Come si leggono i dati Istat su occupati e disoccupati

Ogni volta che l’Istat pubblica la nota mensile sul lavoro, i titoli dei giornali vanno in direzioni opposte. Chi guarda il bicchiere pieno scrive che gli occupati sono più di 24 milioni, chi guarda quello vuoto parla di disoccupazione in salita. Con i dati di agosto 2026 è successo di nuovo: secondo l’Istat gli occupati sono rimasti fermi rispetto a luglio, intorno a 24,35 milioni come ha riassunto Civonline, mentre i disoccupati sono cresciuti del 3,1% in un mese. Il tasso di occupazione è al 63%, quello di disoccupazione al 6,2%, e Finanza.com, nel suo commento dell’11 ottobre, mette l’accento sui giovani, dove la disoccupazione resta intorno al 20%.
Come possono stare insieme un numero di occupati stabile e più persone senza lavoro? Non è una contraddizione, e capirlo aiuta a leggere meglio anche tutto il resto.
Disoccupato non vuol dire «senza lavoro»
Per l’Istat, e per le statistiche europee, il mondo si divide in tre gruppi. Gli occupati hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di riferimento. I disoccupati non hanno un impiego, ma lo hanno cercato attivamente nelle ultime quattro settimane e sarebbero disponibili a iniziare a breve. Gli inattivi non lavorano e non cercano: studenti, chi si occupa dei familiari, chi si è scoraggiato.
La differenza sta tutta in quel verbo, cercare. Immaginate Giorgio, 54 anni, rimasto a casa dopo la chiusura di un’officina nel Bresciano. Per un anno ha mandato curriculum, poi ha smesso. Statisticamente è inattivo. Un giorno un ex collega gli dice che un’azienda della zona assume e lui ricomincia a telefonare. Da quel momento diventa disoccupato, e il tasso di disoccupazione sale. Nella realtà non è peggiorato niente, anzi: una persona è tornata sul mercato. Non a caso nei dati di agosto gli inattivi sono scesi dello 0,2%, e lo stesso movimento può spiegare parte dell’aumento dei disoccupati.
Il tasso di disoccupazione, insomma, misura quanta gente cerca lavoro senza trovarlo, non quanta gente è in difficoltà. Sono due cose parenti, non coincidenti.
Dove sta il lavoro che si può fare da lontano
C’è un altro numero che conviene mettere accanto a quelli dell’Istat. L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha contato nel 2025 circa 3,57 milioni di persone che lavorano almeno in parte da remoto, con un aumento dello 0,6% sull’anno prima. Dentro quella cifra convivono mondi molto diversi: nelle grandi imprese lavora da remoto il 53% del personale, nella pubblica amministrazione la crescita è stata dell’11%, mentre nelle piccole e medie imprese il numero è sceso di quasi l’8%.
Lo stesso Osservatorio, in una stima ripresa a settembre da TuttoLavoro24, calcola che a parità di strumenti e di produttività il bacino potenziale arriverebbe a circa 6,5 milioni di persone. Quasi il doppio.
Cosa c’entra con la disoccupazione? Più di quanto sembri. Una ragioniera di Sulmona che oggi deve scegliere fra un pendolarismo di due ore verso Pescara e il lavoro in un negozio sotto casa potrebbe, se lo studio che la assumerebbe accettasse di farla lavorare qualche giorno da casa, restare nel suo paese e avere comunque uno stipendio da professionista. Una madre di due bambini che un anno fa ha smesso di cercare perché gli orari non reggevano potrebbe rimettersi in gioco. Nelle statistiche, la prima passa da una categoria all’altra senza che nessuno se ne accorga; la seconda, da inattiva, torna a essere disoccupata, e il tasso, ancora una volta, sale un po’.
Va detto che il lavoro da remoto non è per tutti, e nemmeno per la maggior parte. Un’infermiera, un muratore, un’operaia di una linea di imbottigliamento non possono spostare il proprio posto in cucina. Per loro il cambiamento passa da altre strade, per esempio dai robot che sollevano i pallet nei magazzini o dalle macchine a controllo numerico che cambiano le mansioni in fabbrica. Sono trasformazioni più lente e meno visibili, ma incidono sulle stesse statistiche: chi perde una mansione non sempre trova subito la successiva.
Come leggere la prossima nota
L’Istat ha in calendario un nuovo aggiornamento il 29 ottobre. Quando uscirà, titoli e commenti si concentreranno quasi sicuramente sulla variazione mensile. È la parte meno utile. I piccoli spostamenti da un mese all’altro sono dentro il margine d’errore della stima, e a volte vengono corretti in seguito. Conviene invece guardare alcune cose più stabili:
- il confronto con lo stesso mese dell’anno prima, dove l’analisi di Italia Informa parla di circa 291mila occupati in più;
- la quota di contratti a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine;
- il tasso di inattività, che in Italia resta intorno al 32,7% e rimane uno dei più alti d’Europa.
Quest’ultimo è il numero che racconta di più. Un Paese in cui un terzo delle persone in età lavorativa non lavora e non cerca ha un problema diverso dalla disoccupazione: ha una grande riserva di competenze e di tempo che il mercato non riesce a intercettare. Gli orari rigidi, la distanza fra casa e impiego, la scarsità di servizi per l’infanzia pesano qui molto più di qualunque ciclo economico.
Per questo, quando si discute di lavoro agile, ha poco senso ridurlo alla scena del portatile sul divano. Per molte persone è la differenza fra rientrare nelle statistiche o restarne fuori. Basta chiedere a chi, in un paese di montagna, ha scoperto che il suo studio di Milano non è poi così lontano, se la connessione regge e la cucina ha una porta che si chiude.







