte con più di 55 ore di lavoro a settimana

Lavorare 55 ore o più a settimana aumenta il rischio di morte. Rispetto a lavorare per 35-40 ore settimanali, lavorare per 55 ore settimana è associato infatti a un aumento del rischio di ictus e di cardiopatia ischemica. La pandemia poi ha peggiorato la situazione: uno studio del National Bureau of Economic Research condotto in 15 Paesi ha mostrato che durante i lockdown il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10%. Il telelavoro e lo smart working hanno infatti reso più difficile disconnettere i lavoratori dalle proprie mansioni. Ma la pandemia ha anche aumentato la precarietà del lavoro, che in tempi di crisi come quello che stiamo ancora vivendo tende a spingere coloro che hanno mantenuto la propria occupazione a lavorare di più.

La pandemia ha rafforzato la tendenza a lavorare per troppe ore

A quantificare il danno dell’eccesso di ore lavorate sull’organismo dei lavoratori è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), pubblicato di recente sulla rivista Environment International. Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. In pratica, lo studio punta il dito su come la pandemia da Covid-19 stia rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore.

Più rischio di ictus e di cardiopatia ischemica

Lo studio conclude che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento stimato del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto a programmi settimanali che prevedono 35-40 ore di lavoro settimanali. Solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone sono morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Inoltre, riporta Ansa, tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, cifra che si attesta al 19% per gli ictus.

Lo smart working elimina i confini tra casa e lavoro

La pandemia, sostengono gli autori dello studio, ha peggiorato la situazione. “Con la pandemia, il telelavoro è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro – ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare o chiudere le loro attività per risparmiare denaro e le persone che continuano a essere impiegate nelle aziende finiscono per lavorare più a lungo ore”.

L’Italia? Pronta alle vacanze. 2 su 3 faranno le valigie

Il pieno della stagione estiva si avvicina e gli italiani… pensano alle vacanze. Tanto che due su tre sono pronti a partire. Secondo i risultati emersi dalla prima analisi dell’EY Future Travel Behaviours, infatti, la volontà di viaggiare rimane forte tra gli italiani. Uno scenario quindi molto diverso, anche a livello psicologico, di quello vissuto nei mesi scorsi.

In viaggio come e più di prima

Anche se qualche piccolo segnale di ripresa si era già registrato nel periodo estivo dello scorso anno, segno della volontà degli italiani di tornare a viaggiare in presenza di un miglioramento della situazione sanitaria, è ora che la tendenza si rafforza. Il trend ha trovato conferma nei dati raccolti dall’Osservatorio EY Future Travel Behaviours che evidenziano come quasi 2 persone su 3 intenda viaggiare almeno quanto prima della pandemia e in alcuni casi (23%) aumentare il numero di viaggi. L’emergenza sanitaria ha lasciato un segno indelebile anche nel settore dei trasporti riducendo significativamente la domanda di mobilità. La maggior parte degli individui che oggi sceglie di mettersi in viaggio (o che dichiara di volerlo fare prossimamente) è consapevole del rischio di contagio da Covid-19 e di conseguenza cerca di prendere tutte le precauzioni necessarie per evitarne la propagazione. Questo si riflette trasversalmente in tutte le scelte che il viaggiatore compie, dalla pianificazione iniziale del viaggio all’arrivo a destinazione. La scelta legata al mezzo con cui viaggiare oggi diventa dunque fondamentale. Il 62% degli italiani che decidono di spostarsi, sia per motivi di lavoro sia di vacanza, ha particolarmente a cuore le possibili conseguenze del viaggio sulla propria salute e benessere. La maggior parte degli intervistati (59%) sperimenta uno stato di ansia nei confronti della propria salute, mentre solo il 9% del campione si dichiara “calmo” nei confronti di un possibile rischio sanitario.

Cosa vogliono i “nuovi” viaggiatori

Ovviamente, con tutti questi scrupoli legati ai viaggi o ai semplici trasferimenti le compagnie di trasporto non possono che prenderne atto e correre ai ripari. Secondo i dati dell’Osservatorio EY Future Behaviours, gli italiani, a fronte anche di un anno di grandi incertezze, chiedono innanzitutto la possibilità di ottenere rimborsi e bonus automatici in caso di ritardi o disservizi (67%). Inoltre, desiderano avere a disposizione tariffe flessibili, che garantiscano ad esempio la possibilità di usufruire di modifiche e cancellazioni gratuite (61%). Una novità rispetto al passato, divenuta oggi imprescindibile, è rappresentata dal 54% degli italiani che pretende l’adozione di misure adeguate a garantire il distanziamento ed evitare assembramenti e dal 46% che richiede la distribuzione di presidi personali per garantire la sicurezza sanitaria (es. mascherina, disinfettante mani).

Nonostante il Covid nel 2020 è boom per le auto elettriche, +7,03%

Nonostante la crisi economica e sanitaria a novembre 2020 le vendite di auto ecologiche, sia di tipo full electric sia plug-in, si sono attestate a un +7,03% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato in controtendenza al mercato automobilistico italiano, che considerando tutte le alimentazioni disponibili ha segnato un -8,49% rispetto all’anno precedente. Le auto elettriche, dunque, all’interno del mercato rappresentano un segmento in piena crescita. Tanto che una fetta sempre più numerosa di italiani, se ne ha la possibilità, punta proprio sulle auto ecologiche. Questo per la loro tecnologia, per gli effetti positivi sull’ambiente e per i costi di manutenzione ordinaria, decisamente inferiori rispetto al motore termico.

Tra il 2019 e il 2020 vendite totali a +198,59%

A confermare il successo di queste auto sono i numeri: le vendite totali di auto ecologiche tra il 2019 e il 2020 sono state infatti rispettivamente 15.484 e 46.482, per una percentuale pari a +198,59%. Si tratta di numeri interessanti per le case automobilistiche, che sempre più di frequente puntano su modelli ecologici, e non solo di alta gamma, ma anche di fascia media e medio-bassa. Da utilizzare per spostarsi soprattutto in città, e da un pubblico che sta diventando sempre più ampio.

La classifica delle più vendute nell’anno del Coronavirus

Quali sono le auto elettriche più vendute in Italia nel 2020? Al primo posto si piazza la Renault Zoe, con 4.270 modelli venduti, seguita dalla piccola Smart ForTwo (3.293), e dalla Tesla Model 3, che con 2.501 modelli consegnati è terza sul podio. Fuori dal podio, appaiono la Volkswagen Up (2.473) e la Peugeot 208 (1.601). Ma chi compra queste auto? L’identikit dell’automobilista elettrico è quello di un italiano che vive principalmente nel Centro-Nord Italia, con il Nord-Ovest, Nord-Est e il Centro che segnano da soli 42.910 auto elettriche vendute nel 2020. U po’ peggio per il Sud e le Isole, con rispettivamente 2.069 e 1.249 auto elettriche vendute nel 2020.

Le auto di Segmento B spingono il comparto

Gli italiani sono sempre più sensibili all’ambiente, e se le condizioni sono favorevoli sono disposti a scegliere un’auto elettrica. Una grossa spinta al comparto l’ha data infatti la creazione di auto di Segmento B, che grazie gli incentivi statali riescono a essere acquistate anche da persone con redditi medio-bassi. E sarà proprio questo segmento di consumatori, riporta Adnkronos, a rendere l’auto elettrica ancora più popolare e diffusa, con notevoli benefici per tutti alla qualità dell’aria dei centri urbani.

Dall’Ue arriva il Libro bianco sull’Intelligenza artificiale

Un’Intelligenza artificiale affidabile, sicura, sviluppata con collaborazioni tra Stati membri, comunità scientifica e partnership pubblico-private. Nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles la Commissione europea ha presentato il suo Libro bianco sull’Intelligenza artificiale. Obiettivo, mobilitare risorse e coinvolgere anche le imprese medie e piccole, ma anche avviare un dibattito sulle eccezioni alle regole che impediscono l’utilizzo generalizzato di sistemi di riconoscimento facciale o biometrico. L’Ue ha “tutto quel che serve per diventare leader su sistemi che possano essere utilizzati in sicurezza”. L’Europa può infatti contare su centri di eccellenza sulla ricerca nel digitale, e settori industriali e terziari competitivi, che spaziano dall’automotive all’energia, e dalla salute all’agricoltura. Ma servono regole chiare su sistemi che implicano rischi elevati.

Tracciabilità e trasparenza sui temi sensibili come salute, politiche e trasporti

Con il nuovo documento, l’Ue invoca “regole chiare” sui sistemi di IA, che di per sé implicano rischi elevati, ma senza creare “inutili fardelli” su altri segmenti meno problematici. Su temi sensibili come salute, politiche e trasporti, i sistemi di AI dovranno essere tracciabili, trasparenti a garantire una supervisione da parte dell’uomo, e non da parte di macchine o algoritmi, riporta Askanews.

Le autorità dovranno quindi poter effettuare controlli e certificare gli algoritmi che utilizzano dati riguardanti beni come giocattoli, cosmetici o auto.

L’apertura sul riconoscimento facciale

La speranza di Bruxelles è quella di fare in modo che i sistemi di AI, riconosciuti preziosi quanto pericolosi per l’umanità, vengano utilizzati nel rispetto delle leggi Ue e dei diritti dei suoi cittadini. L’esecutivo europeo cita più volte le tecniche di riconoscimento facciale, utilizzabili anche per l’identificazione biometrica in remoto. Quest’ultima forma più intrusiva di riconoscimento è oggi vietata nell’Ue, ma presto potrebbe cambiare tutto. L’identificazione biometrica in remoto, al momento, è infatti consentita solo per motivi di “sostanziale interesse pubblico”. Con il libro bianco, la Commissione lancia perciò un dibattito per capire quali circostanze possano giustificare le eccezioni, riferisce EuropaToday.

I sistemi di AI ad alto rischio andranno certificati, testati e controllati

I sistemi di Intelligenza artificiale ad alto rischio andranno perciò certificati, testati e controllati, come si fa per macchine, giocattoli per bambini e cosmetici. “Tutti i sistemi di Intelligenza artificiale sono i benvenuti nell’Ue”, chiarisce la presidente Ursula von der Leyen, a patto che ne rispettino le leggi.

“Oggi presentiamo la nostra ambizione per plasmare il futuro digitale dell’Europa che copre tutto, dalla sicurezza informatica alle infrastrutture critiche, dall’educazione digitale alle competenze, dalla democrazia ai media – commenta von der Leyen -. Voglio che l’Europa digitale rifletta il meglio dell’Europa: aperta, equa, diversa, democratica e fiduciosa.

Gli italiani vogliono un cambiamento sostenibile

Il cambiamento è necessario per uscire dallo stallo che caratterizza l’Italia, e puntare su clima, ambiente e sostenibilità è la ricetta giusta. Una voglia di cambiare che provoca contraccolpi sulla mobilità, sulla tavola e su una nuova modalità di partecipazione. A dare questa ventata di energia nuova Mezzogiorno e Centro Italia, con gli under 35 determinati a trascinare il Paese fuori dalla risacca. Ma sul fronte economico le difficoltà restano, con i consumi che anche nel 2020 faranno registrare una crescita stimata di circa mezzo punto percentuale. Questo il ritratto degli italiani secondo il sondaggio di fine anno di Coop-Nomisma, e le previsioni del Rapporto Coop.

Cambiare vita e dedicarsi alla cura, di se stessi e dell’ambiente

Il “cambiamento”, spiega la ricerca, passa infatti dal 14% delle citazioni del 2016 al 19% del 2020. Gli italiani infatti sognano di cambiare vita (35%), lavoro (27%), o addirittura trasferirsi all’estero (31%) e andare in pensione (44%). Ma è scorrendo la lista dei “Si lo farò” che emerge la voglia di rimettersi in gioco anche per generare effetti benefici sul mondo circostante. Gli italiani nel 2020 sono infatti determinati a dedicarsi alla cura, di se stessi (68%), e dell’ambiente. Con il 65% che userà meno plastica, il 64% intenzionato a sprecare di meno, il 63% a camminare di più a piedi. Tanto che è la mobilità green a crescere. Tra le prime volte di consumi/acquisti fanno la loro comparsa per il 7% degli italiani i servizi di sharing, per il 6% i monopattini elettrici e per il 2% la bicicletta, riporta Ansa.

Più sociali e meno social

Frequentare di più gli amici è un obiettivo nel 2020 per un italiano su 2, il volontariato conquista un suo spazio (26%) e compare una rinnovata voglia di socializzazione. Quanti immaginano un minore utilizzo di web e social network superano, anche se di poco, per la prima volta quelli che prevedono di esserne più assidui. Cresce, al contrario, la partecipazione a eventi pubblici, come manifestazioni, spettacoli, eventi sportivi, concerti. Ma gli italiani si dichiarano anche più votati alle battaglie comuni scendendo in piazza. Il 20% ha già manifestato nel 2019 e vorrà farlo ugualmente nel 2020.

Il sogno di una crescita economica, la certezza di dover spendere di più

In ogni caso la grande maggioranza degli italiani vorrebbe finalmente una crescita economica più robusta (85%), ma sa che non potrà essere così. Il 60% teme che lo spread torni a impennarsi, ma la maggior parte prevede comunque di spendere di più nel nuovo anno. Al top delle spese obbligate e in aumento le bollette, il carburante e le spese per il trasporto e per i servizi sanitari. Oltre a quelle obbligate mantengono saldi positivi anche le spese per l’alimentazione, per i viaggi, e ancora, per la cura personale.