Ambiente e sostenibilità, cresce il segmento degli Eco Active

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno GfK ha condiviso i risultati della ricerca internazionale #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali. La salvaguardia del pianeta è un tema sempre più centrale e nessun brand può permettersi di ignorare questa tendenza: secondo i dati GfK nel 2020 è cresciuto il segmento dei consumatori Eco Active, che a livello europeo arriva a pesare il 24% e in Italia il 23%. E se è vero che entro il 2025 i consumatori Eco Active a livello mondiale arriveranno a pesare il 40% del totale, le aziende dovranno prepararsi con investimenti e iniziative di comunicazione mirate per attirare questo segmento.

Spetta a produttori e governi “fare la differenza”

Se la sostenibilità è un tema centrale, il gap da colmare tra intenzioni e azioni dei consumatori però è ancora ampio, e il 72% degli shopper tende ad attribuire una responsabilità maggiore agli altri rispetto che a sé stessi per quanto riguarda le tematiche ambientali. In particolare, secondo gli italiani sono soprattutto i produttori di beni e servizi (37%) e i governi (28%) a dover fare la differenza nella riduzione dell’impatto ambientale. Percentuali simili si ritrovano anche considerando il target degli Eco Active italiani, per il quale solo il 26% pensa che la responsabilità sia principalmente dei consumatori. Inoltre, emerge ancora una certa dose di incertezza quando si tratta di riconoscere il livello di attenzione all’ambiente delle aziende.

Quali sono le imprese amiche dell’ambiente?

A livello internazionale solo il 22% dei consumatori è in grado di citare un brand sostenibile in maniera spontanea. Una percentuale che sale al 31% tra i consumatori Eco Active. Nel 42% dei casi si tratta di brand nati con una chiara identità green, mentre potrebbe sorprendere trovare al secondo posto le Multinazionali (36%), che quindi non sono necessariamente viste in modo negativo quando si parta di ambiente. Solo nel 22% dei casi però viene citato un piccolo brand locale: questa sicuramente è una area dove esistono ancora ampi i margini di crescita. Risultati simili emergono anche quando si chiede alle persone di citare il nome di un retailer sostenibile: il Italia solo il 20% dei consumatori è in grado di indicarne almeno uno.

Le opportunità per le aziende del Largo Consumo

Per produttori e retailer, conoscere le tematiche che stanno più a cuore ai consumatori è fondamentale. Soprattutto per indirizzare i propri investimenti ambientali e di sostenibilità sugli ambiti che non solo apportano benefici al pianeta, ma sono in grado di conquistare l’approvazione, la fedeltà e la preferenza dei consumatori. In particolare, per il settore del Largo Consumo il segmento degli Eco-Active risulta particolarmente interessante. Secondo i dati GfK, questi consumatori spendono più della media per prodotti FMCG, e nel periodo compreso tra marzo e dicembre 2020 hanno incrementato la propria spesa di Largo Consumo del +12% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Un’estate in libertà con il Green Pass

Le zone gialle diventano bianche, i numeri del contagio continuano a ridursi e le vacanze si avvicinano. E, a migliorare ulteriormente le aspettative per i prossimi mesi, arriva ufficialmente il Green Pass italiano, lasciapassare – che in Europa si chiama EU Digital covid Certificate – e che piace a tutti. Infatti, in base a un recente sondaggio eseguito da Ipsos per il World Economic Forum in 28 Paesi emerge come il 78% degli intervistati a livello internazionale e il 79% degli italiani ritiene sia giusto richiedere un certificato sanitario che attesti l’avvenuta vaccinazione, la guarigione dall’infezione o l’esito negativo del tampone.

Dal 15 giugno in Italia e dall’1 luglio in Europa

In Europa il documento entrerà in vigore a partire dal 1° luglio 2021 e avrà la validità di un anno. Il nostro Paese si era già portato avanti introducendo nel decreto anti-Covid del 22 aprile 2021 il Green Pass italiano, necessario dal 15 giugno per potersi spostare tra regioni in fascia arancione o rossa e per partecipare a feste ed eventi. 

Green Pass, come averlo

Il Green Pass italiano viene rilasciato in formato cartaceo o digitale dalla struttura sanitaria o dall’ASL territoriale di competenza e sarà disponibile anche nel fascicolo sanitario elettronico. Il documento certifica l’avvenuta vaccinazione, la guarigione, l’esito negativo di un test molecolare o antigenico per la ricerca del Covid-19 eseguito nelle 48 ore antecedenti. Per chi ha già fatto il vaccino sarà la struttura che ha erogato il trattamento sanitario a rilasciare il certificato. Il Green Pass sarà rilasciato “anche contestualmente alla somministrazione della prima dose di vaccino, con validità dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale”.
Nel caso di guarigione, invece, il certificato verrà rilasciato dalla struttura ospedaliera nelle quale si è stati ricoverati, dall’ASL o dai medici di medicina generale. A chi farà un tampone rapido verrà consegnato una certificazione, valida per 48h dal prelievo, dalle strutture sanitarie pubbliche, private autorizzate, accreditate, dalle farmacie o dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta.

Spostamenti in liberà

Il Green Pass italiano serve per spostarsi tra regioni che potrebbero rientrare in zona arancione o rossa, mentre non serve per gli spostamenti tra regioni bianche o gialle. Sarà necessario anche per partecipare a feste relative a cerimonie civili o religiose, come i matrimoni e battesimi. Il certificato verde sarà utile anche per visitare i parenti nelle case di riposo e probabilmente servirà anche per accedere a concerti, spettacoli e discoteche.

Aumenta il rischio di morte con più di 55 ore di lavoro a settimana

Lavorare 55 ore o più a settimana aumenta il rischio di morte. Rispetto a lavorare per 35-40 ore settimanali, lavorare per 55 ore settimana è associato infatti a un aumento del rischio di ictus e di cardiopatia ischemica. La pandemia poi ha peggiorato la situazione: uno studio del National Bureau of Economic Research condotto in 15 Paesi ha mostrato che durante i lockdown il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10%. Il telelavoro e lo smart working hanno infatti reso più difficile disconnettere i lavoratori dalle proprie mansioni. Ma la pandemia ha anche aumentato la precarietà del lavoro, che in tempi di crisi come quello che stiamo ancora vivendo tende a spingere coloro che hanno mantenuto la propria occupazione a lavorare di più.

La pandemia ha rafforzato la tendenza a lavorare per troppe ore

A quantificare il danno dell’eccesso di ore lavorate sull’organismo dei lavoratori è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), pubblicato di recente sulla rivista Environment International. Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. In pratica, lo studio punta il dito su come la pandemia da Covid-19 stia rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore.

Più rischio di ictus e di cardiopatia ischemica

Lo studio conclude che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento stimato del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto a programmi settimanali che prevedono 35-40 ore di lavoro settimanali. Solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone sono morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Inoltre, riporta Ansa, tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, cifra che si attesta al 19% per gli ictus.

Lo smart working elimina i confini tra casa e lavoro

La pandemia, sostengono gli autori dello studio, ha peggiorato la situazione. “Con la pandemia, il telelavoro è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro – ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare o chiudere le loro attività per risparmiare denaro e le persone che continuano a essere impiegate nelle aziende finiscono per lavorare più a lungo ore”.

L’Italia? Pronta alle vacanze. 2 su 3 faranno le valigie

Il pieno della stagione estiva si avvicina e gli italiani… pensano alle vacanze. Tanto che due su tre sono pronti a partire. Secondo i risultati emersi dalla prima analisi dell’EY Future Travel Behaviours, infatti, la volontà di viaggiare rimane forte tra gli italiani. Uno scenario quindi molto diverso, anche a livello psicologico, di quello vissuto nei mesi scorsi.

In viaggio come e più di prima

Anche se qualche piccolo segnale di ripresa si era già registrato nel periodo estivo dello scorso anno, segno della volontà degli italiani di tornare a viaggiare in presenza di un miglioramento della situazione sanitaria, è ora che la tendenza si rafforza. Il trend ha trovato conferma nei dati raccolti dall’Osservatorio EY Future Travel Behaviours che evidenziano come quasi 2 persone su 3 intenda viaggiare almeno quanto prima della pandemia e in alcuni casi (23%) aumentare il numero di viaggi. L’emergenza sanitaria ha lasciato un segno indelebile anche nel settore dei trasporti riducendo significativamente la domanda di mobilità. La maggior parte degli individui che oggi sceglie di mettersi in viaggio (o che dichiara di volerlo fare prossimamente) è consapevole del rischio di contagio da Covid-19 e di conseguenza cerca di prendere tutte le precauzioni necessarie per evitarne la propagazione. Questo si riflette trasversalmente in tutte le scelte che il viaggiatore compie, dalla pianificazione iniziale del viaggio all’arrivo a destinazione. La scelta legata al mezzo con cui viaggiare oggi diventa dunque fondamentale. Il 62% degli italiani che decidono di spostarsi, sia per motivi di lavoro sia di vacanza, ha particolarmente a cuore le possibili conseguenze del viaggio sulla propria salute e benessere. La maggior parte degli intervistati (59%) sperimenta uno stato di ansia nei confronti della propria salute, mentre solo il 9% del campione si dichiara “calmo” nei confronti di un possibile rischio sanitario.

Cosa vogliono i “nuovi” viaggiatori

Ovviamente, con tutti questi scrupoli legati ai viaggi o ai semplici trasferimenti le compagnie di trasporto non possono che prenderne atto e correre ai ripari. Secondo i dati dell’Osservatorio EY Future Behaviours, gli italiani, a fronte anche di un anno di grandi incertezze, chiedono innanzitutto la possibilità di ottenere rimborsi e bonus automatici in caso di ritardi o disservizi (67%). Inoltre, desiderano avere a disposizione tariffe flessibili, che garantiscano ad esempio la possibilità di usufruire di modifiche e cancellazioni gratuite (61%). Una novità rispetto al passato, divenuta oggi imprescindibile, è rappresentata dal 54% degli italiani che pretende l’adozione di misure adeguate a garantire il distanziamento ed evitare assembramenti e dal 46% che richiede la distribuzione di presidi personali per garantire la sicurezza sanitaria (es. mascherina, disinfettante mani).

Nonostante il Covid nel 2020 è boom per le auto elettriche, +7,03%

Nonostante la crisi economica e sanitaria a novembre 2020 le vendite di auto ecologiche, sia di tipo full electric sia plug-in, si sono attestate a un +7,03% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato in controtendenza al mercato automobilistico italiano, che considerando tutte le alimentazioni disponibili ha segnato un -8,49% rispetto all’anno precedente. Le auto elettriche, dunque, all’interno del mercato rappresentano un segmento in piena crescita. Tanto che una fetta sempre più numerosa di italiani, se ne ha la possibilità, punta proprio sulle auto ecologiche. Questo per la loro tecnologia, per gli effetti positivi sull’ambiente e per i costi di manutenzione ordinaria, decisamente inferiori rispetto al motore termico.

Tra il 2019 e il 2020 vendite totali a +198,59%

A confermare il successo di queste auto sono i numeri: le vendite totali di auto ecologiche tra il 2019 e il 2020 sono state infatti rispettivamente 15.484 e 46.482, per una percentuale pari a +198,59%. Si tratta di numeri interessanti per le case automobilistiche, che sempre più di frequente puntano su modelli ecologici, e non solo di alta gamma, ma anche di fascia media e medio-bassa. Da utilizzare per spostarsi soprattutto in città, e da un pubblico che sta diventando sempre più ampio.

La classifica delle più vendute nell’anno del Coronavirus

Quali sono le auto elettriche più vendute in Italia nel 2020? Al primo posto si piazza la Renault Zoe, con 4.270 modelli venduti, seguita dalla piccola Smart ForTwo (3.293), e dalla Tesla Model 3, che con 2.501 modelli consegnati è terza sul podio. Fuori dal podio, appaiono la Volkswagen Up (2.473) e la Peugeot 208 (1.601). Ma chi compra queste auto? L’identikit dell’automobilista elettrico è quello di un italiano che vive principalmente nel Centro-Nord Italia, con il Nord-Ovest, Nord-Est e il Centro che segnano da soli 42.910 auto elettriche vendute nel 2020. U po’ peggio per il Sud e le Isole, con rispettivamente 2.069 e 1.249 auto elettriche vendute nel 2020.

Le auto di Segmento B spingono il comparto

Gli italiani sono sempre più sensibili all’ambiente, e se le condizioni sono favorevoli sono disposti a scegliere un’auto elettrica. Una grossa spinta al comparto l’ha data infatti la creazione di auto di Segmento B, che grazie gli incentivi statali riescono a essere acquistate anche da persone con redditi medio-bassi. E sarà proprio questo segmento di consumatori, riporta Adnkronos, a rendere l’auto elettrica ancora più popolare e diffusa, con notevoli benefici per tutti alla qualità dell’aria dei centri urbani.

Dall’Ue arriva il Libro bianco sull’Intelligenza artificiale

Un’Intelligenza artificiale affidabile, sicura, sviluppata con collaborazioni tra Stati membri, comunità scientifica e partnership pubblico-private. Nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles la Commissione europea ha presentato il suo Libro bianco sull’Intelligenza artificiale. Obiettivo, mobilitare risorse e coinvolgere anche le imprese medie e piccole, ma anche avviare un dibattito sulle eccezioni alle regole che impediscono l’utilizzo generalizzato di sistemi di riconoscimento facciale o biometrico. L’Ue ha “tutto quel che serve per diventare leader su sistemi che possano essere utilizzati in sicurezza”. L’Europa può infatti contare su centri di eccellenza sulla ricerca nel digitale, e settori industriali e terziari competitivi, che spaziano dall’automotive all’energia, e dalla salute all’agricoltura. Ma servono regole chiare su sistemi che implicano rischi elevati.

Tracciabilità e trasparenza sui temi sensibili come salute, politiche e trasporti

Con il nuovo documento, l’Ue invoca “regole chiare” sui sistemi di IA, che di per sé implicano rischi elevati, ma senza creare “inutili fardelli” su altri segmenti meno problematici. Su temi sensibili come salute, politiche e trasporti, i sistemi di AI dovranno essere tracciabili, trasparenti a garantire una supervisione da parte dell’uomo, e non da parte di macchine o algoritmi, riporta Askanews.

Le autorità dovranno quindi poter effettuare controlli e certificare gli algoritmi che utilizzano dati riguardanti beni come giocattoli, cosmetici o auto.

L’apertura sul riconoscimento facciale

La speranza di Bruxelles è quella di fare in modo che i sistemi di AI, riconosciuti preziosi quanto pericolosi per l’umanità, vengano utilizzati nel rispetto delle leggi Ue e dei diritti dei suoi cittadini. L’esecutivo europeo cita più volte le tecniche di riconoscimento facciale, utilizzabili anche per l’identificazione biometrica in remoto. Quest’ultima forma più intrusiva di riconoscimento è oggi vietata nell’Ue, ma presto potrebbe cambiare tutto. L’identificazione biometrica in remoto, al momento, è infatti consentita solo per motivi di “sostanziale interesse pubblico”. Con il libro bianco, la Commissione lancia perciò un dibattito per capire quali circostanze possano giustificare le eccezioni, riferisce EuropaToday.

I sistemi di AI ad alto rischio andranno certificati, testati e controllati

I sistemi di Intelligenza artificiale ad alto rischio andranno perciò certificati, testati e controllati, come si fa per macchine, giocattoli per bambini e cosmetici. “Tutti i sistemi di Intelligenza artificiale sono i benvenuti nell’Ue”, chiarisce la presidente Ursula von der Leyen, a patto che ne rispettino le leggi.

“Oggi presentiamo la nostra ambizione per plasmare il futuro digitale dell’Europa che copre tutto, dalla sicurezza informatica alle infrastrutture critiche, dall’educazione digitale alle competenze, dalla democrazia ai media – commenta von der Leyen -. Voglio che l’Europa digitale rifletta il meglio dell’Europa: aperta, equa, diversa, democratica e fiduciosa.

Gli italiani vogliono un cambiamento sostenibile

Il cambiamento è necessario per uscire dallo stallo che caratterizza l’Italia, e puntare su clima, ambiente e sostenibilità è la ricetta giusta. Una voglia di cambiare che provoca contraccolpi sulla mobilità, sulla tavola e su una nuova modalità di partecipazione. A dare questa ventata di energia nuova Mezzogiorno e Centro Italia, con gli under 35 determinati a trascinare il Paese fuori dalla risacca. Ma sul fronte economico le difficoltà restano, con i consumi che anche nel 2020 faranno registrare una crescita stimata di circa mezzo punto percentuale. Questo il ritratto degli italiani secondo il sondaggio di fine anno di Coop-Nomisma, e le previsioni del Rapporto Coop.

Cambiare vita e dedicarsi alla cura, di se stessi e dell’ambiente

Il “cambiamento”, spiega la ricerca, passa infatti dal 14% delle citazioni del 2016 al 19% del 2020. Gli italiani infatti sognano di cambiare vita (35%), lavoro (27%), o addirittura trasferirsi all’estero (31%) e andare in pensione (44%). Ma è scorrendo la lista dei “Si lo farò” che emerge la voglia di rimettersi in gioco anche per generare effetti benefici sul mondo circostante. Gli italiani nel 2020 sono infatti determinati a dedicarsi alla cura, di se stessi (68%), e dell’ambiente. Con il 65% che userà meno plastica, il 64% intenzionato a sprecare di meno, il 63% a camminare di più a piedi. Tanto che è la mobilità green a crescere. Tra le prime volte di consumi/acquisti fanno la loro comparsa per il 7% degli italiani i servizi di sharing, per il 6% i monopattini elettrici e per il 2% la bicicletta, riporta Ansa.

Più sociali e meno social

Frequentare di più gli amici è un obiettivo nel 2020 per un italiano su 2, il volontariato conquista un suo spazio (26%) e compare una rinnovata voglia di socializzazione. Quanti immaginano un minore utilizzo di web e social network superano, anche se di poco, per la prima volta quelli che prevedono di esserne più assidui. Cresce, al contrario, la partecipazione a eventi pubblici, come manifestazioni, spettacoli, eventi sportivi, concerti. Ma gli italiani si dichiarano anche più votati alle battaglie comuni scendendo in piazza. Il 20% ha già manifestato nel 2019 e vorrà farlo ugualmente nel 2020.

Il sogno di una crescita economica, la certezza di dover spendere di più

In ogni caso la grande maggioranza degli italiani vorrebbe finalmente una crescita economica più robusta (85%), ma sa che non potrà essere così. Il 60% teme che lo spread torni a impennarsi, ma la maggior parte prevede comunque di spendere di più nel nuovo anno. Al top delle spese obbligate e in aumento le bollette, il carburante e le spese per il trasporto e per i servizi sanitari. Oltre a quelle obbligate mantengono saldi positivi anche le spese per l’alimentazione, per i viaggi, e ancora, per la cura personale.

Eterna gioventù. Quando si smette di sentirsi giovani

Per la maggior parte delle persone, è il 40° compleanno la data fatidica che segna il confine con la gioventù. Ma se rispetto alle epoche passate questo limite si è spostato decisamente in avanti, e tra i vari Paesi esistono parecchie differenze. Nelle Filippine, ad esempio, si smette di sentirsi giovani a 29 anni, mentre gli italiani iniziano a non sentirsi giovani addirittura a 60 anni.

Si tratta dei risultati del sondaggio Eterna Gioventù, condotto da Doxa in collaborazione con WIN, il network internazionale di società di ricerca di mercato e di opinione pubblica, ha che coinvolto 31.890 persone di 41 Paesi del mondo.

Giovani fino a 60 anni, e oltre

Per la stragrande maggioranza delle persone di tutto il mondo è il 60° compleanno l’età in cui si comincia a sentirsi vecchi. Gli intervistati, però, hanno dichiarato che inizieranno a sentirsi veramente vecchi solo molto dopo rispetto a quando smetteranno di sentirsi giovani. Insomma, si tende a spostare il limite più avanti possibile. Tanto che gli over 65 affermano che inizieranno a sentirsi vecchi quando saranno ancora più maturi. In ogni caso oltre, non c’è molta coerenza sull’età in cui le persone iniziano a sentirsi vecchia. In alcuni Paesi, come in Giappone (47 anni), Malesia (46) e Cina (44), l’età è più o meno la stessa, mentre in altri, come Italia (60) e Finlandia, l’età di riconoscimento della vecchiaia è la più alta in assoluto. I in quest’ultimo caso arriva a 70 anni.

La società non si prende cura né degli anziani né dei giovani

Due terzi delle persone in tutto il mondo pensano però che la società non si prenda abbastanza cura né degli anziani né dei giovani. Su base geografica lo pensa infatti l’85% delle persone nelle Americhe. Soglia che invece crolla al 40% tra le persone degli Stati dell’Asia Pacifica (APAC).

“L’invecchiamento della popolazione è una delle grandi sfide del XXI secolo – commenta Vilma Scarpino, amministratore delegato di Doxa e Presidente di WIN -. È quindi molto importante capire questo processo e con che modalità le persone si collocano lungo la linea che parte dalla certezza di far parte della gioventù e giunge infine alla constatazione della inevitabile vecchiaia”.

Prendere atto di un passaggio evolutivo irreversibile

“Dal nostro studio – continua Sacpino – emerge che quando siamo molto giovani crediamo che lo saremo per un tempo molto lungo, ma man mano che passano i compleanni cominciamo a dubitare di questa ipotesi, e a un certo punto smettiamo di considerarci tali”. Nel mondo questo passaggio si colloca in media attorno al 40° compleanno, mentre in Italia si aspetta fino a 60 anni per prendere atto di questo passaggio evolutivo irreversibile. Tuttavia, “sentirsi” vecchi è una percezione che si instaura solo 20 anni dopo che smettiamo di sentirci giovani. In questo lungo spazio esistenziale si devono quindi collocare le riflessioni e i necessari interventi sociali e culturali per far fronte alle sfide generazionali innescate dall’invecchiamento.

I tempi lunghi della sanità: curarsi è una missione impossibile

Fra costi in aumento e liste d’attesa lunghissime accedere alle cure e ottenere una diagnosi tramite il Ssn diventa sempre più una missione impossibile. Di fatto, aumentano anche le segnalazioni di cittadini che denunciano di non poter accedere ai servizi sanitari: nel 2017 oltre un cittadino su tre (37,3%) si è rivolto a Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, il 6% in più rispetto all’anno precedente. A fare il quadro della sanità italiana è il XXI Rapporto Pit Salute, dal titolo ‘Tra attese e costi, il futuro della salute in gioco’, presentato dall’Organizzazione sulla base di 20.163 segnalazioni analizzate, ricevute fra gennaio e dicembre 2017.

Le liste di attesa

Oltre la metà delle segnalazioni (56%) denuncia i lunghi tempi d’attesa: 15 mesi per una cataratta, 13 per una mammografia, 12 per una risonanza magnetica, 10 per una Tac e per una protesi d’anca. Si attende soprattutto per le visite specialistiche (39%), gli interventi di chirurgia (30%), e gli esami diagnostici (20,8%). Chemio e radioterapia arrivano al 10%, e fanno registrare un aumento del 100% rispetto al 2016. In aumento anche le problematiche legate all’assistenza territoriale, riporta Adnkronos, in particolare quella di base erogata da medici di famiglia e pediatri. Circa il 15% dei cittadini segnala carenze quali il rifiuto delle prescrizioni (30,6%), l’inadeguatezza degli orari (20,7%), la sottostima del problema segnalato dal paziente (15,6%).

Meno errori nella diagnosi, ma più fatiscenza nelle strutture

Il rapporto Pit Salute conferma il calo delle segnalazioni di presunti errori nella pratica medica e assistenziale, che dal 13,3% del 2016 passano al 9,8% del 2017. Per circa il 46% si tratta di presunti errori di diagnosi e terapie. Per la diagnosi le prime tre aree segnalate sono oncologia (20,5%), ortopedia (15,8%), e ginecologia e ostetricia (11,7%), Per gli errori terapeutici, ortopedia (21%), chirurgia generale (13,5%), e ginecologia e ostetricia (11,5%).

Preoccupa l’incremento di segnalazioni sulle cattive condizioni delle strutture (dal 30,4% al 33,4%). I cittadini denunciano macchinari obsoleti o rotti, ambienti fatiscenti, scarsa igiene. Un trend in aumento è quello relativo alle infezioni contratte in ambiente sanitario (4,9%).

Farmaci e ticket

Si attestano al 3,4% i contatti su problemi nell’accesso ai medicinali, soprattutto nelle aree cliniche di epatologia (28,2%), oncologia (10,7%), oculistica (10,6%) e neurologia (9,8%).

In testa le difficoltà per ottenere i farmaci innovativi per l’epatite C (30,4%), seguono le segnalazioni per medicinali non disponibili (28,2%) e riguardanti la spesa privata (20,4%), compresa quella per i farmaci regolati da nota limitativa (6,4%). Difficoltà in aumento anche per i farmaci con piano terapeutico (5,4%) e off label (4,6%).

Il peso economico dei ticket resta la prima voce di spesa, mentre crescono le segnalazioni relative al costo dei farmaci e delle prestazioni in intramoenia, rispettivamente +4,4% e +1,6%.

Web marketing: freelance o sotto agenzia?

Il web marketing è un’attività oggi molto diffusa e sempre più richiesta: è evidente che quello che una volta era marketing cartaceo o one-to-one (brochure, volantini, pubblicità su riviste e giornali, ma anche fiere ed eventi), si sta sempre più spostando verso il centro nevralgico e, spesso, decisionale delle aziende che necessitano di acquistare nuovi prodotti o servizi: Internet. Questo nuovo scenario (si fa per dire, visto che ormai il cambiamento è in atto da almeno un decennio…) comporta, per le imprese che intendono acquisire nuovi clienti, l’assoluta esigenza di essere ben visibili: fondamentalmente il marketing è visibilità, prima ancora che proposta di prodotto.

Ecco allora che, se fino ad un lustro fa le agenzie web qualificate erano più complicate da trovare, oggi quasi chiunque abbia una minima conoscenza di Google e di sviluppo può creare una web agency e cominciare a ritagliarsi il suo spazio in un mercato che, oggettivamente, è piuttosto “fumoso” e poco incline alla concretezza ed alla trasparenza verso il cliente. Questo proliferare di agenzie più o meno organizzate ha portato ad un notevole incremento di richieste di figure chiave per ogni attività di web marketing:

  • sviluppatori di codice web
  • grafici
  • social media marketer
  • esperti SEO
  • digital media strategist
  • ecc…

Paroloni a parte, la riflessione è questa: ha senso intraprendere un percorso di studio e di formazione, finalizzato poi ad un’esperienza presso un’agenzia come dipendente o, piuttosto, meglio fare case history direttamente con i clienti? La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Una solida formazione sui concetti principali di questo mercato è fondamentale, ma le dinamiche sono talmente complesse e differenti tra un cliente ed un altro, tra un sito ed un altro, che appare davvero improbabile crescere ed affermarsi con i risultati se non si ha la possibilità di sperimentare. E poi dipende dal ruolo: è chiaro che per uno sviluppatore o un web designer, ruolo solitamente circoscritto che non richiede conoscenze particolari di marketing, stare sotto un’agenzia consente di lavorare in modo organizzato e mirato, senza la necessità di procacciare il cliente e svolgere ruoli poco naturali per chi è più portato al “fare” che al “dire”, più incline alla “sostanza” che alla “forma”. Diverso è il caso degli esperti di SEM (search engine marketing), ovvero coloro i quali possono davvero cambiare le sorti di un progetto web con le loro strategie e decisioni. Ma senza un’adeguata esperienza fatta di errori, vittorie e sconfitte, è improbabile avere una visione completa ed efficace: e le sconfitte e le vittorie si assorbono o si apprezzano maggiormente sulla propria pelle.

Oggi consiglieremmo a chiunque vuole affacciarsi in questo affascinante quanto complicato mondo di studiare quanto basta e poi aggiornarsi, aggiornarsi continuamente: sperimentare nuove tecniche, scambiare esperienze, e ancora aggiornarsi e cercare di imparare da chi fa questo lavoro da anni. Di non limitarsi a fare il proprio compitino, ma di buttarsi ed essere propositivi sfruttando però le professionalità dei propri collaboratori: ok quindi il freelancing, ma organizzato. Dopo tutto non ci vogliono grandi investimenti per lavorare nel settore, quindi puntate sulla qualità delle persone che dovrebbero aiutarvi a portare avanti nel migliore dei modi i vostri progetti, perchè solo con un lavoro di squadra dove ognuno è pienamente responsabile e coinvolto nei risultati potrete ottenere dei successi.

W i freelance in gamba, e W i dipendenti fedeli e propositivi!