Gender gap, lavoro: operaie -37,7% di salario accessorio

La differenza di trattamento tra uomini e donne a livello professionale non si riscontra solo ai livelli lavorativi più alti. La conferma che ancora oggi esistano distinzioni, e pure sostanziali, a tutti i livelli occupazionali emerge dall’ultima indagine della Fiom, che ha esaminato il settore metalmeccanico. La ricerca, presentata all’ultimo congresso delle tute blu della Cgil che si è recentemente chiuso, fa luce su un fenomeno dai dati allarmanti. 

Una ricerca che ha coinvolto 175mila lavoratori

L’indagine, condotta su 55 aziende per complessivi 175mila lavoratori, secondo quanto riporta l’Adnkronos, conferma infatti uno scarto pesante sul salario accessorio, quello che comprende indennità e i superminimi previsti generalmente per compensare lo svolgimento di lavori che comportano maggiori oneri e difficoltà al lavoratore e che concorre al ‘peso’ finale della busta paga, di uomini e donne. Quello che più sorprese è che il gender gap pare esserci a ogni livello contrattuale, con maggiore forza sia verso il basso sia verso l’alto.

Le operaie le più colpite 

Un po’ a sorpresa, l’indagine della Fiom evidenzia che le più colpite dal gender gap nell’industria metalmeccanica sono le operaie. Per le donne il salario accessorio medio, infatti, tra il 2020 e il 2021 è stato inferiore del 37,3% di quanto incassato dai colleghi maschi. Si tratta di cifre significative: 2.853 euro medi lordi contro i 4.570 euro degli uomini. Va leggermente meglio, anche se la forbice è ancora larga , il gap a livello di dirigenti: qui il salario accessorio delle donne è il 31,2% sotto quello dei maschi, 27.590 contro 40mila. In ogni caso, nonostante la situazione sia migliore, è uno scarto troppo evidente. 

La situazione migliora fra gli impiegati

L’ambito in cui la situazione sempre parzialmente riallinearsi è tra le figure impiegatizie. Anche se lo scarto c’è ed è ancora una volta pesante, fra gli impiegati si ferma al 25%, 6.415 contro 8.611 euro di salario accessorio medio. Le buone notizie, se così si può dire, si fermano qui. Il divario si riallarga infatti ulteriormente tra i quadri, dove le donne guadagnano l’8,5% in meno degli uomini, 18.224 mila contro i 19.940 dei colleghi maschi. La differenza tra uomini e donne, però, si registra anche a livello di forza lavoro. La fotografia scattata dalla Fiom infatti, attesta come, rispetto alla occupazione complessiva del settore al 31/12/2021, le donne rappresentino appena il 19% dei lavoratori.

Cercare lavoro, il CV non basta: ci vuole una reputazione on line impeccabile 

Oggi chi seleziona il personale per valutare un’assunzione controlla, oltre il curriculum e le referenze, anche la reputazione online dei candidati. Ecco perchè quando ci si propone a un’azienda o a un selezionatore, è essenziale fare un check anche dei propri profili social, così da evitare passi falsi e intoppi alla propria carriera.

Il profilo del candidato “giusto”

Assumere un nuovo dipendente non è mai una decisione da prendere alla leggera, sia per le piccole imprese che per le grandi. Ecco perché i recruiter effettuano un’analisi dettagliata dei candidati, controllando non solo i curriculum e i colloqui conoscitivi, ma anche le referenze online di ogni candidato. Per questo chi non vuole affrontare costi elevati per la formazione di un nuovo dipendente, o peggio ancora, perdite di produttività o danni all’immagine a causa di un’assunzione sbagliata, si affida ai cacciatori di teste, per assicurarsi di trovare il collaboratore perfetto per la propria azienda. Ed è la ragione per cui recruiter controllano quanto più attentamente possibile i candidati per ogni posizione aperta.

Il valore della reputazione online

Le classiche analisi si effettuano a livello di curriculum vitae e colloqui conoscitivi, a cui si aggiungono il controllo delle referenze dei candidati, e le ricerche online sulle persone che vengono effettivamente prese in considerazione per l’assunzione. Secondo le ultime indagini, a compiere questo ulteriore passo sono circa 8 recruiter su 10, che vanno a controllare la digital reputation dei candidati online, dai motori di ricerca ai social network. E qui le informazioni trovate possono sia favorire, sia allontanare, come accade sempre più spesso, la possibilità di essere assunti.
“Chi si mette alla ricerca di una nuova occupazione deve prepararsi da molti punti di vista: penso per esempio all’aggiornamento del curriculum vitae, a dei corsi di formazione mirati per colmare eventuali lacune, nonché all’allenamento mirato per affrontare al meglio i colloqui di lavoro» spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera. “Ma non è tutto qui: sapendo che i recruiter controlleranno molto probabilmente la digital reputation dei candidati, è ormai fondamentale curare anche questo aspetto, per avere la certezza che delle informazioni online non possano compromettere un’assunzione”.

Come muoversi prima di inviare il CV

“Di certo i primi canali da controllare sono quelli dei social network: il consiglio è quello di guardare ai propri account con gli occhi di un recruiter, eliminando o nascondendo delle informazioni, dei post o delle fotografie che potrebbero risultare nocive per il processo di selezione. È buona norma in ogni caso mantenere i propri post personali visibili solo per ristrette liste di amici” sottolinea l’head hunter, aggiungendo che «aiuta moltissimo avere un profilo aggiornato e curato su LinkedIn, volto a mostrare effettivo interesse per il proprio settore lavorativo e per la propria carriera professionale.
Ma non ci sono solo i social. “Pensiamo per esempio ai propri commenti su forum, a un blog gestito in gioventù o ad altre risorse simili: tutto quello che può uscire in prima o in seconda pagina su Google sul proprio conto può fornire informazioni utili, buone o meno, al recruiter. Per questo è importante controllare quali informazioni sono presenti su di noi online, ed eliminare ciò che potrebbe danneggiare la nostra reputazione”, conclude Adami.

Vacanze estive, gli italiani stanno già prenotando quelle al mare

Tutti al mare, almeno con il pensiero e le intenzioni. Sono infatti già numerosissimi i nostri connazionali che hanno già prenotato le loro ferie in una località balneare. Le preoccupazioni legate alla pandemia, che avevano frenato le partenze, sembrano ormai lontanissime. E la voglia di vacanza si fa già sentire appena smontato l’albero di Natale. A dare il polso della prossima stagione turistica è il tour operator AllTours, che cha condotto una rilevazione con la società  Making Science.

Prenotazioni a tutto ritmo

Le richieste di preventivo registrate da AllTours segnano un +43% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E’ nel segno dell’ottimismo anche il trend delle richieste di preventivo, dato che segna un +38%. Si tratta di una percentuale importante, anche perchè il tour operator, specializzato nel Mare Italia, gestisce in media, per la stagione estiva, quasi 15 mila prenotazioni per 600 strutture ricettive diverse. Nonostante l’inflazione, i clienti del tour operator – per la quasi totalità italiani – non sembrano disposti a fare rinunce in tema di vacanze: assieme alle prenotazioni aumenta anche lo scontrino medio, che segna un +14%. 

Aumenta la spesa media 

La spesa media di ogni famiglia per le vacanze estive 2023 al momento sfiora infatti i 2 mila euro, quasi 250 in più rispetto alle prenotazioni registrate lo scorso anno. La formula del pagamento a rate senza interessi, introdotta nel maggio del 2022 grazie a una partnership con Scalapay e ad oggi scelta già dal 18% dei clienti, incoraggia la propensione a una spesa maggiore. Se il ritorno alle prenotazioni anticipate è generalizzato, la fascia tra i 45 e i 60 anni risulta la più propensa a programmare per tempo le vacanze estive, mentre gli over 60, e in particolare i pensionati, non soggetti a vincoli lavorativi, spesso si dimostrano più attendisti.

Le mete preferite

Nel campione del tour operator le località di vacanza più rappresentate sono quelle del sud, con Sardegna, Sicilia e Puglia a contendersi  il ruolo di regione dell’estate. Tra queste, la a meta che registra il trend di crescita più netto è la Sicilia con un +39% di prenotazioni rispetto al 2022, seguita dalla Sardegna (+35%). Le due destinazioni isolane, che nelle stagioni 2020, 2021 e 2022, a causa dell’emergenza Covid, hanno intercettato molti turisti italiani in precedenza orientati verso mete esotiche, sono raggiunte in queste settimane dalle prenotazioni di clienti fidelizzati da anni, di nuovi clienti, ma anche di clienti che hanno scoperto o riscoperto le destinazioni italiane proprio negli anni della pandemia. Si difende bene anche la Puglia, che mette a segno un lusinghiero +24% sui numeri ottenuti lo scorso anno.  

Amazon supera Apple: ora è il brand con maggior valore

Secondo il rapporto della società di consulenza britannica Brand Finance, nonostante il valore di Amazon nel 2022 abbia perso il 15%, passando da 350,3 miliardi di dollari a 299,3 miliardi di dollari, questo è bastato per superare Apple, il gruppo con sede a Cupertino. Nell’ultimo anno il marchio del brand del gruppo fondato da Jeff Bezos è infatti diminuito di oltre 50 miliardi di dollari, perché ora “i consumatori lo valutano più negativamente nel mondo post pandemia”, spiega la società Brand Finance. Di fatto, Amazon sorpassa Apple come brand con maggior valore a livello mondiale e riconquista il primo posto. Il valore del marchio Apple perde infatti il 16% passa da 355,1 miliardi a 297,5 miliardi di dollari. 

Con la fine della pandemia i consumatori tornano a fare acquisti di persona 

In particolare, la percezione del servizio clienti su Amazon è diminuita contemporaneamente all’allungamento dei tempi di consegna, Inoltre, con la fine della pandemia, “i consumatori stanno tornando a fare acquisti di persona riducendo leggermente la necessità di e-commerce”, rileva ancora la società, Tra i marchi tecnologici che hanno perso valore figurano anche Samsung Group, il cui valore del marchio è in calo del 7% a 99,7 miliardi di dollari) Alibaba.com (-56%, 10 miliardi dollari), Facebook (-42%, 59 miliardi di dollari) e WeChat (19%, 50,2 miliardi di dollari). Crescono invece i marchi Instagram (+42% a 47,4 miliardi di dollari) e LinkedIn (+49% a 15,5 miliardi di dollari). Tra i marchi in crescita c’è anche Tesla (+44% a 66,2 miliardi di dollari) e Byd (+57% a 10,1 miliardi di dollari).

Colpita più duramente la domanda di servizi dei marchi tecnologici

“I marchi tecnologici di tutto il mondo – commenta David Haigh, Presidente e Ceo di Brand Finance – hanno perso un valore significativo in risposta ai mutevoli andamenti della domanda. L’inflazione ha colpito i marchi in molti settori, ma poiché le abitudini dei consumatori sono parzialmente tornate ai modelli pre pandemia, la domanda di servizi dei marchi tecnologici è stata colpita in modo particolarmente duro. Inoltre, le catene di approvvigionamento interrotte, la carenza di manodopera e i maggiori ostacoli al finanziamento hanno lasciato il segno”, riferisce Adnkronos.

Anche la tecnologia rischia di diventare una commodity

“Il crollo delle aziende tecnologiche – aggiunge Massimo Pizzo managing director Italia di Brand Finance – non è solo dovuto a fattori come l’innalzamento dei tassi, l’inflazione, la guerra o l’energia: dalle nostre analisi risulta esserci un indebolimento dell’immagine e della reputazione di molti brand del comparto. Come se dopo la pandemia l’amore e l’entusiasmo per la tecnologia abbia perso vigore. Da anni non si vedono più innovazioni in grado di sedurre i clienti e i contenuti dei messaggi sono sostanzialmente sempre gli stessi. Anche la tecnologia, come le telecomunicazioni, rischia di diventare una commodity. Sembra chiaramente arrivato il momento anche per le big tech di mettere in discussione la propria strategia per non perdere ulteriormente il favore dei consumatori”, riporta Forbes.

Start up innovative: quelle guidate da donne sono +572 in 2 anni

Secondo i dati elaborati da InfoCamere per l’Osservatorio sull’imprenditorialità femminile di Unioncamere le start up guidate da donne innovatrici rappresentano il 13,6% del totale. E dal 2020 al 2022 la loro crescita è stata del +40%. A fine settembre 2022 sono infatti duemila le start up innovative femminili registrate, 572 in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Insomma, malgrado la pandemia l’innovazione al femminile cresce. Anzi, proprio a cavallo dell’epidemia da Covid 19 molte donne hanno dato vita a questa tipologia di impresa costituita nella forma di società di capitali, e specializzata nello sviluppo, la produzione e la commercializzazione di un prodotto o servizio ad alto valore tecnologico. 

Servizi alle imprese, attività manifatturiere e commercio gli ambiti più “rosa”

Oltre il 70% di queste duemila imprese femminili opera nei servizi alle imprese (1.455), poco più del 15% nelle attività manifatturiere (306), e il 4,6% nel commercio (91), mentre quote residuali sono attive negli altri settori economici. L’aumento considerevole delle start up innovative va del resto di pari passo con il crescente impegno delle donne nei settori a maggior contenuto di conoscenza, come i Servizi di informazione e comunicazione, le Attività finanziarie ed assicurative, le Attività professionali, scientifiche e tecniche, l’Istruzione e la Sanità e assistenza sociale. Settori che oggi rappresentano quasi il 10% dell’universo femminile che fa impresa.

Più del 50% dell’innovazione femminile si concentra in 4 regioni

L’innovazione al femminile ha il suo cuore pulsante in quattro regioni, che concentrano più del 50% del totale delle imprese innovative guidate da donne: Lombardia (470), Lazio (263), Campania (204), ed Emilia-Romagna (143). In valori assoluti, invece, i saldi più consistenti in questi due anni sono stati registrati in Lombardia, Lazio, Campania e Toscana.

I numeri dell’imprenditoria femminile italiana

Nel complesso, a fine settembre 2022, le imprese femminili sono più di 1 milione 342mila, e rappresentano il 22,18% dell’imprenditoria italiana. Tra i settori a maggior tasso di femminilizzazione Altre attività dei servizi (in cui le imprese femminili sono oltre la metà), Sanità e assistenza sociale (37,21%), Istruzione (30,92%), Attività dei servizi di alloggio e ristorazione (29,21%), Agricoltura (28,13%) e Noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (26,54%). Le imprese femminili sono inoltre più diffuse al Centro e nel Mezzogiorno, dove rappresentano oltre il 23% dell’imprenditoria totale, con punte del 27% nel Molise, del 26% in Basilicata, di oltre il 25% in Abruzzo e di più del 24% in Sicilia e in Umbria.

Natale 2022: tra la crisi e l’inflazione ri-spunta il regalo

Il Natale 2022 è stato come gli ultimi due, ovvero ‘figlio’ di una situazione eccezionale. Se nel caso del Natale 2020 e di quello 2021 il Covid aveva fortemente condizionato l’andamento dei regali, quest’anno a pesare in modo decisivo sono l’aumento dell’inflazione e la crisi energetica.  Secondo un’indagine sui consumi di Natale realizzata da Confcommercio in collaborazione con Format Research, tre italiani su quattro hanno fatto i regali di Natale, ma c’è un 27,3% che non ha fatto acquisti. In primo luogo per risparmiare, poi per il peggioramento della propria condizione economica, oppure per l’aumento dei prezzi a causa dell’inflazione.

Prodotti per gli animali: +8,4%

In ogni caso, in cima alla lista dei regali più diffusi si confermano i prodotti enogastronomici (70%), seguiti da giocattoli (49%), libri ed ebook (48%), abbigliamento (47%), e prodotti per la cura della persona (41%). Ma tra i regali che registrano l’incremento maggiore rispetto all’anno scorso si segnalano i prodotti per animali (+8,4%), e per chi ha scelto di acquistare online i regali si confermano in cima alla lista anche quest’anno carte regalo (77,8%) e abbonamenti streaming (76,4%). E al di là dei regali rivolti al proprio nucleo familiare, il 50,3% degli italiani ha fatto regali ad amici e conoscenti, e ad acquistarli sono stati prevalentemente i coniugi in coppia.

Tredicesima: solo il 14,5% l’ha utilizzata per i doni natalizi

Quanto al budget di spesa stanziato per gli acquisti, il 64% ha speso tra 100 e 300 euro, mentre 1 consumatore su 3 non ha superato i 100 euro. Della tredicesima, comunque, solo una piccola parte è stata destinata ai regali, mentre il ‘grosso’ se n’è andato per spese per la casa, tasse e bollette. Tra coloro che percepiscono la tredicesima, quasi un terzo infatti l’ha usata per affrontare spese per la casa e la famiglia, il 24% la metterà da parte, il 19,2% la userà per pagare tasse e bollette, e solo il 14,5% l’ha utilizzata per acquistare i regali di Natale.

I canali di acquisto

Tra i canali di acquisto preferiti, Internet si conferma al primo posto (64,6%), anche se in calo per la prima volta dal 2009, mentre salgono le preferenze per i negozi di vicinato. Internet, dopo il boom dello scorso anno, quest’anno infatti rallenta, confermandosi comunque il canale di acquisto principale per i regali di Natale. Seguono la distribuzione organizzata (56,7%), gli outlet e i punti vendita del commercio equo-solidale. Aumentano poi gli acquisti presso i negozi di vicinato, passati dal 42,5% al 45%, segno che gli italiani stanno riscoprendo il piacere di vivere il proprio quartiere e le vie dello shopping.

L’indice welfare delle Pmi: se è elevato crescono fatturato e produttività 

Nelle Pmi italiane continua a crescere la consapevolezza del ruolo sociale. Oltre il 68% delle Pmi ha superato il livello base di welfare aziendale, e raddoppia il numero di quelle con livello molto alto/alto, passando dal 10,3% del 2016 al 24,7% del 2022. Il rapporto Welfare Index Pmi, promosso da Generali Italia in collaborazione con Cerved, analizza la correlazione degli indici di welfare con i bilanci di circa 2.600 imprese dal 2019 al 2021, valutando il contributo del welfare aziendale alla resilienza del sistema produttivo.

Non più solo appannaggio delle grandi imprese

Il welfare aziendale non è più solo appannaggio delle grandi imprese. Se la quota con livello elevato di welfare è del 70,7% tra le Pmi con oltre 250 addetti, e del 66,8% in quelle tra 101-250 addetti, raddoppiano le microimprese con un livello elevato di welfare: dal 7,7% nel 2017 al 15,1% nel 2022.
Di fatto, le imprese con un welfare più evoluto ottengono performance di produttività superiori alla media, crescendo più velocemente nei risultati economici e nell’occupazione. Ad esempio, nel 2021 l’utile sul fatturato delle aziende con livello di welfare molto alto è doppio rispetto a quello delle aziende a livello base (6,7% vs 3,7%), e altrettanto grande è il divario nel Mol (Margine Operativo Lordo) pro-capite, che misura la produttività per singolo addetto.

Più produttività e redditività. Anche durante la pandemia

Tra le imprese con livello molto alto di welfare aziendale l’indice di produttività Mol/fatturato è passato dal 9,4% nel 2019 all’11% nel 2021. Tra quelle con un livello base l’incremento è stato dello 0,2%. Anche gli indici di redditività seguono la stessa dinamica. La correlazione tra livelli di welfare aziendale e risultati economici mostra che le Pmi con un welfare più evoluto hanno tenuto meglio durante la pandemia e dimostrato maggiore slancio nella ripresa. Tra le imprese appartenenti ai settori più colpiti dalla crisi, dal 2019 al 2021 il Mol è cresciuto del 50,5% tra le Pmi con livello elevato di welfare, mentre è diminuito del 15% tra quelle con livello base. Allo stesso modo, l’indice di redditività (utile/fatturato) è cresciuto del 2% tra le prime e dello 0,4% tra le seconde.

Gli ambiti di impatto sociale più importanti 

Lo stato del welfare nelle Pmi misura dieci aree: Previdenza e protezione, Salute e assistenza, Conciliazione vita-lavoro, Sostegno economico ai lavoratori, Sviluppo del capitale umano, Sostegno per educazione e cultura, Diritti, diversità, inclusione, Condizioni lavorative e sicurezza, Responsabilità sociale verso consumatori e fornitori, Welfare di comunità. Di queste, le imprese sono più impegnate in Sicurezza e condizioni lavorative (74% delle Pmi con livello alto/molto alto), Welfare di comunità (66,5%), Diritti, diversità e inclusione (47,8%) e Formazione e sviluppo del capitale umano (40,6%).  Gli ambiti di impatto sociale più importanti sono: promozione del lavoro e mobilità sociale, possibilità offerta ai giovani di raggiungere un’occupazione stabile, e sostegno a diritti e pari opportunità per le donne lavoratrici.

Imprese femminili in aumento a Milano, Monza Brianza e Lodi

In Lombardia l’imprenditoria è sempre più rosa. Sono infatti aumentate, nel corso degli ultimi anni, le imprese femminili, in particolare nell’area produttiva di Milano, Monza Brianza e Lodi. Si è parlato proprio di questo in un recente convegno organizzato dalla Camera di Commercio, denominato “L’Italia che vogliamo è più donna”. Marzia Maiorano, presidente uscente del Comitato Imprenditoria femminile Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi, promotore dell’iniziativa, ha detto: “Puntiamo a un nuovo protagonismo femminile in un mercato globale innovativo e sostenibile. Cerchiamo una maggiore sensibilizzazione grazie al coinvolgimento del mondo imprenditoriale e associativo verso una governance sostenibile”.
Per Chrystelle Simon, DCM Diversity, Equity & Inclusion Leader di Deloitte Central Mediterranean: “Occorre puntare alla leadership inclusiva, rispettare le diversità e valorizzare le unicità delle persone, con un impatto positivo anche dal punto di vista economico”. Donatella Gimigliano, presidente Associazione Consorzio Umanitas ha ricordato l’importanza della lotta alla violenza contro le donne, grazie all’iniziativa “Women for Women against violence”. Nel corso del convegno è stata eletta la nuova Presidente del Comitato Imprenditoria femminile: Chiara Benedetta Cormanni, consigliera della stessa Camera di commercio.

Le imprese in rosa sono cresciute del 5%

La bella notizia è che i numeri dell’imprenditorialità femminile sono tutti in crescita, almeno nei territori in oggetto. Per la precisione, le imprese femminili a Milano Monza Brianza Lodi, secondo i dati della Camera di commercio, segnano un  +0,2% in un anno e addirittura +5% in quattro anni. Sono 71.250 le imprese femminili a Milano Monza Brianza Lodi al terzo trimestre 2022 e rappresentano il 18,3% del totale delle imprese di questi territori. Erano 71.094 un anno fa e 67.852 al terzo trimestre 2018, ancora in periodo pre Covid. Oggi sono 3.398 imprese in più del 2018 tra Milano Monza Brianza Lodi, di cui 2.684 in più per Milano. 

Trainano la crescita le attività professionali scientifiche e tecniche

Trainano la crescita nell’ultimo anno le attività professionali scientifiche e tecniche, del 5,9%, che oggi contano 6.661 imprese nei tre territori In particolare sono 56.161 le imprese di Milano e area metropolitana, + 0,2% in un anno e + 5% in quattro anni. Sono 12.288 a Monza e Brianza, +0,4% in un anno e +6,2% in quattro anni. Sono 2.801 a Lodi, stabili in quattro anni. Primo settore i servizi, col 61,7% di tutte le imprese femminili dei tre territori, seguito dal commercio con il 24,3%.
Le imprese femminili danno lavoro a 183.464 addetti nei tre territori, di cui 146.278 a Milano, 30.280 a Monza Brianza e 6.906 a Lodi.

Milano, il business della moda è qui

Il settore della moda crea un giro d’affari in Italia pari a 86,7 miliardi di euro all’anno e il 15,6% di questo valore è concentrato a Milano, il cui volume d’affari vale 13,5 miliardi di euro all’anno. L’export di Milano del settore moda nei primi sei mesi dell’anno ha un valore di 4,9 miliardi: pesa il 16% dell’export del settore moda nazionale ed è cresciuto del 31,4% nel 1° semestre del 2022 rispetto al 1° semestre del 2021. Questi in sintesi i dati presentati dalla Camera Arbitrale di Milano su un’elaborazione Studi, Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano MonzaBrianza Lodi.

Le imprese della moda a Milano e in Italia

Nel 3° trimestre del 2022, a Milano risultano attive 11.102 imprese nel comparto della moda, rappresentano il 5,6% delle imprese del settore moda in Italia. A Milano le oltre 11 mila imprese danno lavoro a 93.532 persone e creano un giro d’affari pari a 13,5 miliardi di euro (dato riferito alle sole società di capitali), che pesa il 15,6% sul giro d’affari complessivo generato dalle imprese del settore moda in Italia, che è di 86 miliardi di euro. In Italia le imprese del settore moda sono 199.442, danno lavoro a 787.166 persone e creano un giro d’affari pari a 86,7 miliardi di euro. In Lombardia sono 28.201 le imprese attive e danno lavoro a 180.305 persone e creano un giro d’affari pari a 26 miliardi di euro. La maggior parte delle imprese del settore opera nell’ambito della produzione e del commercio al dettaglio di articoli di abbigliamento. Le imprese del settore con sede a Milano, Monza e Lodi hanno registrato nel 2021 ricavi delle vendite per circa 14,7 miliardi di euro, una cifra pari a oltre la metà del fatturato lombardo del settore e al 17% del totale nazionale, che risulta superiore agli 86 miliardi di euro. Milano risulta ampiamente la prima provincia italiana per fatturato del settore moda con 13,5 miliardi di euro, distanziando nettamente Vicenza (6,5 miliardi), Napoli (4,4 miliardi) e Firenze (4,2 miliardi). Le imprese della moda basate a Monza fatturano invece circa 1,1 miliardi di euro, 46 milioni quelle di Lodi.

Quanti addetti nel settore?

 Il settore della moda conta complessivamente 103mila addetti nell’area accorpata di Milano Monza Brianza e Lodi (93.532 a Milano), pari a oltre la metà di quelli lombardi e al 13,1% del totale nazionale; di questi, 37mila operano nei comparti industriali del fashion (30.962 a Milano), l’8,2% degli addetti italiani. La maggiore concentrazione di lavoratori si registra nella confezione e nel commercio al dettaglio di articoli di abbigliamento.

Dove va l’export?

Il baricentro dei mercati è spostato in misura preponderante verso le aree extraeuropee, dove le mete di destino principali sono Asia (38,4%) e America (19,3%), mentre Africa e Oceania sono residuali per la struttura delle rotte geografiche. Il mercato Europeo (39,8%) evidenzia una preponderanza dell’Unione europea (22,4%) rispetto alle piazze esterne allo spazio comune (17,4%). Nelle prime tre posizioni si collocano Stati Uniti (16,3%), Cina (10,7%) e Corea del Sud (8,2%), mentre il primo mercato europeo, ossia la Francia (8%), si posiziona al quarto posto della graduatoria, seguita da Svizzera (7%) e Regno Unito (5,9%), i partner principali esterni all’area comunitaria.

Software gestionali, quanto sono diffusi in Italia? E quanto valgono?

Le imprese italiane, pubbliche e private, hanno scoperto l’importanza dei software gestionali, tanto che il 93% delle PMI ne ha adottato almeno uno. Il principale freno alla trasformazione è di natura culturale, ma esistono ampi margini di miglioramento. E’ lo scenario tracciato dalla ricerca “Il software gestionale in Italia: il percorso di trasformazione di PMI e PA” a cura degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con AssoSoftware. Dall’analisi, emergono anche i numeri del business: nel 2021 le aziende che operano in Italia nell’ambito del software e dei servizi a esso correlati, hanno generato un fatturato di 51,3 miliardi di euro, in crescita del 14% rispetto al 2020. Le PMI e le grandi imprese rappresentano l’86% del mercato, per un totale di 44,2 miliardi di euro, mentre le microimprese arrivano a 7,1 miliardi. Guardando esclusivamente alle software house in ambito software gestionale (comparto che conta oltre 133.000 dipendenti impiegati) queste hanno generato un fatturato complessivo di 19,9 miliardi di euro nel 2021, in crescita del 16% rispetto all’anno precedente.

I numeri dei software gestionali

La ricerca, condotta su un campione di 514 PMI cross-settoriali e 158 comuni, evidenzia un buon livello di diffusione dei software gestionali e, in alcuni campi, un trend di crescita rispetto allo scorso anno. Tra i software considerati nel perimetro d’analisi, la crescita più significativa è stata registrata dai moduli di Gestione documentale e workflow (adottati dal 48% delle PMI, +6 punti percentuali rispetto al 2021), probabilmente promossi dal cambio delle modalità di lavoro occorso a seguito della pandemia. Secondo per crescita ma primo per diffusione, è possibile riscontrare il modulo di Gestione amministrativa e contabile (presente nell’87% delle imprese, +4 p.p.) che resta il più presente nelle imprese: rappresenta spesso il primo passo nell’adozione di soluzioni software e continua a consolidarsi, registrando comunque una crescita significativa anno su anno. Cresce anche la diffusione dei software di Controllo di gestione (58%, +3 p.p. rispetto al 2021), un ambito di pianificazione che sempre più rappresenta un progredire il percorso di digitalizzazione verso un approccio trasversale analitico e automatizzato a supporto delle decisioni.
Crescono, infine, anche il CRM (42%, +2 p.p. rispetto al 2021), che tuttavia risulta ancora essere il modulo meno diffuso, ad evidenziare uno scarso orientamento analitico alla gestione della relazione con il cliente e dei processi di vendita, e i software per la gestione del personale (61%, +1 p.p.). Restano invece stabili i livelli di diffusione dei moduli gestionali legati ai processi core di back end, ovvero la Logistica e magazzino (54%) e l’Approvvigionamento e produzione (50%), in cui gli impatti ricercati nel percorso di digitalizzazione su efficienza ed efficacia incidono direttamente sui risultati d’impresa.

Rilevanza strategica radicata

“La consapevolezza sulla rilevanza strategica dei software è ormai radicata, in ambito pubblico e privato, pur con obiettivi diversi” dichiara Piermassimo Colombo, Vicepresidente AssoSoftware. “Le PMI e le PA avanzate nel percorso di trasformazione sono ancora poche ma i casi di successo evidenziano benefici tangibili legati all’efficienza e all’efficacia dei processi. L’impatto potenziale di queste soluzioni sul sistema paese è significativo ma deve essere correttamente guidato. Enti e aziende dichiarano una mancanza di risorse finanziarie e competenze per poter accelerare: è necessario che tutto l’ecosistema, a partire dalle istituzioni fino agli attori del mercato, si muova in modo coordinato per favorire questo percorso, promuovendo piani di incentivazione e lavorando alla creazione delle competenze digitali nel Paese, ambito su cui l’Italia è particolarmente indietro rispetto al resto d’Europa”.