L’aumento dei prezzi delle materie prime può “azzoppare” il Superbonus

Sugli interventi come il Superbonus 110%, pensati per aiutare il settore edilizio a superare la crisi, pende una sorta di spada di Damocle: la “fiammata” delle materie prime. Se il 57% delle imprese assicura che l’introduzione delle misure agevolative sta avendo un impatto positivo sulla propria attività l’aumento dei prezzi delle materie prime potrebbe ridurre la portata espansiva delle agevolazioni. Lo rileva un’indagine condotta dal Centro studi della CNA, dedicata a La ripresa del settore delle costruzioni tra agevolazioni e aumenti delle materie prime, a cui ha partecipato un campione rappresentativo di imprese artigiane, micro e piccole della filiera, che operano nei comparti della installazione di impianti, dell’edilizia, dei serramenti.

Il sostegno ha messo il turbo

Oltre a dare un impulso alla domanda nella filiera delle costruzioni, gli incentivi stanno avendo un effetto benefico anche sulla organizzazione delle imprese, mettendole nelle condizioni di accrescere competenze. In particolare, il 33,7% ha ampliato il ventaglio dell’offerta di lavori e servizi, adeguandola agli interventi sostenuti e il 27,8% ha assunto nuovo personale. Il comparto dei serramenti (65,9%), quello dell’installazione (56,3%), e l’edilizia (55,4%) quelli che più hanno beneficiato del Superbonus, con il 64,2% delle imprese con oltre dieci dipendenti e il 56% delle imprese fino a dieci addetti. Questo scenario però vede addensarsi all’orizzonte nuvole cupe che potrebbero stravolgerlo. Quasi quattro imprese su cinque (79%) segnalano aumenti nei prezzi dei materiali, delle materie prime e delle apparecchiature rispetto a un anno fa, prima che scoppiasse la pandemia.

In un anno i prezzi salgono anche del 50%

Nel settore delle costruzioni gli aumenti più importanti riguardano i metalli (+20,8%), con punte che superano il +50%, i materiali termoisolanti (+16%) con punte che oscillano tra il +25% e il +50%, i materiali per gli impianti (+14,6%), con crescite che vanno oltre il +25%, e il legno (+14,3%). Elevata anche la crescita per altri materiali, che oscilla tra il +9,4% di malte e collanti e il +11,3% dei laterizi. Meno marcati, ma comunque poco sotto il +10%, gli incrementi sofferti dall’impiantistica e dal settore dei serramenti, dove ha inciso maggiormente il rialzo dei prezzi di semilavorati in alluminio o altri metalli.

A rischio la drastica riduzione della marginalità delle imprese

Il 72% delle imprese addebita la fiammata dei prezzi, in parte o del tutto, ai comportamenti speculativi della catena di fornitura. Quale che sia la causa di questa impennata il rischio è la drastica riduzione della marginalità delle imprese, e di conseguenza, del loro eventuale rafforzamento dopo tanti anni di crisi. Già accusano una sensibile diminuzione dei profitti a causa dell’aumento dei costi di produzione il 51,5% delle imprese di installazione impianti, il 58,3% del settore edilizio e il 64,6% della serramentistica. Le altre imprese, per ora, cercano di attenuare i danni rinegoziando i prezzi applicati alla clientela o trovando nuovi fornitori. Ma quasi il 70% delle imprese teme una riduzione dell’effetto positivo delle agevolazioni, che per un’impresa su cinque, potrebbe assumere una dimensione significativa.

Quale tipo di prato scegliere per il tuo giardino?

Esistono diversi tipi di erba a disposizione per il prato del tuo giardino, ed è fondamentale scegliere la varietà corretta se vogliamo che l’erba cresca in buone condizioni. I fattori che influenzano la scelta sono diversi e devono prevalere sul nostro gusto personale.

Non possiamo piantumare un seme qualsiasi e pensare che germoglierà senza problemi, ma dobbiamo conoscere le caratteristiche del terreno quando scegliamo la varietà da seminare.

Esistono diverse varietà di erba e ognuna di esse è specifica per un clima o per un uso specifico. Se vivi in ​​una zona dove fa caldo non dovresti piantare un prato che non tollera le alte temperature, se vuoi realizzare un campo sportivo dovresti piantare erba che tollera il calpestio e se pianti in una zona che riceve poco sole dovresti scegliere un’erba adatta alle zone ombreggiate.

Di seguito accenneremo di alcuni tipi di prato che puoi trovare in fase di progettazione giardini e delle loro caratteristiche.

I tipi di prato

Quando si semina un prato naturale ci sono due fattori molto importanti da tenere in considerazione:

  • Uso: decorativo, familiare, sportivo. Se vuoi un’erba ornamentale che non calpesterai molto, puoi scegliere un’erba a lame sottili, ma l’erba di un campo sportivo deve essere resistente per sostenere i continui passi.
  • Clima: ci sono semi che crescono bene in climi freschi e umidi, altri sono adatti a climi più caldi. Devi scegliere la varietà adatta al clima in cui vivi, perchè se sbagli è possibile che dopo aver fatto il lavoro di semina non otterrai alcun risultato.
  • Acqua: ci sono varietà di erba che hanno più bisogno di acqua rispetto altre. Nei luoghi in cui le precipitazioni sono scarse sarà consigliabile scegliere una varietà a basso consumo di acqua.
  • Ombra: ci sono piante erbacee che non tollerano luoghi poco soleggiati mentre altre possono crescere bene con poche ore di sole.

Ad ogni modo ricorda che se il processo di semina e manutenzione viene eseguito correttamente, il tuo giardino apparirà verde, denso, sano e resistente esattamente come lo desideri.

L’esportazione agroalimentare Made in Italy regge alla crisi da Covid-19

L’export agroalimentare Made in Italy regge alla crisi generata dal Covid-19, nonostante con la pandemia si sia verificato un vero e proprio crollo delle esportazioni. A fronte dell’andamento positivo registrato nel primo trimestre dell’anno, i successivi tre mesi, caratterizzati dall’impatto del Covid e dal lockdown, hanno visto un calo in valore delle esportazioni (-3,6%), e soprattutto, delle importazioni (-12,1%), rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La contrazione dei flussi agroalimentari si è concentrata nei mesi di aprile e in particolare di maggio, seguiti, però, da una diffusa ripresa degli scambi a giugno.

Le categorie più colpite dalla contrazione dell’import e dell’export

È quanto emerge dal focus realizzato dal Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, sull’andamento dell’export italiano nel 2019 e nei primi sei mesi del 2020, secondo il quale tra le categorie più colpite dalla contrazione dell’import nel settore primario figurano gli ortaggi, il caffè greggio e i prodotti della silvicoltura e della pesca, mentre nei trasformati, le carni, sia fresche sia preparate, e i prodotti ittici. Per quanto riguarda i comparti dell’export, a risentirne maggiormente sono stati nel settore primario i prodotti del florovivaismo, mentre tra i trasformati le carni, il caffè torrefatto, i prodotti dolciari e il vino.

Ue e Asia le aree più colpite nel secondo trimestre

Tuttavia, secondo il focus del Crea, tale andamento è stato in parte compensato dalla crescita dell’export di altri importanti prodotti del Made in Italy, come la pasta, le conserve di pomodoro e l’olio di oliva, riporta Askanews. Tra le principali aree partner dell’Italia, Ue e Asia sono risultate le più colpite nel secondo trimestre, sia dal lato delle importazioni sia da quello delle esportazioni agroalimentari del nostro Paese. Tuttavia, per la Ue il netto incremento dell’export nel primo trimestre ha compensato il calo nel secondo, determinando un andamento semestrale positivo.

Nel primo semestre 2020 scambi complessivi di merci ridotti di circa il 16%

I flussi dal mercato sudamericano sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre sono cresciute le importazioni dal Nord America. Quest’ultimo si conferma il principale mercato di destinazione extra Ue per l’agroalimentare italiano, con un andamento semestrale complessivamente positivo, nonostante il leggero calo del secondo trimestre. Nel primo semestre 2020, il calo tendenziale del valore delle importazioni agroalimentari dell’Italia è stato del 4,6% mentre l’export è cresciuto di oltre il 2%. Nello stesso periodo, gli scambi complessivi di merci dell’Italia si sono ridotti del 16% circa. Il settore agroalimentare ha mostrato, quindi, una maggiore tenuta degli scambi internazionali rispetto ad altri settori, più colpiti dalle restrizioni e dalla conseguente crisi economica.

Contenuti digitali, quasi 1,8 miliardi di spesa nel 2019

Nel 2019 gli italiani hanno aumentato la fruizione di contenuti digitali, spendendo complessivamente 1,785 miliardi di euro, +20% rispetto al 2018.

Il segmento di spesa più rilevante è il Gaming, con circa 1,13 miliardi di euro, il 63% dei volumi complessivi. Seguono video (388 milioni), editoria (141 milioni) e musica (129 milioni). Il mercato dei contenuti digitali in Italia, inteso come i ricavi generati dalle piattaforme di distribuzione, è distinguibile in due componenti, la spesa del consumatore e la raccolta advertising, ovvero i ricavi ottenuti attraverso la vendita di spazi destinati alla pubblicità di terzi all’interno della piattaforma. È quanto risulta dalla ricerca BVA Doxa presentata durante la prima edizione dell’Osservatorio Digital Content, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Gaming, video, editoria e musica

Se nel 2019 il gaming è il segmento di spesa più rilevante rispetto al 2018 tutti i mercati segnano un trend positivo, ma con dinamiche differenti. Il segmento video entertainment presenta il più alto tasso di crescita (+47%), la musica cresce del 33%, il gaming del 13% e l’editoria del 6%. Il rapporto con il numero di Internet user in Italia (circa 39 milioni), evidenzia inoltre una spesa media di circa 46 euro all’anno per utente (+17,5% rispetto al 2018). La spesa media per utente è cresciuta percentualmente meno della spesa complessiva, poiché nell’ultimo anno è cresciuto anche il numero di Internet user (nel 2018 circa 38 milioni), segno di un mercato potenziale ancora in espansione.

La raccolta advertising

I contenuti online attraggono ingenti investimenti pubblicitari. All’interno delle piattaforme di distribuzione di contenuti giornalistici la raccolta advertising è la componente principale di ricavo (514 milioni di euro nel 2019, +4% rispetto al 2018), seguono le piattaforme di video entertainment, che hanno raccolto circa 460 milioni di euro, mentre i ricavi adv delle piattaforme musicali sono pari a 18 milioni di euro (+51%). Nel 2020 però l’advertising digitale in Italia ha subito una forte contrazione, facendo segnare per la prima volta una decrescita a prescindere dalle piattaforme, dai formati e dai contenuti veicolati.

Nel 2020 aumentano i consumi, cambiano i comportamenti degli utenti

Nel 2020 il 40% degli Internet user italiani ha aumentato il tempo dedicato ai contenuti di video entertainment, il 20% ai contenuti editoriali, il 14% ai videogame e il 12% alla musica online. Lo smartphone poi è diventato il device prediletto per fruire dei contenuti online, e continua ad aumentare la dotazione di oggetti connessi, come smart TV e smart speaker. Solo l’11% degli Internet user italiani fruisce però esclusivamente di un solo contenuto online, il 15% di due, il 33% di tre e il 30% di tutte e quattro le categorie di contenuti. Si evidenzia quindi lo sbilanciamento verso una fruizione multi-contenuto, anche se questo riguarda tipicamente le generazioni più giovani, mentre le generazioni più mature tendono a fruire online di una minore varietà di contenuti.

Il lockdown ha peggiorato il benessere psicologico dei lavoratori

I lavoratoti italiani non sempre sono soddisfatti della propria situazione professionale. A causa di questo, tre lavoratori su quattro soffrono di ansia e stress, e il lockdown ha contribuito ad aumentare il diffondersi di patologie come l’insonnia. Se più del 60% delle aziende afferma di promuovere azioni dirette ad aumentare il benessere dei propri lavoratori, puntando soprattutto su flessibilità o benefit economici, sono ancora poche le aziende che scommettono su iniziative volte a sostenerne il benessere psicologico. È quanto emerge dalla ricerca BVA Doxa per Mindwork, la società italiana per la consulenza psicologica online in ambito aziendale

Ansia e stress per un quarto dei lavoratori

Disturbi legati a stati di tensione quali irritabilità, inquietudine, irrequietezza o, ancora, ansia colpiscono almeno una volta al mese circa un lavoratore su quattro. A queste problematiche si sommano, poi, le difficoltà dovute dall’esigenza di bilanciare il lavoro con la vita privata: solo un lavoratore su tre afferma di aver trovato questo equilibrio. Il quadro è stato ulteriormente peggiorato dal lockdown, che ha contribuito ad aumentare le sensazioni di ansia e disagio (+15%), nonché il diffondersi di patologie come l’insonnia (+9%).

Sebbene si tratti di una netta minoranza, c’è però anche chi vive serenamente la propria vita lavorativa: un lavoratore su dieci, infatti, si dichiara pienamente soddisfatto della propria occupazione, e gode di un equilibrio psico-fisico ottimale.

Le conseguenze dell’assenteismo

Quasi un lavoratore su tre ammette di essersi assentato dal lavoro una o più volte a causa di eccessivi carichi di stress e ansia. Questa condizione colpisce in particolare le figure apicali. Da questo quadro, inoltre, emergono anche problemi economici: la Commissione europea stima in 136 miliardi le perdite in produttività causate dall’assenteismo dal posto di lavoro derivato da malessere psicologico. C’è poi chi ha valutato lo scenario più estremo: il 37% dei lavoratori italiani, infatti, ha lasciato un lavoro a causa del malessere emotivo legato all’ambiente professionale. Un fenomeno particolarmente comune tra gli under 34.

Il punto di vista delle aziende

Di fronte a un contesto così gravoso reso ancora più complesso dall’emergenza Covid-19, più del 60% delle aziende promuove azioni dirette ad aumentare il benessere dei propri lavoratori puntando però soprattutto su flessibilità (sia in termini di orario sia di ricorso allo smart working) e/o benefit economici.

Sono ancora in pochi, invece, a scommettere su iniziative volte a sostenere il benessere psicologico dei singoli, anche se oltre il 60% valuterebbe positivamente un’iniziativa in tal senso. Parlare apertamente di disagio psicologico risulta però ancora difficile. Quasi il 50% dei lavoratori non si sente libero di dichiarare il proprio malessere. E se con amici e familiari c’è meno reticenza, l’ambiente di lavoro appare ancora un luogo poco adatto in cui esprimere il proprio disagio.

Il processo di automazione nell’industria

Il processo di automazione è quell’insieme di operazioni e strategie per le quali viene ridotta la presenza di esseri umani chiamati in prima persona a dirigere le operazioni in occasione di un qualsiasi processo produttivo, e al contrario affidare tali operazioni a delle macchine che sono in grado di svolgere ogni compito in maniera molto più precisa e veloce.

Maggiore precisione e velocità di produzione

Lo scopo dunque è quello di limitare sempre di più la presenza umana in ambito produttivo sia per quel che riguardai  beni che per quanto concerne i servizi, mantenendo chiaramente inalterata la qualità o dov’è possibile aumentarla diminuendo contemporaneamente quelli che sono i costi di produzione. In particolar modo a necessitare dell’automazione sono tutti quei processi produttivi automatici che richiedono grande precisione al fine di riuscire a produrre dei pezzi di alta qualità. È questo il caso dei laser che vengono impiegati per tagliare, saldare o marcare ogni tipo di materiale in base a quella che è la richiesta del cliente.

I laser industriali

I laser industriali dunque rappresentano la tecnologia perfetta per migliorare questo processo automatizzato, diminuendo quelli che sono i costi di manodopera e produzione e andando ad aumentare la qualità e la velocità con la quale si è in grado di preparare i pezzi da commercializzare.

Dunque questo è il motivo per il quale sempre più realtà industriali decidono di adottare un laser o sostituire quello vecchio con uno di nuova generazione se lo si adopera già, riuscendo così a fornire al mercato risposte adeguate sia dal punto di vista della qualità dei singoli pezzi che della velocità di produzione ed evasione degli ordini a partire dal momento in cui un cliente manifesta la necessità di ricevere della merce.

Sul sito di  Optoprim è possibile visionare diversi modelli di laser industriali, tra i quali ci sarà sicuramente quello maggiormente in grado di soddisfare specifiche necessità legate alle esigenze produttive di ogni realtà aziendale.

Il timbracartellini Puma

Il timbracartellini Puma è un ottimo marcatempo con timbratura in colore nero a quattro colonne. Il dispositivo consente ai dipendenti di registrare il proprio ingresso o uscita dalla sede di lavoro in maniera davvero rapida e soprattutto semplice, grazie al comodo e ampio display LCD che consente di visionare in maniera chiara ed inequivocabile quello che è l’orario, nonché la data ed il giorno della settimana.

Segnalazione acustica ad ogni registrazione

Nel caso in cui il dipendente vada a timbrare l’orario di ingresso in ritardo, oppure quello di uscita in anticipo, l’orario sarà contrassegnato con un apposito asterisco, così da andare a facilitare il lavoro dell’ufficio personale che terrà conto di queste variazioni. Il display visualizza dunque sia la data che il giorno, oltre all’orario, ed effettua anche una segnalazione acustica nel momento in cui ingresso o l’uscita vengono registrati. È il dispositivo stesso a trascinare ed espellere il cartellino automaticamente per effettuare le operazioni di stampa, e riconosce automaticamente lo spazio in cui effettuare la marcatura.

Il timbracartellini Puma dispone anche una riserva di memoria tramite batteria al litio, così da continuare ad essere alimentato anche se dovesse mancare la corrente. Il suo calendario automatico consente di gestire autonomamente anche gli anni bisestili, e grazie alle apposite asole è possibile fissarlo a parete o anche sul tavolo, in base alle proprie necessità, così da rendere per i dipendenti particolarmente facili le operazioni di timbratura.

Non più code per timbrare l’ingresso o l’uscita

Si tratta di un dispositivo dal funzionamento semplice ma al tempo stesso efficace ed affidabile, che può consentire anche a diverse decine di dipendenti di timbrare in rapida sequenza il proprio ingresso o uscita dalla sede di lavoro in maniera rapida e senza andare a creare delle code. Sul suo sito ufficiale Cotini srl offre, inclusi nel prezzo del timbracartellini Puma, anche 50 cartellini ed un casellario in plastica da 5 posti. Infine, sempre sul sito ufficiale Cotini srl, è possibile visionare immagini dettagliate di questo articolo oppure anche altri modelli di timbra cartellini.

Turismo del vino: lento, sostenibile e sicuro

E’ stato appena presentato il  XVI Rapporto sull’enoturismo nel Belpaese. Una nicchia (se così si può dire) che nel 2019 ha messo a segno un + 7% di visitatori, passati da 14 a 15 milioni, e un + 6% di giro d’affari, che ha toccato i 2,65 miliardi di euro. Insomma, un “tesoro” tutto italiano da coltivare e promuovere con grande attenzione, anche in tempi difficili per il turismo come quelli che stiamo vivendo. Certo, è facile prevedere che nel 2020 questa modalità di viaggiare subirà una battuta d’arresto, anche se l’estate con la riscoperta della campagna e dei borghi minori, più congeniali alla nuova vacanza “protetta”, potrebbe risvegliare l’interesse per tantissimi italiani verso una forma di turismo tra vigne, degustazioni all’aperto e piazze mai affollate. “Lo studio dimostra ancora una volta lo standard più elevato di qualità delle Città del Vino nell’accoglienza enoturistica” ha detto il presidente Floriano Zambon “e questo favorisce la ripresa, finita la fase d’emergenza, perché siamo avvantaggiati da condizioni ambientali, strutturali e di lunga esperienza che ben si adattano alla rinnovata idea di un turismo lento, piacevole, sicuro e di prossimità. C’è ancora molto da fare sui territori ma siamo già in linea con questo trend di sostenibilità ambientale, economica e sociale, valori e obiettivi che sono anche nell’agenda europea”.

Accessibilità dei territori

“Va bene lo sviluppo di servizi e contenuti virtuali che la rete digitale ci può offrire, come tutti abbiamo visto in questi mesi, ma parallelamente dobbiamo lavorare su una nuova accessibilità dei territori: ambienti concreti e reali che vanno resi più fruibili e sicuri” ha dichiarato il presidente di Città del Vino, Floriano Zambon. “Questo comporta la necessità di riqualificare e creare nuovi sentieri, piste ciclabili, percorsi enoturistici, segnaletica, itinerari ed esperienze culturali, ma anche infrastrutture di servizio e connessioni digitali adeguate ai territori più rurali e svantaggiati dal digital divide. Nell’immediato le cantine si stanno organizzando per superare la fase di ripartenza, ma per il futuro non possiamo pensare che lo sviluppo enoturistico ricada soltanto sulle spalle e sulle risorse dei produttori. Anche le istituzioni locali devono essere messe in condizioni d’esercitare il loro ruolo oggi più strategico che mai per lo sviluppo di un turismo del vino ancora più intelligente, sostenibile e rassicurante, che raccolga le nuove sfide e vada nella direzione della nuova agenda economica, più rispettosa dell’ambiente e delle comunità. L’attuale crisi economica e i limiti della globalizzazione saranno superati con il ruolo forte degli Stati e dei governi. Allo stesso modo – conclude Zambon – lo sviluppo locale, anche enoturistico, vedrà un impegno più forte e incisivo delle istituzioni dei territori, dalle Regioni fino ai Comuni”.

Il turista del vino italiano

Ma chi  il turista del vino italiano? Ha un’età media di 48 anni e almeno una volta l’anno fa una piccola vacanza o una breve escursione anche solo giornaliera nelle cantine, preferendo quelle vicino casa. Il 45% del campione ha dichiarato di visitare e trascorrere un periodo di vacanza nei territori del vino almeno una volta l’anno; il 30% più di una volta l’anno; il 9% almeno una volta al mese. Ed è un turista del vino prevalentemente “regionale” poiché il 30% rientra normalmente a casa a fine giornata e il 23% rientra sempre a casa. Nel 60% dei casi i turisti hanno anche dichiarato infatti di visitare più frequentemente le cantine della regione di residenza. Per l’escursionista giornaliero la spesa si assesta mediamente a 80 euro tra acquisti e degustazioni; mentre per chi pernotta la spesa giornaliera sale in media a 155 euro.  

Cresce del 38% il numero delle PMI Innovative italiane

Secondo i risultati della 3a edizione dell’Osservatorio PMI Innovative di Grant Thornton e Università di Pisa, il numero delle PMI Innovative iscritte nel 2019 al Registro delle Imprese pubblicato dal MISE cresce del 38%. Netta prevalenza per le società del settore dei servizi (70,83%), seguite da quelle dei settori industria e artigianato (20,60%). Ma all’interno delle PMI Innovative rientrano anche società di consulenza (6,7%).  In continuità con quanto rilevato nel Report 2018, il 55% delle PMI monitorate rileva un valore della produzione inferiore al milione di euro. Anche se dal 2017 al 2019 risulta in crescita il valore della produzione per la classe di imprese comprese nella fascia di produttività 1.000.000/ 2.000.000 di euro.

Il 70% delle nuove imprese ha meno di 10 addetti

Tre PMI innovative su quattro possono qualificarsi come micro-imprese, avendo un valore della produzione inferiore ai 2 milioni di euro. Il 70% delle nuove PMI ha infatti meno di 10 addetti, a conferma della permanenza dell’elevata granularità del sistema aziendale italiano. E solo il 5% delle società ne presenta più di 50.  Sempre secondo il report, risulta poi che il 71% delle società presenta un capitale inferiore o uguale a 100mila euro. La vita media delle imprese iscritte, nello stesso tempo, risulta elevata (8,43 anni, rispetto a 7,9 nel 2018). Ne deriva dunque che le dimensioni contenute delle Nuove PMI sono una caratteristica di medio/lungo periodo.

In Lombardia oltre il 29% del totale

Su base regionale, la Lombardia registra il primato delle PMI innovative iscritte nel 2019 (126 casi, oltre il 29% del totale). Seguono l’Emilia Romagna (54 casi), il Piemonte (39), Lazio e Campania (31), e il Veneto (26).  A livello provinciale la provincia di Milano è in testa per numero di nuove PMI iscritte tra il 2018 e il 2019 (79). Seguono Roma (29 società), Torino (23), Napoli (14), Bologna (8), e Pisa (7). In merito all’assetto proprietario, oltre il 50% delle nuove PMI iscritte nel 2019 è composto in prevalenza da adulti di nazionalità italiana e sesso maschile. La prevalenza giovanile si ha solo nell’11,34% dei casi, e femminile nel 7,83%.

La crescita media del fatturato è del 50,82%

Un’impresa su tre (30,30%) è compresa nella fascia dal milione ai 5 milioni di euro, mentre il 38,05% si colloca al di sotto del milione. Parallelamente, la crescita media del fatturato (2018vs2017) è pari al 50,82%, anche se un quinto delle società presenta livelli inferiori a quelli del 2017.

Dal punto di vista dei profili organizzativi e gestionali emerge che nell’84% delle PMI Innovative le figure del Presidente e dell’Amministratore Delegato coincidono, segno che il livello di managerializzazione è ancora basso. E per quanto riguarda il grado di internazionalizzazione, solo il 12,5% possiede partecipazioni in società estere, con una concentrazione nelle classi di fatturato da 1 milione di euro in poi.

Le imprese vogliono assumere, ma mancano personale competente e scenari certi

In uno scenario caratterizzato da una scarsa fiducia nell’economia le previsioni sull’andamento dell’occupazione nelle impresa continua a essere in calo. In linea con i trend generali di mercato solo il 7% delle imprese quindi prevede di incrementare i propri addetti, contro il 41% che al contrario prevede tagli occupazionali.

L’ultima edizione dell’indagine Asseprim Focus fa emergere le motivazioni che frenano la crescita dell’occupazione nelle aziende del terziario avanzato. Secondo Umberto Bellini, presidente di Asseprim, la Federazione Nazionale dei Servizi Professionali per le Imprese, le cause dirette risiedono in primo luogo nell’evoluzione delle tecnologie, “la loro progressiva introduzione nell’ambito dell’efficientamento dei sistemi aziendali, e la costante attenzione al controllo dei costi generali, di cui la componente del lavoro incide in misura rilevante.

Nel 66% dei casi assunzioni mancate per scarsità di personale qualificato

La speranza di un miglioramento dei livelli occupazionali però è rafforzata dalla considerazione che tra le aziende che non hanno assunto personale negli ultimi 12 mesi (il 93% del totale) il 45 % ha dichiarato che in realtà ne avrebbe avuto bisogno.

“Nel 66% dei casi le assunzioni non sono state effettuate per una causa esogena, ossia la scarsità di personale qualificato sul mercato”, spiega ancora Bellini, secondo il quale è esogena anche un’altra motivazione, ovvero la sfiducia per l’instabilità della situazione economica, politica e legislativa. “Fa seriamente riflettere – aggiunge il presidente Asseprim – anche il fatto che soltanto l’8% delle mancate assunzioni dipenda dalla situazione economica dell’impresa”.

Le imprese attendono un contesto più favorevole agli investimenti

Insomma, al di là delle difficoltà oggettive del contesto, quasi la metà delle aziende che offrono servizi professionali sarebbe pronta a incrementare la propria forza lavoro se solo riuscisse a trovare le figure professionali adatte alle proprie necessità.

Le imprese attendono quindi un contesto più favorevole agli investimenti, anche sul fronte occupazionale. Il gap tra le competenze richieste e quelle offerte è particolarmente ampio in ambito tecnologico, dato che sei imprese su dieci dichiarano di avere difficoltà a reperire personale orientato alle nuove tecnologie digitali. Una formazione più mirata in questo ambito giocherebbe un ruolo importante. Quanto ai principali fabbisogni formativi questi vengono identificati nelle aree marketing, vendite e relazione con il cliente (41%), informatica (30%), nuove dinamiche di consumo, social network e vendite online (19%) e sicurezza sul lavoro (16%).

“Oggi le assunzioni si decidono in base alle competenze professionali”

“Oggi le assunzioni si decidono in base alle competenze professionali (72%) mentre perdono quasi del tutto importanza fattori fino a ieri fondamentali come l’esperienza, che conta appena per il 29%, il titolo di studio (23%) e le referenze (15%) – sottolinea Bellini -. Anche l’età del candidato (15%) e l’anzianità lavorativa (5%) contano ormai poco, nel senso che personale giovane e qualificato, che costa poco e ha tendenzialmente maggiori competenze digitali, è vincente contro candidati più anziani, con un maggior costo per l’impresa e probabilmente minori skill tecnologiche”,