Iltalian sounding, il fake food italiano crea un danno di 100 miliardi

In parole tecniche si chiama “Italian sounding” e nel settore food è la contraffazione di cibi spacciati per italiani grazie a nomi che ricordano quelli originali. Tra i casi più eclatanti, ci sono Parmesan, che imita il Parmigiano Reggiano, Mozarella, che viene venduta per mozzarella di bufala, Salsa Pomarola, Zottarella o Spagheroni. Ovviamente, si tratta di prodotti lontanissimi dagli originali e che possono essere definiti a tutti gli effetti fake. Oltre a trarre in inganno gli ignari consumatori, questo fenomeno causa un danno economico gravissimo all’economia del Bel Paese. Oggi l’agropirateria internazionale ha un valore che ha raggiunto i 100 miliardi di euro, e il danno è aumentato del 70% negli ultimi 10 anni. Insomma, la situazione è grave e ßva arginata. 

Promuovere l’originale

E’ stato affrontato proprio questo argomento così delicato nel corso dell’evento web “Made in Italy ed eccellenze della cucina italiana. Viaggio intorno al mondo del 100% Italian Taste” promosso da ITA0039 by ASACERT in collaborazione con la Fondazione UniVerde e con il supporto di Coldiretti e Fondazione Campagna Amica, in partnership con PROMOItalia. Media partners: Italpress, Opera2030, GustoH24, Euro-Toques Europa. Gli esperti hanno affermato concordi che “Servono impegni concreti per facilitare la presenza di prodotti originali made in Italy sulla rete distributiva mondiale, fare la giusta informazione verso il consumatore estero sulla qualità del vero prodotto italiano, promuovere le produzioni dei territori e combattere il fake food, offrire tramite nuove tecnologie la possibilità di leggere in modo immediato il tracciamento del prodotto a scaffale e le attività certificate 100% Italian Taste”. 

Una certificazione che tuteli il Made in Italy
“Ben 8 italiani su 10 pensano che debba esserci una certificazione che si occupi di tutela del made in Italy nel campo della ristorazione. L’omologazione del cibo fatto in laboratorio, di cui si parla sempre più spesso, è contrario alla salute dei consumatori – ha detto Fabrizio Capaccioli, AD Asacert e ideatore del Protocollo ITA0039 -. Ci battiamo per filiere controllate e certificate, in favore proprio della salubrità degli alimenti che finiscono anche sulle tavole dei ristoranti. Certificarsi significa entrare in un network, è una opportunità, per i ristoratori e i produttori italiani di farsi conoscere all’estero. Con il Protocollo ITA0039 e con la nostra APP vogliamo mettere in evidenza coloro che rispettano criteri di approvvigionamento e autenticità certificati, con evidenti benefici in termini di trasparenza nei confronti dei consumatori”.
“I consumatori italiani sono ormai da tempo abituati a destreggiarsi tra le diverse certificazioni e sono perfettamente consapevoli di quanto questo strumento sia utile ad orientare le proprie scelte di consumo verso il prodotto 100% italiano” ha concluso Gianluca Lelli, Capo Area Economica di Coldiretti. “Questa attenzione alla qualità va trasferita anche al consumatore straniero per far capire come difendersi da falsi e italian sounding. La Settimana della Cucina Italiana nel Mondo può servire a rendere sempre più concreto questo obiettivo”.

Calano le richieste di credito da parte delle aziende

Il consolidamento della ripresa economica, con il conseguente aumento dei flussi di cassa, ha attenuato le richieste di credito da parte delle aziende, e dopo il picco del 2020 ne riporta i volumi ai livelli pre-Covid. In particolare, nel terzo trimestre 2021 le esigenze di liquidità delle imprese diminuiscono del -18,8% rispetto al Q3 2020. Il trend in atto riguarda sia le società di capitali, che nel terzo trimestre dell’anno hanno fatto segnare un -13,5%, sia le imprese individuali, per le quali la contrazione è stata del -27,2%, in virtù della progressiva normalizzazione della situazione delle realtà particolarmente esposte agli effetti della pandemia. Allo stesso tempo, però, si assiste a una crescita per l’importo medio richiesto. È quanto emerge dall’analisi delle istruttorie di finanziamento registrate su EURISC, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da CRIF.

Migliora la congiuntura economica: meno tensioni sul fronte della liquidità
“Analogamente a quanto rilevato anche nel precedente trimestre, anche nel terzo trimestre dell’anno si conferma il trend di rallentamento delle richieste di credito delle imprese, che hanno meno tensioni sul fronte della liquidità grazie al progressivo consolidamento delle prospettive di crescita economica – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. – La combinazione tra il miglioramento della congiuntura economica e gli effetti dei provvedimenti straordinari varati per minimizzare l’impatto della pandemia sull’economia reale, in primis le moratorie, hanno avuto un impatto significativo sul contenimento della rischiosità creditizia e questo ha favorito anche politiche di erogazione più distese”.

Importo medio richiesto: +20,5% nel terzo trimestre 2021
Nell’ultimo aggiornamento del Barometro CRIF si conferma anche il deciso incremento dell’importo medio richiesto (+20,5%), che nel terzo trimestre si attesta a 103.701 euro. Si tratta di una decisa impennata rispetto al valore mediamente richiesto, non solo nel 2020, ma anche negli anni precedenti. Complessivamente più di 5 richieste su 10 presenta un importo inferiore ai 20.000 euro, in funzione della preponderanza delle istruttorie riconducibili a micro e piccole imprese. Per quanto riguarda le imprese individuali, le richieste di credito presentano importo medio pari a 37.324 euro (+24,1% rispetto al corrispondente periodo 2020), mentre per le società di capitali l’importo medio richiesto ammonta a 138.206 euro (+14,6%).

In Trentino-Alto Adige l’importo medio è più elevato
A livello regionale, nel terzo trimestre del 2021 si registrano contrazioni particolarmente significative delle richieste di credito soprattutto nelle Marche (-25%), Basilicata (-24,7%) e Liguria (-22,9%).
Il Trentino-Alto Adige, invece, è la regione caratterizzata dall’importo medio più elevato (151.335 euro), seguita da Lombardia (111.003 euro) e Lazio (106.534 euro). All’opposto, l’ammontare più basso è stato riscontrato in Valle D’Aosta (43.598 euro), Sicilia (57.808 euro) e Sardegna (66.560 euro).

L’export italiano supera i livelli pre-pandemia, entro il 2023 varrà 532 miliardi

L’export italiano continua la sua crescita, e rispetto al calo in valore del 9,7% registrato nel 2020 nel 2021 si attende un rimbalzo dell’11,3%, che permetterà un pieno ritorno ai livelli pre-pandemia. Le previsioni stimano una crescita continua anche nel prossimo biennio, con un aumento ulteriore del 5,4% nel 2022 e nel biennio successivo una crescita in media del 4,0%. 
“Secondo le rilevazioni dell’Ufficio Studi di PwC l’export italiano, che nel 2021 ha già superato i livelli pre-pandemia, entro il 2023 toccherà 532 miliardi di euro, con una crescita del 24% rispetto al 2020 – spiega Andrea Toselli, Presidente e Amministratore Delegato di PwC Italia -. A incidere positivamente saranno anche i 6,8 miliardi di risorse stanziate dal PNRR e i fondi complementari a sostegno diretto dell’agroalimentare italiano”. 

Aumenta il valore per le esportazioni agroalimentari

L’agroalimentare è il comparto che ha risentito meno della crisi pandemica, non essendo stato colpito da particolari restrizioni o fermi produttivi. Il Food, ma anche l’hospitality, restano infatti comparti chiave del tessuto produttivo italiano sui quali investire per il benessere del Paese. Secondo i dati Interscambio Settoriale Agroalimentare 2021, dell’Osservatorio Economico Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il valore dell’export nel mercato agroalimentare è in continua crescita, così come il suo peso sul totale dell’export italiano, che nel 2021 aumenterà dell’11% rispetto al valore di 44,6 miliardi di euro nel 2020. 

Settore alimentare, tassi di crescita superiori ai livelli pre-Covid fino al 2024 

Le previsioni dell’Ufficio Studi di PwC Italia per il periodo 2021-2024 segnalano tassi di crescita superiori ai livelli pre-Covid sia per gli scambi mondiali sia per le esportazioni italiane nel settore alimentare. Nel 2020 il valore delle vendite all’estero di prodotti italiani è rimasto in crescita, così come il suo peso sul totale dell’export italiano, passato dal 9,2% nel 2019 al 10,3% nel 2020. Ma a guidare la ripresa del settore agroalimentare sono anche i cambiamenti di consumo. Nel 2022 si mangerà più italiano, biologico e locale. La pandemia ha modificato la relazione dei consumatori con il cibo, evidenziando una maggiore attenzione per la salute, la cura per l’ambiente, con una propensione per il cibo italiano, biologico e locale.

Hospitality, ritorno a ritmi di sviluppo accelerati per gli scambi mondiali

Anche l’export italiano della Ristorazione professionale è in forte risalita, e nei primi tre mesi del 2021 registra un aumento del +20,8% a valore rispetto al primo trimestre 2020, superando anche i livelli pre-Covid con una crescita del +7,5% sullo stesso periodo del 2019. Entro il 2024 si prevede un ritorno a ritmi di sviluppo accelerati per gli scambi mondiali. Fra i segmenti più dinamici si evidenziano proprio la Ristorazione professionale (+6,9% medio annuo nel periodo 2021-’24 a valore) e la vendita di Caffè e macchine (+7% medio annuo). 
Anche a livello italiano, l’export dei servizi di hospitality sarà guidato dai comparti Caffe e macchine, panificazione e pasticceria.

Pmi più resilienti se evolvono secondo le direttrici del Next Generation

Secondo il report La nuova generazione di Aziende Private – Il percorso verso la resilienza e le opportunità del Next Generation Eu, di Deloitte Private, l’elemento che concorre alla resilienza delle Pmi è la tecnologia, e come priorità strategica la trasformazione digitale. Il tessuto produttivo italiano attribuisce un ruolo primario alla digitalizzazione, spinta proprio dalla crisi pandemica, con un aumento del 23% degli investimenti a contrastare il calo di fatturato e redditività. Nell’ultimo anno infatti il fatturato delle Pmi si è contratto in media del 10,6% e i margini operativi lordi hanno registrato una contrazione stimata al 22,8%, rischiando di metterne a repentaglio la resilienza. Ma secondo Deloitte Private, le organizzazioni a elevata resilienza sono il 31%, il 59% risulta a media resilienza, e solo il 10% risulta essere a bassa resilienza

Adeguare la visione strategica alle necessità imposte dalle contingenze

Per più di 3 leader aziendali su 4 la pandemia ha rappresentato un momento di riflessione durante il quale hanno appreso come affrontare una situazione delicata seguendo logiche svincolate dal business. In questo momento, le Pmi sono quindi chiamate ad attuare un tempestivo cambio di passo, interrompendo l’inerzia data dal contesto di incertezza e assumendo un’attitudine dinamica che abbracci elementi nuovi quali complessità, interdipendenza e multidimensionalità. L’obiettivo è quello di adeguare la propria visione strategica alle necessità imposte dalle contingenze, senza dimenticare le proprie specificità e punti di forza. I cinque principi a cui i leader delle Pmi devono continuare a ispirarsi nel percorso verso la resilienza, e che consentono di prosperare nonostante le difficoltà, sono prontezza, adattabilità, collaborazione, fiducia, responsabilità.

Il NGEU proietta Europa e Italia verso un futuro più digitale e sostenibile

Nell’ottica di facilitare la crescita, per le aziende risulta cruciale beneficiare dei provvedimenti emanati dai governi a sostegno dell’economia. In particolare, nel contesto europeo, il NGEU proietta l’Europa e l’Italia verso un futuro più digitale, sostenibile e inclusivo, un riferimento prioritario nel breve termine soprattutto per le Pmi italiane.
Quanto al contesto italiano, l’impatto della pandemia ha impresso un’accelerazione sulle priorità delle Pmi che si trovano in un percorso di trasformazione. Tanto che entro i prossimi 12 mesi, più di 8 aziende su 10 investiranno in digitalizzazione e innovazione al fine di migliorare la propria redditività, dato più evidente per le organizzazioni che si stanno già preparando al futuro post-pandemia.

Gli asset fondamentali per il successo di una strategia resiliente

Secondo la prospettiva di Deloitte Private, basata sul confronto con le aziende di equivalente dimensione e struttura organizzativa del Network internazionale Deloitte Private, le esigenze organizzative delle Pmi si possono raggruppare in sette categorie: strategy, capital, growth, operations, technology, work e society. Nella costruzione di organizzazioni più resilienti, si legge su ftaonline.com, in grado di resistere meglio alle crisi future, c’è una comune consapevolezza da parte delle aziende rispetto a queste sette priorità organizzative, le quali possono essere considerate come asset fondamentali per il successo di una strategia resiliente.

1.382 imprese della Lombardia innovano: a loro 14 milioni di euro dal Digital business

Sono complessivamente 14 milioni di dollari i contributi che la misura Digital Business per E-Commerce e Voucher digitali I4.0 di Regione Lombardia e  Camere di Commercio lombarde ha assegnato a 1.382 micro, piccole e medie imprese della Regione. Oltre agli 11 milioni e mezzo di euro iniziali si sono sommati altri 3 milioni e 200 mila euro stanziati da Regione Lombardia per soddisfare una platea più ampia di imprese che hanno aderito ai bandi. Le MPMI ammesse al contributo per la linea Voucher Digitali I4.0 sono state 783, alle quali si sommano altre 599 imprese per la linea E-Commerce.

L’investimento economico aumenterà

A testimoniare la bontà dell’iniziativa, c’è anche la previsione di aumentare l’investimento. Come ha dichiarato Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia: “Dopo aver verificato il grande interesse per l’iniziativa abbiamo deciso di aumentare l’investimento economico per dare la possibilità al maggior numero di aziende di beneficiare di questa opportunità”. 
“La rinascita – ha commentato Lara Magoni assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda di Regione Lombardia- parte da azioni profonde e condivise che guardino all’innovazione e alla digitalizzazione. L’obiettivo è valorizzare le competenze e le professionalità delle nostre aziende, senza dimenticare la tradizione e l’operosità tipiche lombarde”.

“Impegno costante per innovazione”

“Il digitale e l’e-commerce sono sempre più utilizzati dai nostri imprenditori per rilanciare la propria attività – ha dichiarato Gian Domenico Auricchio presidente di Unioncamere Lombardia. Ne abbiamo avuto conferma dal successo riscontrato da questa misura messa in campo da Regione e dal Sistema camerale lombardo che ha visto esaurire 14 milioni di euro in poco tempo. Le Camere di Commercio lombarde con questa iniziativa confermano l’impegno costante a sostenere i processi di innovazione e digitalizzazione delle micro, piccole e medie imprese lombarde e promuovere la crescita in ottica Impresa 4.0.”

Contributi per l’e-commerce, ecco le domande ammesse per provincia

Oltre ai Voucher digitali I4.0, sono stati concessi contributi per l’e-commerce per un valore di 5.691.612,98 euro. Ecco le domande ammesse, e il relativo importo assegnato, su base provinciale: Bergamo 61 domande e € 629.752,17; Brescia 208 € 1.883.337,12; Como 14 € 108.496,00; Cremona 17 € 145.853,57; Lecco 43 € 399.358,59; Lodi 2 € 24.900,00; Monza Brianza 21 € 223.252,90; Milano 137 € 1.502.131,80; Mantova 9 € 113.693,80; Pavia 31 € 207.716,71; Sondrio 25 € 160.559,72; Varese 31 € 292.560,60. I contributi per Voucher digitali I4.0 ammontano invece, in totale, a 8.272.987,33 euro.

Con la pandemia 1,3 miliardi di affitti non riscossi

L’impatto della pandemia è stato negativo anche sul mercato degli affitti. Circa 1,9 milioni di famiglie italiane si sono trovate in difficoltà e hanno ritardato o saltato una o più rate d’affitto tra marzo 2020 e maggio 2021. A fotografare la situazione è l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, da cui emerge che più di 1 locatore su 3 (39%), pari a 1,7 milioni di proprietari immobiliari, ha dovuto fare i conti con un inquilino moroso. Un danno economico importante, considerando che in media per ogni abitazione oggetto di insolvenza le rate non pagate sono state 5, per un importo pari a 1.740 euro. Si stima quindi che il mercato delle locazioni abitative abbia perso nell’ultimo anno una somma prossima a 1,3 miliardi di euro in canoni non riscossi.

Rate in ritardo o non pagate

Le situazioni di morosità sono state rilevate su tutto il territorio nazionale, ma in maniera più accentuata nel Centro e Sud Italia, dove la percentuale di proprietari che ha avuto problemi di insolvenza è stata del 51%, a fronte di una media nazionale del 39%.
A livello nazionale, il 30,3% dei locatori afferma di aver ricevuto in media, 4 rate con un ritardo di 31 giorni, mentre il 14% di aver perso del tutto uno o più canoni mensili. Le cause di ritardi o mancati pagamenti? Nel 35,1% dei casi l’affittuario aveva un problema di lavoro (il 19,1% era in cassa integrazione, il 16% lo aveva perso), mentre nel 35,9% dei casi l’inquilino si trovava in difficoltà economiche, percentuale che arriva al 39,2% nelle regioni del Nord Italia.

Il 15,3% dei proprietari ha scelto di procedere per vie legali

La maggior parte delle volte (39,7%) il proprietario ha deciso di concedere ulteriore tempo agli affittuari per saldare quanto dovuto, mentre nel 16% dei casi ha preferito pattuire un nuovo accordo economico. Il 15,3% ha invece scelto di procedere per vie legali, percentuale che arriva addirittura al 23,5% nelle regioni del Nord Italia. E se nel 51% dei casi la situazione è stata risolta e l’inquilino, un tempo moroso, abita ancora nell’immobile, nel 22,1% dei casi il proprietario ha dichiarato di essere in attesa che l’affittuario venga sfrattato o che lasci libero l’appartamento.

Il mercato degli affitti e le garanzie richieste

In totale sono potenzialmente 445.000 le famiglie che quando terminerà il blocco degli sfratti previsto dal Governo, potrebbero dover lasciare l’abitazione concessa in affitto. In Italia ci sono circa 4,3 milioni di locatori, per un totale di 5,6 milioni di immobili concessi in affitto con regolare contratto (fonte: Agenzia delle Entrate). La forma di garanzia più richiesta agli inquilini è il deposito cauzionale, e alla stipula del contratto il 36,4% degli immobili locati aveva a garanzia un anticipo di due mesi di affitto, il 32,6% tre mesi, il 27,9% un solo mese. Resta ancora marginale l’uso di altre garanzie: solo il 5,2% degli immobili era coperto da fideiussione bancaria.

Legno-arredo, nel 2020 -8,2% fatturato. Tengono cucina e bagno

Nel 2020 il fatturato delle maggiori aziende italiane del settore del mobile e dell’illuminazione ha segnato una flessione dell’8,2% sul 2019, in particolare, del -9% per le vendite all’estero e del -7,6% sul mercato interno. Nell’anno della pandemia è il segmento del mobile di alta gamma a fronteggiare il maggior calo di vendite, pari al -11,6%, superiore a quello delle imprese che operano nella fascia più economica, che registrano una contrazione del -6,9%. Per il 2021 però è previsto un forte rimbalzo dell’8,7%, con il 52,5% delle aziende che stima un incremento degli investimenti rispetto all’anno precedente. Si tratta di alcuni dati emersi dal Report dal titolo La filiera del legno-arredo e illuminazione condotto dall’Area Studi di Mediobanca.

Flessioni più ampie per illuminazione e poltrone e divani

Con riferimento alle specialità, le flessioni più ampie hanno coinvolto soprattutto i produttori di illuminazione, che registrano un calo del -13,1%, i produttori di poltrone e divani (-12,5%), e le realtà che operano a monte della filiera nella lavorazione del legno (-11,7%). Secondo il report di Mediobanca, segnali di migliore tenuta, invece, arrivano dal segmento cucine (-4,5%), sedie, tavoli e parti accessorie (-3,4%), e arredo bagno (-1,1%).

Export, contrazioni a doppia cifra: contractor -24%, sedute imbottite -17,6%

Segnali ancora più negativi si riscontrano per l’export. Le vendite estere hanno infatti segnato contrazioni a doppia cifra, in particolare, per i contractor (-24%) e le sedute imbottite (-17,6%). Per il 2021 le aspettative di una crescita del fatturato superiore al 5% riguardano però il 79,2% delle imprese, con un 47,5% che intravede la possibilità di una ripresa che vada oltre il 10%. Solo l’11,9% delle aziende prospetta un calo delle vendite, mentre il 78,2% lo ha già subìto nel corso del 2020.

Ottimismo dei singoli comparti per un recupero nel 2021

Il report di Mediobanca segnala però che i singoli comparti appaiono ottimisti di recuperare rispetto al quadro consegnato dal 2020. Nell’insieme, il rimbalzo si attesta all’8,7%, con intonazione migliore sul mercato interno (+9,7%) rispetto all’export (+7,6%). L’alta gamma (+9,4%), poi, andrebbe meglio delle produzioni massive (+8,5%), mentre si attendono di chiudere il 2021 in doppia cifra i produttori di living & sleeping (+12,6%) e quelli di legno grezzo e semilavorati (+11,2%). I tre segmenti che hanno contenuto le perdite nel 2020, riporta Askanews, proseguirebbero di buona lena anche nel 2021, ovvero cucine (+9,1%), bagni (+8,5%), sedie, tavoli e parti accessorie (+6,9%).

I manager Nativi Covid tra intelligenza emotiva e team a distanza

Se l’emergenza sanitaria globale ha generato una serie di incertezze e grandi difficoltà non mancano le opportunità per i professionisti che sono disposti a cambiare lavoro, o cambiare ruolo, acquisendo responsabilità manageriali all’interno della stessa azienda. Si tratta di una nuova generazione di manager, che si potrebbe definire come Nativi Covid-19. “I manager ‘Nativi Covid-19’ si trovano a lavorare in uffici completamente smaterializzati, con persone che non hanno mai incontrato dal vivo – dichiara Francesca Contardi, managing director di EasyHunters, società di ricerca e selezione tramite Digital Operating Process – ed è per questo che, insieme alle competenze tecniche, diventa indispensabile saper leggere le emozioni proprie e altrui, saper anticipare i cambiamenti, sempre più repentini, ed essere estremamente flessibili”.

Saper comprendere le emozioni proprie e altrui

“La situazione che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e che, purtroppo, viviamo ancora è certamente complicata – continua Contardi -, anche a livello professionale, e obbliga i manager a compiere un grande sforzo per risolvere tutti i problemi legati al remote working e alla gestione dei team a distanza”.

Ma quali sono le competenze dei manager Nativi Covid-19? Innanzitutto, l’intelligenza emotiva. I manager Nativi Covid-19 si sono trovati a gestire una situazione lavorativa nuova, in una nuova azienda o in un nuovo ruolo, in un momento estremamente complicato che nessuno aveva immaginato. Appare evidente, quindi, quanto sia importante comprendere le emozioni proprie e altrui per evitare che il clima diventi troppo pesante e che, a lungo andare, si compromettano il successo e lo sviluppo del business.

Saper gestire le persone a distanza

Un’altra competenza richiesta ai manager Nativi Covid è la capacità di gestire a distanza le risorse umane.  Saper gestire le persone a distanza, magari mai incontrate dal vivo, richiede un approccio completamente diverso per farsi conoscere e per conoscere i singoli componenti del team. Quando le informazioni viaggiano soltanto online è indispensabile che le comunicazioni siano puntuali, chiare e precise affinché tutti possano lavorare nella giusta direzione per raggiungere gli obiettivi.

Flessibilità e saper anticipare i cambiamenti

Muoversi in un contesto in continua evoluzione e ricco di incertezze come quello segnato dall’emergenza Covid-19 richiede necessariamente grande flessibilità per reagire in modo repentino ai cambiamenti. E i manager Nativi Covid-19 sono flessibili per definizione. Ma poiché il Coronavirus è ancora presente in tutto il mondo, spiega Adnkronos, i manager Nativi Covid-19 hanno dovuto fare i conti con questo scenario dal “giorno zero”. La capacità di anticipare gli eventi diventa cruciale, quindi, per creare una struttura capace di reagire alle avversità. Se informarsi e confrontarsi è sempre stato importante, ora è indispensabile.

L’aumento dei prezzi delle materie prime può “azzoppare” il Superbonus

Sugli interventi come il Superbonus 110%, pensati per aiutare il settore edilizio a superare la crisi, pende una sorta di spada di Damocle: la “fiammata” delle materie prime. Se il 57% delle imprese assicura che l’introduzione delle misure agevolative sta avendo un impatto positivo sulla propria attività l’aumento dei prezzi delle materie prime potrebbe ridurre la portata espansiva delle agevolazioni. Lo rileva un’indagine condotta dal Centro studi della CNA, dedicata a La ripresa del settore delle costruzioni tra agevolazioni e aumenti delle materie prime, a cui ha partecipato un campione rappresentativo di imprese artigiane, micro e piccole della filiera, che operano nei comparti della installazione di impianti, dell’edilizia, dei serramenti.

Il sostegno ha messo il turbo

Oltre a dare un impulso alla domanda nella filiera delle costruzioni, gli incentivi stanno avendo un effetto benefico anche sulla organizzazione delle imprese, mettendole nelle condizioni di accrescere competenze. In particolare, il 33,7% ha ampliato il ventaglio dell’offerta di lavori e servizi, adeguandola agli interventi sostenuti e il 27,8% ha assunto nuovo personale. Il comparto dei serramenti (65,9%), quello dell’installazione (56,3%), e l’edilizia (55,4%) quelli che più hanno beneficiato del Superbonus, con il 64,2% delle imprese con oltre dieci dipendenti e il 56% delle imprese fino a dieci addetti. Questo scenario però vede addensarsi all’orizzonte nuvole cupe che potrebbero stravolgerlo. Quasi quattro imprese su cinque (79%) segnalano aumenti nei prezzi dei materiali, delle materie prime e delle apparecchiature rispetto a un anno fa, prima che scoppiasse la pandemia.

In un anno i prezzi salgono anche del 50%

Nel settore delle costruzioni gli aumenti più importanti riguardano i metalli (+20,8%), con punte che superano il +50%, i materiali termoisolanti (+16%) con punte che oscillano tra il +25% e il +50%, i materiali per gli impianti (+14,6%), con crescite che vanno oltre il +25%, e il legno (+14,3%). Elevata anche la crescita per altri materiali, che oscilla tra il +9,4% di malte e collanti e il +11,3% dei laterizi. Meno marcati, ma comunque poco sotto il +10%, gli incrementi sofferti dall’impiantistica e dal settore dei serramenti, dove ha inciso maggiormente il rialzo dei prezzi di semilavorati in alluminio o altri metalli.

A rischio la drastica riduzione della marginalità delle imprese

Il 72% delle imprese addebita la fiammata dei prezzi, in parte o del tutto, ai comportamenti speculativi della catena di fornitura. Quale che sia la causa di questa impennata il rischio è la drastica riduzione della marginalità delle imprese, e di conseguenza, del loro eventuale rafforzamento dopo tanti anni di crisi. Già accusano una sensibile diminuzione dei profitti a causa dell’aumento dei costi di produzione il 51,5% delle imprese di installazione impianti, il 58,3% del settore edilizio e il 64,6% della serramentistica. Le altre imprese, per ora, cercano di attenuare i danni rinegoziando i prezzi applicati alla clientela o trovando nuovi fornitori. Ma quasi il 70% delle imprese teme una riduzione dell’effetto positivo delle agevolazioni, che per un’impresa su cinque, potrebbe assumere una dimensione significativa.

Quale tipo di prato scegliere per il tuo giardino?

Esistono diversi tipi di erba a disposizione per il prato del tuo giardino, ed è fondamentale scegliere la varietà corretta se vogliamo che l’erba cresca in buone condizioni. I fattori che influenzano la scelta sono diversi e devono prevalere sul nostro gusto personale.

Non possiamo piantumare un seme qualsiasi e pensare che germoglierà senza problemi, ma dobbiamo conoscere le caratteristiche del terreno quando scegliamo la varietà da seminare.

Esistono diverse varietà di erba e ognuna di esse è specifica per un clima o per un uso specifico. Se vivi in ​​una zona dove fa caldo non dovresti piantare un prato che non tollera le alte temperature, se vuoi realizzare un campo sportivo dovresti piantare erba che tollera il calpestio e se pianti in una zona che riceve poco sole dovresti scegliere un’erba adatta alle zone ombreggiate.

Di seguito accenneremo di alcuni tipi di prato che puoi trovare in fase di progettazione giardini e delle loro caratteristiche.

I tipi di prato

Quando si semina un prato naturale ci sono due fattori molto importanti da tenere in considerazione:

  • Uso: decorativo, familiare, sportivo. Se vuoi un’erba ornamentale che non calpesterai molto, puoi scegliere un’erba a lame sottili, ma l’erba di un campo sportivo deve essere resistente per sostenere i continui passi.
  • Clima: ci sono semi che crescono bene in climi freschi e umidi, altri sono adatti a climi più caldi. Devi scegliere la varietà adatta al clima in cui vivi, perchè se sbagli è possibile che dopo aver fatto il lavoro di semina non otterrai alcun risultato.
  • Acqua: ci sono varietà di erba che hanno più bisogno di acqua rispetto altre. Nei luoghi in cui le precipitazioni sono scarse sarà consigliabile scegliere una varietà a basso consumo di acqua.
  • Ombra: ci sono piante erbacee che non tollerano luoghi poco soleggiati mentre altre possono crescere bene con poche ore di sole.

Ad ogni modo ricorda che se il processo di semina e manutenzione viene eseguito correttamente, il tuo giardino apparirà verde, denso, sano e resistente esattamente come lo desideri.