Parchi divertimento: i numeri del comparto e il ruolo per i territori

Negli ultimi 12 mesi il 25% delle persone con figli ha visitato in media circa 3 volte l’anno un parco a tema o acquatico. Il quadro è leggermente diverso per i centri di intrattenimento al coperto, che mostrano una penetrazione inferiore, ma una maggiore frequenza: circa 10 ingressi all’anno.

Sul fronte delle aspettative, il divertimento si posiziona saldamente al primo posto, accompagnato da sicurezza e comfort. Cresce anche la domanda di esperienze all’insegna della condivisione, dell’autenticità e dell’arricchimento personale, insieme a una rinnovata attenzione verso il contatto con la natura e l’identità culturale.
Emerge dall’Osservatorio Nazionale AssoParchi, condotto da AssoParchi in collaborazione con GRS Research & Strategy.

Una rete più capillare per intercettare una domanda latente

A conferma dell’elevato potenziale di crescita del comparto, l’80% degli italiani tra 16 e 55 anni dichiara di voler vivere più spesso le esperienze ricreative offerte dai parchi. Tra i motivi che impediscono di vivere queste esperienze gli intervistati indicano la mancanza di tempo e la carenza di strutture in prossimità del luogo di residenza.

La domanda insoddisfatta risulta più elevata tra i giovani nella fascia 16-24 anni, e tra le famiglie con bambini, a dimostrazione del ruolo strategico di questi target per lo sviluppo futuro del settore.
Si rende quindi necessaria “una rete più capillare di parchi sul territorio nazionale, in grado di intercettare una domanda latente oggi frenata da limiti di accessibilità e prossimità”, commenta Maurizio Crisanti, direttore AssoParchi.

Dove nascono i momenti memorabili

“Il parco divertimenti – aggiunge Crisanti – emerge sempre più come infrastruttura esperienziale irrinunciabile, in grado di completare e valorizzare l’offerta territoriale, integrando cultura, natura, tradizioni e gastronomia locale”.
Il 50% dei genitori che visitano i parchi a tema li associa a sentimenti di gioia e felicità, funzionali allo sviluppo di momenti memorabili e significativi.

L’analisi evidenzia, tuttavia, un potenziale ancora inespresso legato alla percezione del valore intrinseco dell’esperienza. Per migliorare questi risultati, i parchi dovrebbero offrire attività in grado di attivare più dimensioni contemporaneamente, combinando emozione, narrazione, identità e partecipazione condivisa. 
In particolare, le esperienze radicate nella cultura e nelle tradizioni locali sono valutate come più autentiche, mentre format ancora poco esplorati come eventi per famiglie, musical e mercati locali potrebbero intercettare una domanda latente.

L’impatto emotivo come leva strategica

“Non ci interessa solo sapere se le persone si sono divertite in un parco – commenta Maria Chiara Nicoletti, Regional Manager GRS Research & Strategy -. Vogliamo capire se un’esperienza ha ispirato, generato connessioni, lasciato un ricordo duraturo o contribuito alla crescita personale. Questo è il nuovo parametro di valore che stiamo introducendo”.

Le esperienze che generano un impatto emotivo, sociale e simbolico più forte sono correlate positivamente con una maggiore propensione alla visita ripetuta, una spesa ancillare più elevata e la promozione spontanea da parte dei visitatori. In questo senso, l’impatto emotivo è una leva strategica per la crescita sostenibile del settore e il rafforzamento del legame tra parchi, pubblico e territori.

Consumi culturali: nel 2025 cresce la spesa  

Gli italiani amano la cultura. Anzi, nel 2025 sono aumentati i consumi dedicati ad attività culturali. E il dato più interessante è che i nostri connazionali si muovono in questa direzione facendo scelte be consapevoli. La fotografia di questa tendenza arriva dall’Osservatorio di Impresa Cultura Italia–Confcommercio, realizzato con SWG e presentato all’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani in occasione del Master in Economia e gestione delle imprese culturali.

Per comprendere il fenomeno, basta guardare i numeri: nel 2025 la spesa media mensile delle famiglie per i consumi culturali ha toccato i 100 euro, in aumento rispetto ai 94,6 euro del 2024 e agli 83,2 euro del 2023. L’andamento, però, non è uniforme in tutto lo Stivale:  al Nord si spendono in media 113 euro al mese, mentre nel Mezzogiorno la cifra si ferma a 74 euro. Insomma, tra Nord e Sud esiste ancora un divario.

Cosa fanno gli italiani nel tempo libero

Le abitudini culturali confermano alcune certezze e mostrano nuove tendenze. Guardare film e programmi televisivi rimane l’attività più diffusa, scelta dal 92% degli italiani. Alle spalle, ecco l’ascolto di musica, all’84%, e la lettura di libri, che coinvolge il 68% della popolazione. Ma cresce anche la voglia di uscire di casa per assistere a spettacoli ed eventi dal vivo: quasi un italiano su due ha visitato musei o siti archeologici (49%) o ha partecipato a spettacoli all’aperto (48%).

Il cinema coinvolge ancora oggi il 45% del pubblico italiano, e cresce l’appeal anche di concerti e festival culturali.

Tra carta, schermi e informazione

La lettura resta un’attività amata e praticata, soprattutto nel formato tradizionale. Nel 2025 il 76% degli italiani ha letto almeno un libro cartaceo, mentre il 52% ha utilizzato anche il digitale. Al contempo, cresce la fruizione dell’informazione online: il 74% dichiara di leggere quotidiani digitali gratuiti sui siti web.

I giornali cartacei mantengono una base solida di lettori, pari al 50%, mentre le app a pagamento raggiungono il 30%.

Dove si investe di più

La tendenza si manifesta con un aumento della spesa destinata alla cultura nel corso del 2025. Ad esempio, il 37% degli italiani paga un abbonamento televisivo, il 35% va al cinema, il 30% visita musei e mostre, il 24% acquista libri e il 21% partecipa a concerti.

Questi dati, tutti salita rispetto a 12 mesi fa, rivelano un ritorno deciso alla cultura vissuta dal vivo, fatta di esperienze e relazioni.

Cultura come valore e benessere

Per il 50% degli italiani la cultura rappresenta soprattutto un’occasione di apprendimento e di arricchimento personale, una percezione in aumento rispetto al 2024. Cresce anche chi la considera un elemento fondamentale per il proprio benessere, mentre diminuisce la quota di chi la vede come un semplice costo.

Emblematico il ruolo dei festival: il 72% degli italiani vi ha partecipato negli ultimi dodici mesi, con una spesa media superiore ai 193 euro, legata soprattutto a viaggi, pernottamenti e ristorazione, e cn effetti economici rilevanti sui territori.

“La cultura non è un lusso, ma un diritto”

“La ripresa della domanda culturale è un segnale importante per il Paese”, osserva Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia–Confcommercio. “Ma l’accesso resta ancora diseguale. In molte aree del Sud e nei piccoli Comuni l’interesse è alto, mentre l’offerta è più distante e i costi di partecipazione più elevati. Servono politiche capaci di sostenere i consumi culturali e ridurre le differenze territoriali. La cultura non è un lusso, ma un diritto e una leva di sviluppo per le comunità”.

ChatGpt: arriva shopping research, la guida all’acquisto personalizzata

È una sorta di guida personalizzata all’acquisto, in arrivo proprio a ridosso del Black Friday e del Natale.
Si tratta di Shopping research, la nuova funzionalità di ricerca sugli acquisti di ChatGpt che “trasforma la scoperta del prodotto in una conversazione – spiegano da OpenAI -, ponendo domande per capire cosa interessa, estraendo dettagli e proponendo opzioni per perfezionare i risultati”. 

Il roll-out è partito su mobile e via web per gli utenti iscritti ai piani Free, Go, Plus e Pro. Durante le festività l’utilizzo sarà praticamente illimitato, così da accompagnare gli utenti durante uno dei periodi di shopping più intensi dell’anno.

Come funziona?

Dopo aver inserito la descrizione di cosa si sta cercando Shopping research setaccia al posto nostro decine di siti. Per semplici domande sugli acquisti la risposta è rapida, mentre per una risposta più documentata Shopping research impiega alcuni minuti. 

Una volta dato l’input la funzione cerca su Internet informazioni aggiornate come prezzo, disponibilità, recensioni, specifiche e immagini, restituendo le opzioni man mano che procede.
L’utente può interagire contrassegnando gli articoli suggeriti con ‘Non interessato’ oppure con ‘mostra altri simili’. La funzione restituisce un riassunto e un confronto degli articoli. E se si desidera effettuare un acquisto è possibile cliccare sul sito del rivenditore.

Il primo passo verso una nuova era dello shopping

L’idea di OpenAI è semplice: invece di aprire decine di schede del browser, leggere recensioni sparse e perdersi tra opinioni discordanti, basta descrivere ciò che si sta cercando e lasciare che sia ChatGPT a fare tutto il lavoro al posto dell’utente.

La nuova funzione infatti trasforma il tempo perso per fare acquisti online in un dialogo efficiente e più immediato.
ChatGPT fa domande mirate per capire gusti, budget, priorità e contesto d’uso, poi avvia ricerche approfondite sul web per proporre una guida d’acquisto personalizzata. Il processo è pensato soprattutto per le categorie più complesse, dai prodotti tech alle soluzioni per la casa, dall’outdoor ai cosmetici, dove orientarsi richiede spesso ore di letture, comparazioni e confronti tecnici.

Una rivoluzione per il mondo e-commerce

ChatGPT presenterà i migliori prodotti disponibili, le differenze reali e non banali tra un modello e l’altro, oltre a pro e contro per prendere decisioni consapevoli.
La funzione è già integrata anche in ChatGPT Pulse (per utenti Pro), dove il modello può proporre proattivamente guide personalizzate basate sulle conversazioni precedenti. In pratica, una sorta di suggeritore intelligente che conosce i gusti dell’utente e anticipa le sue esigenze.

L’obiettivo è sostituire l’esperienza dispersiva dei motori di ricerca tradizionali con una selezione curata, strutturata e leggibile in pochi minuti.
In futuro, riferisce tecnoAndroid.it, sarà possibile acquistare determinati prodotti persino tramite Instant Checkout, semplificando ulteriormente il processo. OpenAI punta infatti a rendere l’esperienza d’acquisto più rilevante, personalizzata e meno dispersiva.

Spreco alimentare: una “tassa” che ogni anno costa quasi 400 euro a testa

Ogni anno in Italia una persona butta via in media 100 chili di cibo, per un valore che sfiora i 400 euro. In pratica, quasi due mesi di spesa finiscono nella pattumiera. A dirlo è Too Good To Go, che in occasione della Giornata internazionale della Consapevolezza sugli Sprechi e le Perdite Alimentari, celebrata il 29 settembre, ha diffuso dati che fanno riflettere.
Sprecare cibo significa infatti sprecare soldi e risorse naturali, senza nessun vantaggio.

Ognuno di noi getta via l’equivalente di 58 giorni di spesa 

Secondo le analisi basate su dati Eurostat, il 72% dello spreco avviene proprio in casa. Questo significa che ognuno di noi getta via l’equivalente di 58 giorni di spesa all’anno.

“È come pagare una tassa nascosta da quasi 400 euro senza ottenere nulla in cambio”, commenta Mirco Cerisola, Country Director Italia di Too Good To Go. “Ridurre gli sprechi vuol dire fare bene al pianeta e allo stesso tempo alleggerire i bilanci familiari”.

Un danno per l’ambiente, oltre che per il portafoglio

Ogni alimento buttato comporta uno spreco di acqua, energia e suolo utilizzati per produrlo, oltre a generare emissioni di CO₂ inutili. In un momento storico segnato dal caro vita e dalla crisi climatica, lo spreco alimentare diventa così una perdita doppia: economica e ambientale.

L’app antispreco e i risultati raggiunti

La buona notizia è che esistono soluzioni concrete. Ad esempio Too Good To Go, con la sua app, in poco più di sei anni ha permesso di salvare in Italia oltre 30 milioni di pasti. Il risultato è frutto della collaborazione tra più di 26.000 partner della filiera alimentare e una community di 11 milioni di utenti.

Le iniziative più note sono le Surprise Bag e le Box Dispensa: pacchetti a prezzo ridotto che permettono di recuperare cibo invenduto, ma ancora buono. Un’abitudine che fa bene al pianeta e, se praticata con costanza, consente di risparmiare fino a 880 euro all’anno.

Una campagna per unire le forze

“Contrastare lo spreco è possibile, ma serve l’impegno di tutti”, sottolinea Cerisola. E proprio per sensibilizzare sull’argomento, a settembre è partita la campagna “Contro lo spreco alimentare buttiamo le rivalità”, che invita a superare le differenze e a unirsi in un obiettivo comune.

Il messaggio è chiaro: con semplici gesti quotidiani, ognuno può contribuire a ridurre gli sprechi. Trasformare ciò che finirebbe nel cestino in valore per le persone e per l’ambiente è possibile, e i numeri lo dimostrano.

Dazi USA: la loro introduzione costerebbe all’export italiano fino a 3,3 miliardi di euro

L’incertezza sulle aliquote e le modalità di applicazione dei dazi ‘minacciati’ dal presidente USA Donald Trump preoccupa le industrie italiane. Non solo sul piano economico, ma anche perché la loro introduzione non consentirebbe un’adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer americani.

Conti alla mano, l’introduzione dei dazi statunitensi potrebbe costare all’export italiano di prodotti alimentari e non food tra i 500 milioni e i 3,3 miliardi di euro.
È quanto emerge da uno studio promosso da Centromarca, realizzato con il supporto scientifico di Nomisma, che in questi giorni sarà condiviso con il Governo e i rappresentanti del mondo politico.

A penalizzare ulteriormente le esportazioni contribuirebbe il cambio sfavorevole tra euro e dollaro

In relazione all’aliquota che effettivamente potrebbe scattare il prossimo 9 luglio, i valori da considerare sono diversi.
Se l’aliquota fosse pari al 10% le esportazioni in valore calerebbero di 489 milioni di euro, se salisse al 20%, scenderebbero di1,067 miliardi, del 30% si arriverebbe a  -1,734 miliardi, del 40% a -2,489 miliardi e del 50% a -3,334 miliardi di euro.

A penalizzare ulteriormente le esportazioni contribuirebbe inoltre il cambio sfavorevole euro / dollaro, Nei primi mesi del 2025 la valuta europea si è apprezzata significativamente rispetto a quella americana (+11% tra gennaio e giugno) raggiungendo i livelli più elevati dal 2022.

Considerando la rilevanza del mercato d’oltreoceano è una criticità da non sottovalutare

“L’incertezza sull’applicazione dei dazi preoccupa molto le nostre industrie, sia sul piano economico sia perché non consente un’adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer statunitensi – sottolinea Vittorio Cino, direttore generale di Centromarca -. È una criticità da non sottovalutare se si considera la rilevanza del mercato d’oltreoceano per i beni alimentari e non alimentari prodotti in Italia”.

In dieci anni le importazioni statunitensi di beni grocery sono cresciute del +161%

“Nel 2024 le importazioni Usa di beni grocery italiani hanno prodotto un giro d’affari di 9,9 miliardi di euro, con una crescita del +161% rispetto al 2014 e un’incidenza dell’11% sull’export complessivo del settore – prosegue Vittorio Cino -. È degno di nota il fatto che nei primi quattro mesi di quest’anno l’incremento a valore è stato del 14% rispetto allo stesso periodo del 2024. Sulla base di queste considerazioni Centromarca sta supportando le aziende con analisi ad hoc e si interfaccia costantemente con i suoi corrispondenti a Bruxelles e con i ministeri competenti”.

Boom di frodi digitali: quasi 3 milioni di italiani truffati con le carte elettroniche

Phishing, SMS ingannevoli e finti call center: negli ultimi mesi è aumentata ulteriormente l’allerta sui pagamenti digitali.
In un’epoca sempre più cashless, non sorprende infatti che sia aumentato anche il rischio di raggiri legati all’uso delle carte elettroniche.

Nel 2024, ben 2,9 milioni di cittadini italiani sono stati vittime di frodi legate ai metodi di pagamento digitali, per un danno complessivo superiore a 880 milioni di euro. È quanto emerge da una recente indagine condotta da mUp Research e Norstat per Facile.it, che ha fatto luce sulle modalità più comuni con cui i truffatori colpiscono e sui profili più vulnerabili.

Email e SMS fanno cadere in trappola  

Il canale preferito dai truffatori rimane l’email di phishing, usata nel 38,1% dei casi, seguita dagli SMS fraudolenti (28,4%). Tecniche ormai ben note ma ancora estremamente efficaci.

Quasi un italiano su cinque è stato ingannato da siti web falsi (19,4%) o da finte telefonate di operatori bancari (18,7%). A sorpresa, anche le piattaforme più moderne sono diventate terreno fertile per le frodi: app di messaggistica (14,9%) e social network (13,4%) completano il quadro di un fenomeno in continua evoluzione.

I giovani sono i più colpiti

Contrariamente agli stereotipi, i giovani adulti risultano le prede più frequenti. La fascia 18-24 anni è la più esposta, con un’incidenza del 14,1%, seguita dai 25-34enni (8,5%).

Un altro dato sorprendente riguarda il livello d’istruzione: a cadere più spesso nella rete delle frodi sono le persone con titolo di studio universitario, forse per una maggiore fiducia nell’utilizzo dei mezzi digitali.
Geograficamente, l’area con la maggiore incidenza di truffe è il Nord Est, dove il 7,9% degli intervistati ha dichiarato di essere stato colpito.

Le vittime non parlano: oltre un quarto non denuncia

Nonostante il danno subito, più di un truffato su quattro (26,1%) non segnala l’accaduto. Le ragioni? Il 34,3% lo ritiene economicamente trascurabile, mentre il 22,9% è convinto che non riuscirebbe a recuperare i soldi.

C’è poi chi si vergogna: il 20% teme di sembrare ingenuo, e il 14,3% non vuole che la propria famiglia venga a sapere dell’episodio.

Italia sempre più connessa: boom di e-commerce e collegamenti a casa

Il biennio 2023-2024 conferma la trasformazione digitale del Paese: sempre più italiani fanno acquisti online e navigano abitualmente in rete. Lo rivelano i dati raccolti da Istat nell’indagine annuale “Aspetti della Vita Quotidiana”.

Shopping digitale: abbigliamento e casa in cima alle preferenze

Gli acquisti su Internet continuano a crescere in uso e popolarità. La quota di utenti che ha effettuato shopping online è aumentata di 2,2 punti rispetto all’anno precedente.
In cima alla lista dei prodotti più acquistati si trovano i capi di abbigliamento (23,2%) e gli articoli per la casa (13,7%).

Parallelamente, cresce l’utilizzo dei portali online della Pubblica Amministrazione per raccogliere informazioni, anche se diminuisce l’utilizzo per attività operative come scaricare documenti ufficiali (-9,6 punti) o fissare appuntamenti (-8 punti).

Connessioni in crescita, ma il Sud resta indietro

Nel 2024, l’86,2% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a Internet da casa, con un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto al 2023.
La copertura sale al 93,4% tra le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni, in linea con la media europea (94,1%).
Restano però profonde differenze: tra i nuclei composti esclusivamente da over 65, solo il 60,6% ha accesso alla rete. Al contrario, nelle famiglie con minori il dato sfiora la totalità, con il 99,1%.

Dal punto di vista geografico, il Mezzogiorno registra ancora un ritardo, con una copertura inferiore di quasi 5 punti rispetto al Centro-Nord. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige guidano la classifica delle regioni più digitalizzate; Sicilia, Molise e Basilicata chiudono invece la graduatoria.

Anche gli anziani navigano

Nel 2024, l’81,9% degli italiani sopra i sei anni ha utilizzato Internet negli ultimi tre mesi, registrando un incremento di 2,4 punti percentuali.
Particolarmente significativa la crescita tra i 65-74enni (+7,6 punti) e tra gli over 75 (+6,7 punti).

Permane una differenza di genere nell’uso della rete: si connette l’84,5% degli uomini contro il 79,5% delle donne, un divario che si accentua tra gli anziani.
Anche il livello di istruzione incide: naviga il 95,8% dei laureati, contro il 69,7% di chi possiede solo la licenza media.

Comunicare, informarsi, divertirsi: le attività degli italiani sul web 

L’suo principale di Internet è riservato alla comunicazione: il 73,4% utilizza chat e messaggistica istantanea, il 66% effettua chiamate o videochiamate, e il 62% usa la posta elettronica.

Molto diffusa è anche la fruizione di video su piattaforme come YouTube, Instagram e TikTok (57,4%), seguita dall’ascolto di musica in streaming (49,4%).
Quasi la metà degli utenti (48,2%) ricerca informazioni su prodotti e servizi, il 46% si documenta su temi di salute e il 44,3% accede ai propri servizi bancari online.

Acqua: in Italia la gestione è ancora frammentata

Nel 2022 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.110, l’82,4% Comuni ed enti locali (enti in economia) e il 17,6% gestori specializzati. Questi ultimi hanno svolto almeno uno dei servizi idrici pubblici, come prelievo di acqua per uso potabile, distribuzione dell’acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane. In particolare, 4 enti su 10 si sono occupati dell’intera filiera, dal prelievo alla depurazione.

A seguito della riforma che nel 1994 ha introdotto il servizio idrico integrato, il numero dei gestori è diminuito progressivamente.
Rispetto al 2020 la riduzione è di 281 gestori, dovuta ai cambiamenti nella gestione soprattutto nelle province di Como, Varese e Rieti.
Lo rileva il focus Istat sulla gestione idrica delle acque condotto in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo.

Offerta concentrata nei gestori specializzati

L’attuazione della riforma è tuttavia ancora incompleta e persiste una significativa frammentazione nella gestione del servizio idrico, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.
Nel triennio 2022-2024 sono però emersi importanti segnali di integrazione gestionale.

Nel 2022, il prelievo di acqua per uso potabile è gestito da 1.492 enti (-127 vs 2020): nel 79,4% dei casi si tratta di gestori in economia (1.184 enti) e nel restante 20,6% di gestori specializzati (308).
Calabria (262) e Sicilia (248) sono i territori con il maggior numero di operatori attivi nell’ambito del prelievo idropotabile. Di contro, sempre nel 2022, il numero minore di gestori (4) è in Umbria e Basilicata.

Un progressivo processo di accentramento

Benché in numero nettamente inferiore, gli enti gestori specializzati dominano il prelievo idropotabile, poiché operano su ampie aree e su fonti di approvvigionamento rilevanti.
Nel 2022, dei 9,14 miliardi di metri cubi di acqua prelevata per uso potabile i 308 gestori specializzati hanno prelevato il 91% del totale (8,3 miliardi di mq), testimonianza del progressivo processo di accentramento nella gestione del servizio. I 1.184 gestori in economia sono invece responsabili del prelievo del 9% (812 milioni di mq), quasi interamente derivati da fonti sotterranee.

Nel distretto idrografico dell’Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi esclusivamente da enti specializzati, che coprono il 99% del volume, lasciando solo l’1% alla gestione in economia.

Una marcata diversificazione a livello locale

Il panorama dei gestori delle fonti di approvvigionamento per uso potabile evidenzia una marcata diversificazione a livello locale.
La maggior parte dei gestori che si occupa dell’approvvigionamento gestisce anche la distribuzione comunale dell’acqua (1.437, oltre il 95% degli enti).

A questi enti si affiancano operatori che nel ciclo potabile si occupano esclusivamente del prelievo.
Accanto ai gestori di sovra-ambito e ai grossisti di acqua per uso potabile, che movimentano volumi significativi destinati ai gestori di rete, operano infatti anche piccole gestioni che amministrano fonti idriche più limitate, poi convogliate alla distribuzione.

Lombardia, aumentano i furti in casa: che fare?

Trovarsi la casa “vuota” dopo il passaggio dei ladri o subire un’effrazione: ecco alcune pra le principali paure degli italiani. Lo rivela l’ultima edizione dell’Osservatorio sulla Sicurezza della Casa Censis-Verisure, sviluppato in collaborazione con il Servizio analisi criminale del Ministero dell’Interno. Il report indica che il 48% della popolazione considera questi reati una minaccia grave.

La Lombardia riflette questa preoccupazione, e i numeri parlano chiaro: nel 2023 sono stati registrati 31.442 episodi, pari al 21,3% del totale nazionale. Con un’incidenza di 31,4 furti ogni 10.000 abitanti, la regione si conferma la più colpita d’Italia, superando la media nazionale di 6,4 punti.

Le province più esposte: Milano e Monza-Brianza

Le zone metropolitane risultano le più esposte ai furti in casa. Milano ha registrato 9.552 casi nel 2023, con un tasso di 29,4 ogni 10.000 abitanti, collocandosi al secondo posto dopo Roma. Ancora più critica è la situazione nella provincia di Monza-Brianza, dove l’incidenza è la più alta della Lombardia con 37,2 furti ogni 10.000 abitanti.

Complessivamente, la regione ha visto un incremento dell’11,6% rispetto all’anno precedente, segnale di una pressione criminale in crescita che alimenta un diffuso senso di insicurezza tra i cittadini.

Necessario alzare il livello di sicurezza

L’Indice di Sicurezza Domestica non si limita a considerare il numero di furti, ma include anche fattori legati alla qualità degli impianti domestici, la presenza di categorie vulnerabili e il grado di affollamento nelle abitazioni. La Lombardia si posiziona solo al 17° posto tra le regioni italiane, con un punteggio di 94,6, inferiore alla media nazionale di 100.

Nonostante la buona qualità delle infrastrutture abitative (con un punteggio di 111,9), l’elevato rischio criminale incide fortemente sulla sicurezza percepita e reale, aumentando il senso di vulnerabilità della popolazione.

Maggiore attenzione alla protezione e alla tecnologia

Con l’aumento dei furti, cresce la consapevolezza dell’importanza della prevenzione. Secondo l’Osservatorio Censis-Verisure, l’89,2% degli italiani considera la sicurezza domestica un elemento fondamentale per la qualità della vita, mentre il 50,1% prevede di investire in sistemi di protezione nei prossimi anni. In Lombardia, sempre più famiglie adottano soluzioni avanzate per difendersi: il 64,7% considera indispensabile l’installazione di un sistema d’allarme integrato.

Inoltre, cresce l’attenzione per la sicurezza personale, con il 37,7% che teme di trovarsi in difficoltà senza poter chiedere aiuto e il 25,5% preoccupato per il rischio di incidenti domestici. La protezione della casa e della persona diventa dunque una priorità sempre più sentita.

Cosa aspettarsi dal 2025? Ancora tante sfide globali, ma più ottimismo rispetto all’anno passato

La maggior parte delle persone a livello globale (71%) pensa che il 2025 sarà migliore del 2024, in leggero aumento (+1%) rispetto all’anno precedente, ma inferiore al periodo pre-pandemico.
In Italia, al contrario, la percentuale di ottimisti è più contenuta, e in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2023. 

Emerge dall’annuale Ipsos Predictions Survey 2025, che rivela un miglioramento del sentiment pubblico, ma persistenti preoccupazioni su economia, tensioni internazionali e clima.
Nel 2024, disastri naturali, inondazioni e incendi sono stati severi promemoria della crisi climatica in corso.  Al contempo, gli sviluppi tecnologici hanno offerto spiragli di speranza, e dopo tre anni l’economia globale ha mostrato i primi segni di stabilizzazione, con una crescita particolarmente robusta in Asia meridionale. 

Allarmano inflazione, tasse, disoccupazione

Le preoccupazioni economiche a livello globale rimangono elevate: la maggioranza delle persone prevede un aumento di inflazione (70%), tasse (74%), disoccupazione, prezzi. In particolare, il 79% ritiene che i prezzi cresceranno più rapidamente dei redditi.
Anche in Italia il 79% degli intervistati ritiene che i prezzi aumenteranno più rapidamente dei redditi e il 64% prevede un’inflazione più alta nel 2025.

Quanto alla tecnologia, l’opinione pubblica mondiale ne ha una visione complessa e spesso contraddittoria. Globalmente, la paura delle perdite di posti di lavoro causate dall’AI (65% Italia) continua a superare le aspettative di creazione di posti di lavoro (30% Italia). Inoltre, diminuisce leggermente l’intenzione di ridurre l’uso dei social media (41% Italia), ma cresce la preoccupazione per la privacy e la perdita di dati personali (53% Italia).  

Il futuro appare incerto e complesso

Un senso prevalente di disagio avvolge le persone di fronte a un futuro complesso e incerto. La minaccia di un conflitto nucleare rimane significativa, con il 49% che ne valuta la probabilità (40% Italia), così come l’ansia per un’AI fuori controllo (35% globale e Italia), e il pessimismo riguardo la risoluzione dei conflitti in corso. In Italia, soltanto il 23% crede che il conflitto in Ucraina possa concludersi nel 2025 e solo il 19% è fiducioso in una risoluzione del conflitto in Medio Oriente.  

Nel complesso, questa prospettiva rivela un mondo alle prese con minacce tecnologiche in continua evoluzione e conflitti geopolitici persistenti, che delineano un futuro complesso e incerto. 

Soffrire di eco-ansia per la crisi climatica

Le previsioni per il 2025 rivelano un mondo sempre più ansioso per il cambiamento climatico, ma meno fiducioso nelle soluzioni governative e tecnologiche. Un crescente disagio che sottolinea l’urgente necessità di cooperazione globale e approcci innovativi.

L’80% a livello globale e il 78% in Italia prevede un aumento delle temperature, il 72% a livello globale e il 77% in Italia prevede anche eventi meteorologici più estremi. Il 42% degli intervistati (49% Italia) ritiene che zone del proprio Paese diventeranno inabitabili. Ma se il 52% crede che i propri governi introdurranno obiettivi di emissione più severi (Italia 37%) solo il 32% crede che verrà sviluppata una tecnologia rivoluzionaria in grado di arrestare il cambiamento climatico (Italia 20%).