Il digitale è l’asse portante del Paese, ma al 5G solo lo 0,5% delle risorse

La digitalizzazione è l’asse strategico fondamentale per guidare l’azione di rilancio del Paese, ma pare che al 5G sia stato destinato appena lo 0,5% delle risorse complessive del Pnrr. Gli iniziali 11 miliardi destinati al digitale si sono ridotti a circa 6 miliardi a dicembre, e negli ultimi mesi sarebbero arrivati a 3,3 miliardi, di cui solo 2,2 per la banda ultralarga e il 5G. Quindi, probabilmente, al 5G è stato destinato solo 1 miliardo. Una cifra assolutamente insufficiente, che allarma gli operatori di Tlc: secondo i calcoli di Asstel per le infrastrutture digitali complessivamente servirebbero almeno 10 miliardi. Quanto agli altri Paesi europei, la Germania ha previsto un investimento di circa 6 miliardi per garantire entro il 2025 il massimo sviluppo del 5G, e la Spagna, a dicembre 2020, ha presentato un piano di oltre 4 miliardi.

La ripresa in Europa è digitale

Come emerge dall’indagine condotta da Kantar per il Vodafone Institute, i cittadini percepiscono una certa urgenza. Quasi tutti concordano che il Pnrr dovrebbe impattare in maniera più urgente il settore sanitario, creare opportunità per le piccole imprese colpite dalla crisi pandemica, creare nuovi posti di lavoro, o almeno salvare quelli esistenti. Ma tra gli aspetti importanti per la ripresa emerge proprio il digitale, in particolare, i servizi pubblici digitali (80%), le competenze digitali (78%), l’accesso a Internet a banda larga (77%), la digitalizzazione della PA (75%), le skill (74%) e la connettività (73%).

L’Rrf è efficace, ma un italiano su tre è dubbioso sui fondi

Dalla ricerca emerge che la conoscenza sul tema digitale è ampia, tanto che l’80% degli europei ne è a conoscenza, e tra gli italiani il livello si alza al 90%. Il 70% degli intervistati poi pensa che il Recovery and Resilience Facility (RRF) dell’Unione europea sia un modo efficace per aiutare i Paesi a gestire la ripresa. Anche se riguardo allo stanziamento di 672,5 miliardi, di cui 209 assegnati all’Italia, l’opinione pubblica rimane scettica. E un italiano su tre esprime dubbi sul fatto che tutto il denaro raggiungerà le aree promesse.

I cittadini attribuiscono valore alla connettività

“Il sondaggio Digitising Europe Pulse sottolinea che i cittadini guardano ai loro governi nazionali per risolvere la grave crisi sanitaria ed economica e dimostra il valore che attribuiscono alla connettività”, commenta Inger Paus, direttore del Vodafone Institute.

“Siamo pronti a collaborare con la Commissione Europea e i governi locali per costruire una società digitale veramente inclusiva e sostenibile per tutti gli europei”, aggiunge Joakim Reiter, direttore External Affairs del Gruppo Vodafone, e presidente del Vodafone Institute.

È quindi arrivato il momento di accelerare, ma se come emerge dai bilanci dell’intero settore Tlc le imprese non hanno i margini per stravolgere i piani di investimento, è indispensabile l’aiuto delle risorse pubbliche, riporta Ansa.

Futuro, 7 italiani su 10 sono pessimisti

Sette italiani su 10 dichiarano che il futuro non sarà migliore del presente, ma che anzi c’è bisogno di stabilità, sicurezza, giustizia sociale. Questi, in estrema sintesi, sono i principali elementi emersi da un sondaggio Ipsos condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop  con l’obiettivo di osservare l’evolvere degli andamenti e delle percezioni dell’opinione pubblica italiana su alcuni fenomeni economici e sociali di interesse per la cooperazione. Insomma, i nostri connazionali sono pessimisti di fronte al 2021, e pensano che il futuro non sarà in grado di segnare un miglioramento della situazione attuale.

Voglia di serenità, anche se si vede grigio

La visione che gli italiani hanno del prossimo futuro è grigia: il 73% degli intervistati ha risposto in modo negativo sulle prospettive del 2021 (il 55% prevedendolo poco migliore del presente, il 18% per niente); positiva, invece, la risposta del restante 27% degli intervistati (con il 25% che prospetta un futuro abbastanza migliore del presente ed appena un 2% che lo attende molto migliore). E se il domani fa paura, assumono importanza centrale valori che rispondano al bisogno di costruirne uno di segno diverso. Al primo posto figura la stabilità (espressa dal 44% degli intervistati), seguita dalla sicurezza (38%), dalla giustizia sociale (32%), dalla serenità (31%) e dall’uguaglianza (26%). 

Quali sono i nemici?

L’indagine ha anche esplorato quali siano i “nemici” secondo l’opinione pubblica italiana, quelli che andrebbero combattuti e possibilmente vinti nell’immediato futuro. In base alla ricerca, i nostri connazionali hanno espresso giudizi molto interessanti. Ad esempio, nella lista degli aspetti sociali ed economici che mettono in pericolo il nostro domani, ci sono la corruzione (indicata dal 61% degli intervistati), le tasse (49%), il dilettantismo politico (46%), le ricchezze concentrate in poche mani (45%), la burocrazia (43%). A chiudere la classifica sono la flessibilità lavorativa (8%) e il centralismo (5%).

Il clima del paese peggiora

“Queste analisi ci confermano che, settimana dopo settimana, sta peggiorando il clima del Paese e gli italiani sentono venire meno il coraggio e la voglia di reagire costruttivamente a questa situazione” commenta il presidente di Legacoop Mauro Lusetti. “In parte è ragionevole che sia così, perché questa pandemia si protrae ovunque e francamente non se ne vede un’uscita a breve. Però è compito di tutti che alle difficoltà del momento non si sommino sfiducia e preoccupazioni che potrebbero essere attutite o diminuite affrontando correttamente i problemi. La priorità e la preoccupazione di tutti deve essere quella di dare fiducia al Paese”.

A novembre è record per la vendita di auto elettriche

Se nel mese di ottobre 2020 in Italia sono state vendute 2.892 auto elettriche, a novembre ne sono state vendute 9.722, sia di tipologia Bev, ovvero auto con batteria elettrica, sia Phev, le auto ibride plug-in. Per ora si tratta del dato più alto del 2020. Soprattutto in un contesto di mercato generale dell’auto che per il mese di novembre ha fatto registrare una riduzione del 9% rispetto al novembre dell’anno scorso, con un consolidato 2020 del -28,93% rispetto al 2019. È quanto emerge dal report Analisi di Mercato riportato da Motus-E, l’associazione che promuove la mobilità elettrica in Italia.

Il 7% del mercato è elettrico

Cresce quindi il mercato delle auto elettriche, che a novembre raggiunge il 7% di quota di mercato, e il 3,66% sul consolidato annuo, contro lo 0,87% di consolidato registrato nello stesso mese nel 2019. Più in particolare, le sole auto elettriche con batteria arrivano al 2% sul consolidato, costituendo ancora il 55% del mercato delle auto sotto i 60 gCO2/km. Non è però da sottovalutare, sempre nel mese di novembre, il sorpasso delle ibride plug-in, con una crescita rispetto allo scorso anno del 274%, rispetto al 156% delle auto a batteria.

A dicembre le auto a batteria elettrica potrebbero triplicare l’immatricolato del 2019

La previsione di Motus-E per la fine dell’anno è di raggiungere numeri importanti per entrambe le tipologie. Se a dicembre verrà confermato il trend di novembre le auto a batteria elettrica potrebbero triplicare l’immatricolato del 2019, e superare il traguardo delle 30.000 unità vendute, riporta Askanews. “I numeri delle immatricolazioni auto di novembre 2020 rafforzano la convinzione che la strada che stiamo percorrendo sia quella giusta e che bisogna lavorare per sostenere una domanda che esiste, è reale e in netta e costante crescita – commenta Motus-E -. C’è comunque tanto da lavorare per realizzare in Italia una rete di ricarica degna di un Paese importante e offrire servizi diversificati e di qualità agli utenti”.

Obiettivo, accelerare lo sviluppo della mobilità elettrica

Motus-E è un’associazione italiana costituita da operatori industriali, mondo accademico e associazionismo con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo della mobilità elettrica attraverso il dialogo con le Istituzioni, il coinvolgimento del pubblico e la promozione di programmi di formazione e informazione. Motus-E è stata fondata a maggio 2018, e oggi conta oltre 60 associati e partner tra costruttori di auto, utilities, e fornitori di infrastrutture elettriche e di ricarica. Ma anche, studi di consulenza, società di noleggio, università, associazioni ambientaliste e associazioni di consumatori.

Arrivano le 4 app che sfidano TikTok

Tik Tok si prepara a una nuova sfida. Oltre ai tentativi di controllare, o comunque limitare, l’app a opera soprattutto del governo Usa ora ci si mettono anche alcune app alternative a Tik Tok, già pronte a prendere il posto del popolare social cinese.

Tik Tok ha raggiunto i 2 miliardi di download, e per questo motivo fa gola a Microsoft. Ma secondo la rivista Technology Review del Mit (Massachusetts Institute of Technology), sono quattro i possibili candidati pronti a sostituirsi a Tik Tok.

Si tratta di app come Triller, al momento la concorrente più agguerrita, o Reels, lanciata di recente da Instagram, fino agli outsider Byte e Clash, nati entrambi dall’esperienza di Vine, la piattaforma video di Twitter chiusa nel 2016.

Il travaso di utenti verso Triller

Pur essendo stata lanciata nel 2015, Triller ha raggiunto una certa notorietà solo nell’ultimo periodo, proprio grazie alle vicende di TikTok. Il travaso di utenti, e anche di qualche influencer, ha portato l’applicazione a raggiungere i 250 milioni di download, ben lontani dai 2 miliardi della rivale, ma sufficienti a farla diventare l’app più scaricata a luglio in almeno 50 Paesi, Italia compresa.

“Potrebbe diventare potenzialmente il rifugio principale per gli influencer di TikTok, in cerca di un’altra app con caratteristiche simili che voglia investire su di loro – spiega alla rivista Alessandro Bogliari, esperto di social media -. Ora che qualche star di TikTok ha già lasciato per Triller altri potrebbero seguirli, portando con sé milioni di fan”.

Reels, una minaccia intergenerazionale per il social cinese

È ancora agli inizi invece Reels, applicazione appena lanciata all’interno di Instagram da Facebook, che permette di fare e condividere in uno spazio comune, accessibile da “esplora” video di 15 secondi con una serie di effetti. La chiave del possibile successo, secondo l’esperto Alessandro Bogliari, potrebbe essere nel fatto che Instagram è più intergenerazionale rispetto a TikTok, considerata abbastanza ancora una “riserva” per i più giovani, riferisce Ansa.

Clash e Byte, due nuove arrivate molto promettenti

Ancora in versione beta, invece, anche se è già giudicata molto promettente, la app Clash, ideata da Brendon McNerney, uno dei principali utilizzatori di Vine, che più di TikTok è orientata a far guadagnare i creatori di contenuti con propri video.

Ha pochi mesi anche Byte, l’ultima candidata secondo la rivista, ma che è riuscita già a catalizzare l’attenzione di un pubblico di nicchia, interessato più all’arte e alla musica.

Il cibo italiano è sempre più amato, anche a domicilio

Il lockdown ha visto in aumento gli italiani che hanno utilizzato i servizi di Food Delivery, e se per molti è stata la prima volta, altrettanti hanno consolidato e incrementato l’abitudine di farsi consegnare a casa piatti già pronti. Le pietanze più ordinate per l’asporto? Secondo GfK Sinottica sono state la pizza, gli hamburger e il cibo italiano, in forte crescita rispetto ai piatti della cucina etnica. Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria, anche chi ha scelto di fare la spesa online ha preferito acquistare soprattutto prodotti alimentari Made in Italy.

Insomma, anche durante il periodo del lockdown i consumatori hanno dimostrato la predilezione per i prodotti e gli alimenti tipici della cucina tradizionale italiana.

Food Delivery +70% a marzo e aprile

Secondo i dati GfK Sinottica nei mesi di marzo e aprile 2020, rispetto al periodo precedente il confinamento, l’utilizzo di servizi di Food Delivery da parte degli italiani è cresciuto del +70%. E secondo le rilevazioni nella maggior parte dei casi gli utenti hanno scelto di farsi consegnare a domicilio soprattutto i piatti tipici della cucina italiana. Con i ristoranti chiusi e le lunghe file davanti ai supermercati che hanno caratterizzato le prime fasi dell’emergenza, in tantissimi hanno sfruttato il digitale per far arrivare a casa propria i prodotti di cui avevano bisogno per cucinare. Oppure hanno sperimentato, spesso per la prima volta, i servizi di consegna cibo a domicilio.

Pizza, hamburger e panini i più gettonati

Sempre secondo le rilevazioni di GfK Sinottica durante il lockdown il cibo più ordinato in assoluto attraverso i servizi di consegna domicilio è stata la pizza, seguita da hamburger e panini. Impossibilitati ad andare al ristorante e forse stanchi di cucinare, in molti hanno utilizzato il delivery per farsi arrivare a casa cibo italiano, salito al terzo posto tra le preferenze degli italiani.

Rispetto al periodo precedente all’emergenza Coronavirus risultano invece in calo gli ordini a domicilio di cibo cinese e kebab, rispettivamente al quarto e quinto posto.

Spesa online, +122%

L’amore per i prodotti Made in Italy è evidente anche tra chi ha fatto la spesa online durante il lockdown. Un’abitudine anche questa in forte crescita, che ha segnato un +122% rispetto al periodo precedente l’emergenza Covid-19.

Nel carrello digitale degli italiani sono finiti i prodotti tipici della dieta mediterranea, soprattutto verdure, seguite da pasta, frutta, pizza e pane.

Scelte che denotano anche una certa attenzione al benessere e al mantenimento di un’alimentazione sana, tenuta in considerazione anche, e forse soprattutto, durante la domiciliazione forzata.

Scende l’inflazione, ma aumenta il carrello della spesa

Mentre l’inflazione scende dello 0,2% il carrello della spesa si attesta al +2,4%. Secondo i dati definitivi di maggio resi noti dall’Istat si conferma la stangata per i prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona. Insomma, gli unici acquisti che gli italiani potevano effettuare liberamente anche durante il lockdown. Rispetto ad aprile, la cui crescita era +2,5% a maggio si attesta al +2,4%. Solo un leggerissimo calo, quindi.

“Insomma, mentre la deflazione non ha alcun effetto pratico sulle tasche degli italiani, il carrello incide sul loro portafoglio, aumentando il costo della vita” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.

Un aumento del costo della vita di 212 euro in più all’anno

“Per una coppia con due figli, la famiglia tradizionale di una volta in teoria la deflazione dovrebbe portare a una riduzione della spesa – osserva ancora Dona – ma in pratica, visto che gli italiani non hanno potuto sfruttare appieno la riduzione dei prezzi, non potendo andare a fare la spesa come prima, salvo negli ultimi giorni di maggio, quello che incide è solo il carrello della spesa, che a +2,4% implica un aumento del costo della vita”. Che per i soli acquisti di tutti i giorni è pari a 212 euro in più su base annua. In particolare, per una coppia con 1 figlio, la tipologia di nucleo familiare ora più diffusa in Italia, il rialzo per le compere quotidiane è di 186 euro, mentre per una famiglia media è di 154 euro.

A maggio salgono i prezzi dei prodotti alimentari

A quanto rileva l’Istat, riporta Adnkronos, salgono i prezzi al consumo di alcuni prodotti alimentari, dai salumi (+3,7%) alla frutta (+7,9%) al latte (+3,5%) alla carne (+2,7%). Questo, in controtendenza con l’andamento generale che su base tendenziale vede il Paese. Da una analisi della Coldiretti rispetto ai dati dell’inflazione a maggio nel carrello della spesa si rilevano aumenti consistenti anche per il pesce surgelato (+5%), la verdura (+5,3%) pasta (+3,5%), burro (+2,1%), formaggi (+2,4%), acqua minerale (2,3%) e zucchero (+2,2%).

Si tratta di prodotti spinti dall’andamento anomalo della domanda, che ha favorito l’accumulo di scorte di prodotti soprattutto a lunga conservazione.

Incidono sulle quotazioni i problemi di ristoranti, bar, agriturismi e agricoltori

Ma, secondo Coldiretti, un’altra causa è rilevabile anche dallo sconvolgimento in atto sul mercato per le limitazioni ai consumi fuori casa, con le difficoltà per la ristorazione e per il commercio ambulante. A incidere sulle quotazioni sono stati infatti i problemi di ristoranti, bar, agriturismi, e in molte regioni, anche dei mercati rionali e degli agricoltori, che moltiplicando le offerte, ampliano la concorrenza aumentando le possibilità di scelta dei consumatori. Una situazione che ha favorito le speculazioni al ribasso nei campi e nelle stalle, con il taglio ai compensi pagati agli agricoltori e agli allevatori.

Lo smart working piace agli italiani, ma un terzo non è attrezzato

Sono quasi due milioni gli italiani che hanno dovuto trasformare la propria casa in ufficio a causa dell’emergenza Covid-19. E dopo più di un mese di contenimento casalingo, l’80% dei lavoratori in smart working giudica positivamente questa modalità di lavoro. E c’è chi sarebbe addirittura disposto a rinunciare a parte del proprio stipendio pur di continuare a lavorare dalla propria abitazione. È quanto emerge dal sondaggio condotto da IZI, in collaborazione con Comin & Partners, tra su un campione di 1000 persone che stanno sperimentando il lavoro agile. Purtroppo però, il telelavoro non è una scelta possibile per tutti. Un italiano su tre, infatti, ha problemi per l’accesso alla rete, o non dispone di computer e apparecchi tecnologici all’interno della propria abitazione.

Il 35% è disposto a lavorare a casa anche dopo la crisi

Il 35% degli intervistati sarebbe disposto a mantenere lo smart working anche superata la crisi sanitaria. Il 57%, poi, sarebbe disponibile a una formula di lavoro agile parziale, ed è significativa anche la percentuale, il 37%, di coloro che sarebbero disposti a rinunciare a parte del proprio stipendio pur di continuare a lavorare dalla propria abitazione, riporta Ansa. Questo perché i vantaggi del telelavoro, secondo gli intervistati, sono numerosi. Al primo posto, per oltre un terzo degli intervistati, c’è il risparmio del tempo che solitamente si impiega per recarsi al lavoro. Inoltre, il 30% indica una maggiore flessibilità di orari, il 15% il risparmio economico su trasporti e pranzo, e il 13%e la possibilità di trascorrere più tempo con la famiglia. Minore, ma comunque interessante, il dato di quanti affermano di preferire il lavoro agile per la possibilità di mangiare più sano.

Le difficoltà maggiori: “non staccare mai” e organizzare il proprio tempo

In linea generale, il 58% si ritiene abbastanza soddisfatto della nuova modalità di lavoro, contro un 16% di coloro che si dichiarano poco soddisfatti.

Se da un lato a casa è più facile organizzare il lavoro dall’altro questo può portare a una difficoltà nel trovare il tempo da dedicare alle attività personali.

È esattamente per questo che il 23% ha dichiarato di “non staccare mai”, mentre il 5% fa fatica a organizzare il proprio tempo, e il 7% trova complesso gestire e pianificare il lavoro. Ma la mole di lavoro non è l’unico limite che lo smart working deve superare.

Non tutti hanno una connessine internet adeguata. E le distrazioni non mancano

Un limite decisivo alla diffusione dello smartworking è il fatto che un italiano su tre ha problemi di accesso a internet o non dispone di pc. Non sempre, infatti, si dispone di una connessione internet adeguata, abbastanza veloce da non complicare il normale svolgimento delle proprie mansioni. Inoltre, in questo momento di lockdown molti lavoratori non sono soli in casa, e i molti dispositivi utilizzati simultaneamente non consentono una connessione in grado di supportarli. Non è tutto. Tra coinquilini, famiglia, televisioni e quant’altro le distrazioni non mancano. Per il 13,4% non riuscire a trovare a giusta concentrazione per poter lavorare rappresenta un ulteriore ostacolo allo smart working.

Scuola on line, per la maggioranza degli studenti è promossa

Certo, non è ancora per tutti, ma per la maggior parte degli studenti è oramai una abitudine quotidiana: la didattica a distanza, attivata in corsa a seguito dell’emergenza coronavirus e delle successive restrizioni, sembra funzionare. I numeri relativi a professori e ragazzi collegati  migliorano di giorno in giorno, soprattutto sul fronte della qualità (a parte qualche differenza Nord-Sud). Se il quadro della scuola “da lontano” è tutto sommato positivo, non si possono però nascondere alcune criticità.

Il monitoraggio delle lezioni

A fare il punto sulla didattica via web è il nuovo monitoraggio settimanale dell’Osservatorio “Scuola a distanza” di Skuola.net, che ha coinvolto 25 mila alunni di medie e superiori. Tra questi ultimi, oltre 2 su 3 fanno ormai lezione in modo estremamente interattivo, collegandosi in video-conferenza con i professori, grazie alle piattaforme più evolute (la settimana precedente erano il 60%). Anche le scuole medie, seppur con qualche lentezza in più, crescono di buon grado: sono quasi 6 su 10 (una settimana fa erano meno della metà) i ragazzi che possono sfruttare i software di ultima generazione, anziché limitarsi all’uso del registro elettronico o al semplice svolgimento dei compiti assegnati a casa.

I dispositivi tecnologici non bastano

Certo è che per fare lezione a distanza servono gli strumenti adeguati e non tutte le famiglie possono schierare pc e device per i figli studenti. Il 27% degli intervistati, ad esempio, ha dichiarato che in casa non ci sono dispositivi a sufficienza (computer, tablet, ecc.) per far studiare i figli e lavorare i genitori nello stesso momento. Discorso simile per la connessione: il 23% ha ancora problemi di Rete (e un ulteriore 33% li ha risolti nel corso delle settimane). Tra i principali motivi di questa difficoltà, spiccano  la mancanza di un collegamento fisso veloce in grado di supportare lo svolgimento corretto delle lezioni (61%), il fatto di accedere da un hotspot mobile ma con copertura insufficiente o ancora la mancanza di Giga a disposizione (24%). Quasi uno studente su 10 (il 9%) non ha neppure questo.

Arrivano i voti
Sono invece partite alla grande le verifiche e le interrogazioni via web: più di uno studente su 2, sia alle medie sia alle superiori, le ha già sperimentate. Adesso la vera criticità è coinvolgere tutti gli studenti nella didattica a distanza, visto che una percentuale non bassissima di ragazzi dichiara di non essere stato ancora raggiunto dallo smart learning in forma ufficiale e codificata dall’istituto: sono il 6% alle superiori e 17% alle medie.

Con Microsoft l’Intelligenza artificiale aiuta la salute

L’isola di Pasqua, la Città Vecchia di Edimburgo, Kilwa Kisiwani, in Tanzania, Chan Chan in Peru e la città-moschea di Bagerhat, in Bangladesh. Sono queste le cinque location scelte da Google per preservare in digitale i siti patrimonio dell’umanità minacciati dai cambiamenti climatici. Con il progetto Heritage on the Edge, Google Art & Culture rende infatti possibile accedere a oltre 50 mostre online volte a sensibilizzare il pubblico sugli effetti del riscaldamento globale sul patrimonio culturale. Il progetto si è svolto con il supporto di ICOMOS e CyArk, un’organizzazione che da una quindicina di anni è al lavoro per creare un archivio digitale dei tesori artistico/culturali a rischio nel mondo.

Droni e scanner 3D da Edimburgo all’Isola di Pasqua

Il progetto è stato realizzato con l’ausilio di droni e scanner 3D in collaborazione con esperti locali di ogni sito coinvolto. La raccolta dati delle cinque località storiche servirà anche per aiutare le comunità e gli studiosi locali a comprendere come preservarle. Grazie a spedizioni sul campo dotate delle più avanzate tecnologie, la città vecchia di Edimburgo, la città-moschea di Bagerhat in Bangladesh, Kilwa Kisiwani sulla costa Swahili in Tanzania, la città antica di Chan Chan in Perù e l’Isola di Pasqua ora offrono una prospettiva globale sul tema dei cambiamenti climatici e delle loro ripercussioni su monumenti, siti archeologici, e altre aree di interesse culturale, riporta Adnkronos.

Su Google Arts anche modelli in realtà aumentata

Sono anche disponibili i modelli in realtà aumentata della Moschea dalle Nove Cupole in Bangladesh e la fortezza di Ghereza (Tanzania), che ne consentono la visita virtuale. Grazie allo strumento Street view sarà infatti possibile effettuare tour a 360 gradi dei siti interessati, dove le immagini saranno arricchite da testi esplicativi. Per fruire il tutto basta andare sul sito di Google Arts ed entrare appunto in Heritage on the Edge. Dove chiunque può scaricare i dati rilevati da CyArk tramite la Google Cloud Platform.

Un supporto al lavoro di restauratori e ricercatori

Heritage on the Edge permette quindi di consultare una cinquantina di esposizioni online, che illustreranno l’impatto del clima sui monumenti.

Ma il progetto Heritage on the Edge non nasce solo con finalità documentarie. Nella mission di Google c’è anche il supporto al lavoro di restauratori e ricercatori alle prese con siti archeologici a rischio, che saranno aiutati dall’aver accesso a questa grande mole di dati.

Più donne in carriera, ma stipendi più bassi dei colleghi uomini

Negli ultimi dieci anni il numero delle donne nei board aziendali è cresciuto di circa 6 volte, arrivando a quota 36,3%. Le donne con cariche esecutive restano però esigue, e non arrivano al 12%. E la forbice delle buste paga con i colleghi maschi resta elevata, e le donne che lavorano nelle società quotate in Borsa guadagnano fino al 70% in meno.  Ancora poche soddisfazioni, quindi, o comunque assai inferiori a quelle dei colleghi maschi, “Nonostante la crescita della presenza femminile nei board in termini retributivi è ancora enorme il gender gap”, si legge nell’Executive Compensation Outlook 2019, lo studio che analizza i compensi degli executive manager e dei membri dei board delle società quotate in Borsa Italiana.

Crescono le quote rosa nei board

Secondo lo studio, realizzato da Badenoch + Clark Executive in collaborazione con l’Osservatorio JobPricing, il lato positivo è quello dell’aumento delle quote rosa nei board aziendali. Un trend in gran parte da ascriversi all’introduzione della legge n. 120 del 12 luglio 2011 per la promozione dell’equilibrio di genere negli organi sociali delle quotate. Ma anche in questo caso non è tutto oro ciò che luccica. “Nonostante questo quadro positivo – affermano gli analisti – si può osservare che i membri femminili con cariche esecutive nei board delle società quotate sono appena l’11,9%. Un dato che risulta decisamente inferiore alla percentuale di dirigenti donna nel mercato del lavoro italiano (32%) e alla percentuale di donne in profili non esecutivi (40,4%)”.

Una busta paga più magra di 200.000 euro l’anno

Come rileva ancora lo studio, “minore accesso a posizioni di vertice si traduce automaticamente in minore opportunità di guadagno con un ampliamento, per le società quotate, del differenziale retributivo fra maschi e femmine: se tra i dirigenti italiani in generale il delta è in media poco superiore al 8%, guardando alle società listate in Borsa Italiana si arriva quasi al 70% (circa 200.000 euro l’anno)”. E se si considerano i profili non esecutivi si scende al 42,5%, che corrispondono a circa 20.000 euro l’anno, riporta la Repubblica.

“Il gender gap assume dimensioni enormi nel caso di società quotate”

Se è vero che l’Italia oggi è al 82° posto su 144 Paesi nel mondo per quanto concerne la capacità di colmare le differenze di genere, inevitabilmente, un riflesso di questo dato si ritrova puntualmente nei diversi package retributivi delle donne nelle posizioni apicali delle società quotate. “Il gender gap assume dimensioni enormi nel caso di società quotate e la forte discrepanza non accenna a diminuire”, commenta Diego di Barletta, head of executive di Badenoch + Clark. Un esempio? Un dirigente donna in Italia guadagna circa 9 mila euro lordi in meno del collega uomo. Il divario di genere, poi, cresce in modo considerevole al crescere del volume di affari della società quotata, passando, per i manager con funzioni esecutive, dal 50,3% in aziende con fatturato fino a 100 milioni all’86% in aziende con oltre 800 milioni.