Giovani: rimanere single a lungo influisce negativamente su benessere e qualità della vita

I media descrivono la condizione di single come un’espressione dello stile di vita, dell’autodeterminazione e dell’emancipazione, con espressioni come “partnership”, “vita da soli”, “sologamia” e “singleness”. Allo stesso tempo, sempre più giovani adulti scelgono di non impegnarsi in una relazione sentimentale stabile.

Un team di ricerca guidato dall’Università di Zurigo (UZH) ha studiato in che modo la condizione di single a lungo termine influisca sul benessere delle persone di età compresa tra 16 e 29 anni. I ricercatori hanno rilevato come la soddisfazione di vita, la solitudine e i livelli di depressione si sviluppano nel corso dell’età adulta tra i single abituali rispetto alle persone che hanno formato una coppia in età più avanzata.

L’identikit di chi fatica a trovare l’anima gemella

Troppo istruiti, maschi o ancora conviventi con i genitori: sono questi i profili di chi fatica di più a trovare l’anima gemella. L’analisi mostra che uomini, persone con un livello di istruzione elevato, chi presenta un livello inferiore di benessere o chi vive da solo o con i genitori hanno in media maggiori probabilità di rimanere single più a lungo.

Lo studio suggerisce che, nel tempo, i giovani adulti che rimangono single per un periodo prolungato sperimentano un maggiore declino della soddisfazione di vita e un crescente senso di solitudine. Questi deficit di benessere diventano più pronunciati verso la fine dei trent’anni, che è anche il momento in cui i sintomi della depressione aumentano.

La prima relazione romantica ha un effetto positivo

Il team di ricerca ha poi esaminato come la prima relazione sentimentale dei giovani influenzi il loro benessere nel tempo. Appena i giovani iniziano la loro prima relazione il benessere psicofisico subisce un miglioramento immediato e significativo, si sentono meno soli e aumenta la soddisfazione per la vita. Nessun effetto simile è stato osservato, tuttavia, per quanto riguarda i sintomi depressivi.

La sfida maggiore, sottolineano i ricercatori, è che la solitudine prolungata rischia di diventare “auto-alimentante”. Un basso livello di benessere rende meno propensi a mettersi in gioco, rendendo più difficile trovare un partner proprio quando il desiderio di stabilità aumenta. 

L’impatto psicologico della solitudine prolungata

Secondo il coautore della ricerca, Michael Kramer, il benessere dei single e di chi è in coppia è simile durante l’adolescenza, ma le strade divergono drasticamente verso la fine dei vent’anni.
“I giovani adulti che restano single per un periodo prolungato sperimentano un calo della soddisfazione e un aumento del senso di solitudine”, spiega. Questi sintomi tendono a peggiorare intorno ai 30 anni, quando possono manifestarsi anche segnali depressivi.

“I nostri risultati dimostrano che restare single a lungo nella prima età adulta comporta rischi moderati per il benessere emotivo”, aggiunge Kramer, come riporta AGI, suggerendo che i fattori sociodemografici e psicologici pesino molto più del semplice “caso” nell’incontro con l’anima gemella.

Lavoro: nel 2026 chi cerca un’occupazione è insicuro e non sa come distinguersi

Oggi, nonostante siano in molti a pensare che nell’ultimo anno la ricerca di lavoro sia diventata più difficile, a livello globale oltre la metà delle persone (52%) è alla ricerca di un nuovo ruolo nel 2026. Ma secondo una ricerca di Linkedin, tutte le generazioni, dai Baby Boomer alla Generazione Z, condividono la stessa difficoltà: non sanno come distinguersi nei nuovi processi di assunzione basati sull’Intelligenza artificiale.
Eppure, la maggior parte di loro prevede di utilizzare proprio gli strumenti di AI nella ricerca di una nuova occupazione.

Inoltre, i mezzo alla crescente pressione per scoprire candidati ‘nascosti’, molti reclutatori si stanno rivolgendo all’AI. Tanto che il 59% di loro afferma che l’AI sta già aiutando a trovare candidati provvisti di competenze che altrimenti non sarebbero riusciti a trovare.

Reclutatori e professionisti: un divario sempre più ampio

In un mondo in continuo cambiamento e in forte competizione, la ricerca di LinkedIn mostra un divario sempre più ampio tra chi cerca lavoro e fatica a distinguersi e i reclutatori, secondo i quali è più difficile trovare talenti qualificati.
I dati della piattaforma mostrano che i candidati statunitensi per posizione aperta sono raddoppiati dalla primavera del 2022.

Quasi due terzi (65%) delle persone affermano poi che trovare lavoro è diventato più difficile, citando la concorrenza come ostacolo principale, seguita dall’incertezza sulla propria idoneità a ricoprire un ruolo e dalle lacune nelle competenze.

HR: l’AI aiuta a coprire le posizioni aperte

I reclutatori quindi si trovano ad avere meno posizioni aperte da ricoprire e devono affrontare rischi maggiori.
Secondo due terzi (66%) dei reclutatori nell’ultimo anno è diventato più difficile trovare talenti qualificati, poiché si deve affrontare una pressione crescente per ricoprire le posizioni più velocemente (42%) e scoprire candidati ‘nascosti’ (39%).

Per questo, il 93% dei reclutatori afferma di voler incrementare l’uso dell’AI nel 2026. Due terzi di loro (66%) prevedono di aumentarne l’uso per i colloqui di preselezione, mentre il 70% ritiene che ciò aiuterà ad avere conversazioni più utili con i candidati.

Per tutti, è importante saper cogliere l’attimo

Per quanto riguarda chi è in cerca di un’occupazione, l’81% sostiene di avere utilizzato o di voler utilizzare l’Intelligenza artificiale nella ricerca di lavoro, e quasi la metà (48%) dichiara che gli strumenti di AI aumentano la loro sicurezza nei colloqui.  

Dal canto suo, LinkedIn aiuta sia chi cerca lavoro sia chi seleziona le risorse umane a ‘cogliere il momento’, grazie a una rete che aiuta a prendere decisioni in modo rapido e sicuro, e tramite strumenti di AI che stanno già producendo risultati concreti. 

Lavoro, 1 milione di posti in più. Ma cresce la cassa integrazione 

Nel mese di agosto 2025 gli occupati totali in Italia hanno raggiunto quota 24,1 milioni. Il record è stato comunque registrato a luglio, quando la platea ha raggiunto la soglia di 24,2 milioni di unità.
Durante questi primi tre anni di governo Meloni il numero complessivo degli occupati è cresciuto di un milione di unità. Ma a queste note positive si contrappone l’andamento della cassa integrazione.

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, a confronto con lo stesso periodo del 2024, nel primo semestre di quest’anno il numero delle ore autorizzate è salito di quasi il 22%, per un ammontare di 305,5 milioni di ore (+54,7 milioni).

Impennata della Cig straordinaria al 46,4%

Analizzando le singole tipologie di intervento, la Cig in deroga (Cigd4), sebbene sia costituita da un monte ore molto contenuto, è crollata del 70%, la Cig ordinaria (Cigo5) è cresciuta ‘solo’ del 7,3%, mentre la Cig straordinaria (Cigs6) ha subito una impennata del 46,4%. Un incremento molto allarmante che segnala inequivocabilmente le difficoltà vissute in questo periodo da alcuni settori, in particolare, della manifattura. 

In questi ultimi tre anni i risultati ottenuti in materia occupazionale sono stati positivi, anche se il merito è riconducibile più agli imprenditori che alla politica. Tuttavia, la crescita dell’occupazione è stata sotto l’1%, e a questa crescita non è corrisposto un incremento altrettanto importante della produttività, almeno nel settore dei servizi e del terziario.

Più lavoratori, ma retribuzioni al palo

Pertanto, gli stipendi degli italiani, che mediamente sono al di sotto della media europea, faticano a crescere adeguatamente. Inoltre, il tasso di occupazione femminile rimane tra i più bassi in UE, mentre i NEET presentano ancora dimensioni preoccupanti.
Ora, con una produzione industriale che stenta a riprendersi e il deciso aumento del ricorso alla cassa integrazione, il quadro generale presenta più ombre che luci.

Se non vogliamo scivolare verso una crisi strisciante che, a seguito delle tensioni geopolitiche e della transizione digitale ed ecologica, ha già coinvolto la Germania e la Francia, dobbiamo spendere bene e presto i soldi del Pnrr.

Cigs al top per auto, metallurgia e macchinari

Con la messa a terra entro il mese di giugno 2026 degli oltre 100 miliardi di euro del Pnrr ancora a disposizione, si può dare un contributo importante all’ammodernamento del Paese, evitando al contempo una nuova crisi. 
In ogni caso, tra i settori che compongono il manifatturiero, le ore di Cigs più richieste hanno riguardato il comparto dell’auto, dove nel primo semestre di quest’anno il monte ore ha toccato 22milioni (+85,8% rispetto al I semestre 2024).

Seguono le imprese metallurgiche (lavorazione ferro, alluminio, rame…) che hanno chiesto poco più di 20 milioni di ore (+56,7%), la fabbricazione macchine e apparecchi meccanici (quasi 11,3 milioni di ore, +12,5%) e le calzature (11,1 milioni, +144,3%).
La Cigs riconducibile a questi quattro settori incide per oltre il 55% del totale autorizzato a tutto il comparto manifatturiero nazionale.

Lavoro e parità di genere: l’Italia è ancora indietro

Uomini, donne, posti di lavoro: come siamo messi fin Italia? Non tanto bene, come riportano dati recenti. Nel nostro Paese, infatti, la percezione della parità di genere sul lavoro rimane lontana dall’essere un obiettivo raggiunto.

Lo rivela la nuova Worldviews Survey di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research), realizzata con il contributo di BVA Doxa. L’indagine, che ha raccolto le opinioni di oltre 35mila persone in 40 Paesi, mostra come il nostro Paese si distingua in negativo rispetto alla media mondiale.

“Forti squilibri” per il 58% degli italiani 

Solo il 38% degli italiani intervistati ritiene che uomini e donne godano oggi delle stesse opportunità professionali, mentre il 58% percepisce ancora forti squilibri. Il divario di genere pesa molto: quasi un uomo su due (46%) pensa che la parità sia già stata raggiunta, contro appena il 31% delle donne, che raccontano esperienze più frequenti di discriminazione.

Non mancano differenze legate all’età. I più giovani e gli over 65 risultano i più scettici, mentre la fascia centrale tra i 35 e i 54 anni mostra una visione leggermente più positiva. Anche il territorio incide: le percentuali più basse si registrano al Nord-Est e al Centro (31-32%), quelle più alte al Nord-Ovest e al Sud con le Isole (42-43%).

Politica, famiglia e altre sfere della vita

Un quadro simile emerge anche in politica: solo il 38% degli italiani considera raggiunta la parità di genere nelle istituzioni, con un netto divario tra uomini (46%) e donne (30%).

Più rassicurante invece lo scenario familiare: il 59% degli intervistati crede che in casa ci sia un buon equilibrio tra ruoli maschili e femminili, con differenze meno marcate tra i due sessi.

Il confronto con il mondo

Se guardiamo oltre i confini nazionali, il quadro appare più incoraggiante. A livello globale, il 59% degli intervistati ritiene che la parità sul lavoro sia stata raggiunta almeno in parte. Un progresso evidente rispetto al 2019, quando la quota si fermava al 34%.

Anche qui, però, il divario di genere resta forte: il 64% degli uomini dichiara che l’uguaglianza è una realtà, contro il 35% delle donne. L’area più ottimista è quella dell’Asia-Pacifico, con il 66% di risposte positive, seguita da Americhe (58%) e Medio Oriente e Nord Africa (57%). L’Europa resta più cauta, con una media del 55%.

Un traguardo ancora lontano

La ricerca mostra come la percezione della parità di genere cambi non solo tra uomini e donne, ma anche tra generazioni e aree geografiche. In Italia, in particolare, la strada da fare appare ancora lunga: se in famiglia prevale l’equilibrio, sul lavoro e in politica resta evidente un divario che frena i progressi.

AI al lavoro: tra entusiasmo e timore la bussola resta il fattore umano

Sebbene una ricerca di LinkedIn indichi un crescente ottimismo, con più della metà dei lavoratori (54%) convinta che l’Intelligenza artificiale migliorerà la gestione delle attività quotidiane, permane la ‘paura di essere tagliati fuori’ (34%).

Lo studio delinea quindi uno scenario in chiaroscuro. Quasi la metà dei lavoratori (47%) percepisce di non sfruttare appieno il potenziale dell’AI, un dato che si fa più evidente tra le fasce più giovani. Ciò riflette un’incertezza diffusa sul modo in cui l’AI potrebbe ridefinire i ruoli professionali nel prossimo futuro. Il 35% degli intervistati si dichiara impreparato a gestire tale transizione, riaffermando al contempo il valore delle connessioni umane. 

Non è più un concetto futuristico

“Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione e oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento – spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. L’AI non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare. Eppure, solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare e molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua supporta i dipendenti nella trasformazione digitale e offre strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati”.

Spetta quindi ai leader fare la differenza, fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.

Il paradosso dei nativi digitali

I giovani tra 18 e 28 anni si mostrano i più ottimisti, con il 61% che vede un impatto positivo dell’AI sul lavoro quotidiano. Tuttavia, il 40% di loro ammette di non sapere quali competenze siano necessarie per rimanere competitivi.
Se l’apprendimento di queste nuove abilità viene percepito come un secondo lavoro dal 44% dei professionisti tra i giovanissimi (18-24 anni) il dato sale al 58%, evidenziando la necessità di una guida più chiara.

Nonostante l’accelerazione tecnologica per il 74% degli intervistati nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e il giudizio delle persone. Questo sentimento si riflette nel 57% dei lavoratori, che si sente più sicuro nel prendere decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale. 

Il supporto dei processi decisionali solleva preoccupazioni

Mentre l’AI è vista come uno strumento utile per la redazione di contenuti non è ancora percepita come un supporto affidabile per le scelte strategiche. Per il 40% degli intervistati il supporto dell’AI nei processi decisionali solleva preoccupazioni etiche, con un picco del 44% tra gli under25

Insomma, riferisce Adnkronos, l’introduzione accelerata dell’AI sta generando una forte pressione con la sensazione di non riuscire a staccare dal lavoro, soprattutto tra i giovani. In questo scenario, è cruciale il ruolo della leadership: il 53% dei professionisti si affida ai propri dirigenti per navigare il cambiamento.
La sfida per le aziende, dunque, non è solo fornire gli strumenti tecnici, ma creare una cultura basata sul dialogo e la trasparenza.

Prestiti personali, occhio alle frodi: 900.000 gli italiani caduti in trappola nel 2024

Lo scorso anno circa 894.000 italiani sono stati vittime di truffe o tentativi di frode mentre cercavano un prestito personale. Secondo l’indagine condotta per Facile.it dall’istituto mUp Research, il danno medio stimato è di 740 euro.

Però, se si considera che il 15,4% delle persone truffate ha perso più di 900 euro, il danno complessivo supera i 630 milioni di euro.

I canali più utilizzati dai truffatori

Lo studio evidenzia che i metodi più diffusi dai truffatori sono stati i falsi call center (49%), le email ingannevoli (36%) e i siti web fasulli (28%). Non mancano tentativi tramite messaggi istantanei come SMS o WhatsApp (13%) e, sorprendentemente, anche il porta a porta tradizionale (10%).

Nonostante i danni subiti, più della metà delle vittime (56,4%) non ha denunciato la frode. I motivi principali? La sensazione di ingenuità per essere caduti nella trappola (35,3%) e il desiderio di non rendere nota la vicenda a familiari o amici (29,4%).

Come mettersi al riparo dalle frodi  

Per evitare di cadere nelle trappole di malintenzionati sempre più abili, gli esperti consigliano di seguire alcuni semplici regole. Come prima cosa, è essenziale controllare chi si ha davanti. Prima di richiedere un prestito online, è fondamentale verificare l’affidabilità del soggetto con cui si interagisce. È consigliabile rivolgersi a enti regolamentati dalla Banca d’Italia e consultare l’elenco dell’OAM (Organismo Agenti e Mediatori), dove sono registrati tutti i mediatori creditizi autorizzati.

In seconda battuta, mai fare pagamenti anticipati. Una richiesta di commissioni o spese anticipate prima dell’erogazione del prestito è un chiaro segnale di rischio. È preferibile interrompere la trattativa e rivolgersi ad altri operatori.
Attenzione inoltre ai documenti richiesti: non basta fornire carta d’identità, codice fiscale o IBAN. Le società serie chiedono anche buste paga o dichiarazioni fiscali (CUD o 730). Richieste superficiali possono essere tentativi di furto d’identità.

Altri controlli da effettuare

Come ogni altra operazione in rete, è necessario verificare il sito web. Un portale affidabile deve essere aggiornato, sicuro (https://), avere sede in Italia, Partita IVA e PEC. Questi elementi aiutano a distinguere i siti legittimi da quelli truffaldini.

Infine, prima di firmare, bisognerebbe controllare il Modulo Secci, obbligatorio per ogni prestito. Riassume tutte le condizioni economiche, consentendo di valutare l’offerta in modo chiaro e sicuro.

Italiani e sentiment per il Paese: divisi tra orgoglio e voglia di cambiare vita

Secondo il Rapporto Italia 2025 di Eurispes, una larga maggioranza degli italiani — il 72% — considera un privilegio vivere nel proprio Paese. Un dato in crescita rispetto al 62,9% registrato dieci anni fa.
Il sentimento di appartenenza è soprattutto legato a elementi culturali, paesaggistici e sociali che ancora oggi definiscono l’identità italiana.

Bellezza, tradizione e clima: i punti fermi del Bel Paese 

Gli italiani indicano come motivo principale di orgoglio la bellezza del paesaggio naturale, citata dal 21,6% degli intervistati. Seguono la ricchezza storica e artistica, un patrimonio che ancora incanta il mondo e che il 19,6% dei cittadini considera un punto di forza irrinunciabile.

La tradizione gastronomica italiana, riconosciuta a livello globale, è apprezzata dal 14,8%, mentre la libertà di espressione e opinione (13,2%) e il clima mite (12%) completano la lista dei fattori che rendono speciale vivere nel Belpaese.
I dati confermano come il senso di fortuna risieda più in un legame affettivo e culturale che in altre variabili materiali o economiche.

Le difficoltà che pesano sull’umore degli italiani

Non mancano però le ombre: chi vede la vita in Italia sotto una luce negativa punta il dito sulle difficoltà economiche generali (23,2%) e soprattutto sulla precarietà del mercato del lavoro (22,7%). Questi problemi rappresentano le principali ragioni di insoddisfazione per molti cittadini, mettendo a dura prova quel senso di sicurezza e stabilità che tutti cercano.

La fuga all’estero: 4 su 10 andrebbero via

Negli ultimi dieci anni, secondo i dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), oltre 1,2 milioni di italiani hanno scelto di trasferirsi fuori dai confini nazionali. Il desiderio di partire resta forte: quasi quattro italiani su dieci (39,5%) ammettono che se ne avessero la possibilità, andrebbero a vivere all’estero. Il 60,5%, invece, preferisce restare in Italia, segno che l’attaccamento al territorio rimane più saldo che mai.

Perché si lascia l’Italia?

Le motivazioni principali per il trasferimento sono legate alla ricerca di migliori opportunità lavorative (29,8%), un costo della vita più basso (17,1%) e la volontà di garantire un futuro più promettente ai propri figli (13,9%).
Questi dati mostrano come, al di là dell’amore per la patria, le condizioni socioeconomiche rimangano determinanti nelle scelte di vita degli italiani.

Audiolibri che passione: nel 2025 li ascoltano 11,4 milioni di italiani 

Leggere o ascoltare? Gli italiani appassionati di narrativa sono sempre più orientati anche all’ascolto di audiolibri, tanto che questa fruizione è diventata un’abitudine consolidata nel panorama culturale italiano. Secondo una recente ricerca condotta da NielsenIQ per Audible, il numero degli ascoltatori ha raggiunto quota 11,4 milioni, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente.

Il dato conferma una tendenza in crescita costante: negli ultimi quattro anni, infatti, l’ascolto degli audiolibri è aumentato del 14%, segno che questo formato è ormai parte integrante delle abitudini culturali di milioni di persone.

Come e quanto si ascolta

L’indagine, i cui risultati verranno presentati ufficialmente durante il Salone del Libro di Torino, ha fotografato le modalità di fruizione degli audiolibri. Una sessione media di ascolto dura circa mezz’ora e si verifica, in media, tre volte al mese.

Tuttavia, una fascia sempre più ampia di utenti – circa il 35% – accede ai contenuti audio almeno una volta alla settimana. Interessante anche l’aspetto relazionale del fenomeno: oltre il 40% degli intervistati dichiara di parlare di audiolibri con amici e conoscenti, segno che si tratta non solo di un’esperienza personale, ma anche sociale. L’ascolto prende piede anche in famiglia: il 45% dei genitori dice che i propri figli ascoltano audiolibri, spesso insieme a loro.

Chi sono gli ascoltatori?

Il profilo dell’ascoltatore più frequente si colloca nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 55 anni. I cosiddetti “heavy user”, coloro che ascoltano ogni giorno, sono prevalentemente donne tra i 45 e i 54 anni, con una leggera prevalenza nel Sud Italia. Ma anche i giovani adulti, in particolare tra i 25 e i 34 anni, mostrano un livello elevato di utilizzo.

Ascolto e lettura: alleati, non concorrenti

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’ascolto non sostituisce la lettura tradizionale, ma la integra. Il 55% degli utenti ha ascoltato libri già letti in formato cartaceo, mentre il 48% ha scelto di leggere un testo dopo averlo ascoltato.

Più della metà ha poi acquistato un libro stampato dopo averne apprezzato la versione audio. Gli audiolibri vengono percepiti come uno strumento flessibile, capace di adattarsi a momenti della giornata in cui leggere non sarebbe possibile.

Quando si ascolta? E perché?

Per il 68% degli ascoltatori, gli audiolibri accompagnano altre attività, come spostamenti, sport o faccende domestiche. Inoltre, il 59% li sceglie per ridurre il tempo trascorso davanti agli schermi, mentre il 52% li considera utili per affrontare solitudine o stress. Il 47% li utilizza anche per ascoltare contenuti in lingua madre all’estero. I generi preferiti spaziano dalla narrativa al thriller, fino al fantasy.

Cresce anche l’interesse per l’ascolto in lingua inglese, ormai scelto da quasi un terzo degli utenti. E una fetta importante del pubblico, circa il 20%, è attratta da contenuti derivati da film e serie TV, come spin-off o approfondimenti inediti.

Passione bio: il 68% degli italiani lo ordina anche al ristorante

È quanto emerge dall’indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sana: la ricerca di attributi salutistici per l’alimentazione tra gli italiani è sempre più comune, anche nelle occasioni di consumo fuori casa.

Per circa 9 consumatori su 10 i prodotti tipici del territorio e a km 0 rappresentano infatti il ‘must have’ dell’away from home. Ma sul podio delle preferenze riguardo ai cibi da consumare fuori casa compaiono i prodotti biologici, la cui presenza risulta fondamentale per il 68% degli italiani.
Il consumatore bio, inoltre, è più esigente e attento anche rispetto alla scelta del ristorante, e alle caratteristiche di servizio offerte.

Sale l’aspettativa per opzioni veg o esigenze specifiche

Oltre a fattori quali la familiarità e i consigli di amici e parenti, i consumatori bio valutano in maniera più approfondita rispetto ai consumatori non bio la reputazione del luogo scelto per mangiare fuori (tramite recensioni, punteggi online, guide, ecc.) e l’accoglienza o l’ambiente del locale.

Rispetto al menu, invece, i bio users hanno un forte orientamento verso la ricerca di prodotti freschi e di stagione, nonché di piatti semplici e poco elaborati. Questo è vero, rispettivamente, per il 48% e per il 39% di chi consuma alimenti bio abitualmente.
Risulta poi elevata anche l’aspettativa sulla presenza di prodotti veg, così come di opzioni dedicate a specifiche esigenze, o intolleranze, alimentari.

Ma l’offerta non è ancora soddisfacente

Detto questo, le aspettative del consumatore bio non trovano però risposte positive in quella che è l’attuale offerta di prodotti bio presso la ristorazione. Soprattutto quella collettiva.
Analizzando infatti il livello di soddisfazione rispetto alla presenza di opzioni bio nei diversi canali del mangiare ‘fuori casa’, si evidenziano ancora grandi margini di miglioramento.

Inoltre, l’indagine di Nomisma ha affrontato il tema della corretta alimentazione in relazione al rapporto con i figli. E sebbene di dieta sana si parli in oltre 9 famiglie su 10, e il bio sia un elemento onnipresente nelle tavole dei nuclei famigliari in cui sono presenti figli di tutte le età, i genitori ritengono essenziale il ruolo delle scuole nella sensibilizzazione ‘alimentare’ di bambini e ragazzi.

Cibo sano anche a scuola? Non è chiaro cosa mangiano i figli in mensa

D’altro canto, però, oltre la metà dei genitori non conosce nel dettaglio le caratteristiche del servizio mensa nella scuola dei propri figli. E, in generale, le famiglie non sono informate rispetto alla presenza di ingredienti e prodotti bio all’interno dei pasti offerti dalla mensa scolastica.

Per accrescere il posizionamento del bio nella ristorazione scolastica risulta fondamentale, dunque, utilizzare la leva della sensibilizzazione e della comunicazione rivolta ai genitori.

Lavoro: a rischio 120mila occupati, ma restano vacanti 190mila posti

Nonostante le numerose crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese italiane hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.
Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.

Pertanto, le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.
A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA. 

Tre milioni in pensione entro il 2028

Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.

La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa, pari a quasi 3 milioni di addetti, dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.

A novembre record storico di dipendenti con il posto fisso 

Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti. 

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.

Una retribuzione non più sufficiente

Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto, si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.

Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.