Il burnout è la causa principale del turnover tra i professionisti InfoSec 

La crescente complessità nel panorama delle minacce informatiche e la persistente carenza di competenze rendono difficile per le aziende reclutare e trattenere professionisti esperti di InfoSec.

La domanda di esperti in cybersecurity supera infatti di gran lunga l’offerta, portando a tempi di selezione più lunghi e tassi di turnover elevati. Le posizioni junior nel settore cybersecurity vengono generalmente coperte entro sei mesi (70%), mentre solo il 3% delle aziende impiega più di un anno. Al contrario, il reclutamento per le posizioni senior è molto più impegnativo. Oltre la metà delle aziende (58%) ci mette tra i quattro e i nove mesi per trovare candidati idonei, mentre il 36% più di nove mesi. Solo il 6% riesce a coprire queste posizioni tra uno e tre mesi.

Ma come evidenzia un recente studio di Kaspersky, il burnout tra i professionisti della sicurezza informatica è una delle principali cause di turnover.

I motivi delle dimissioni

Le principali ragioni per cui i professionisti InfoSec lasciano il proprio impiego sono legate a problematiche personali e lavorative. I professionisti senior citano spesso anche la necessità di sviluppo continuo delle competenze e la frustrazione per la mancanza di opportunità di lavorare con tecnologie e strumenti aggiornati.

L’insoddisfazione professionale è la causa principale delle dimissioni, con il 59% che indica la mancanza di opportunità di crescita come motivo determinante. Anche la scarsa qualità del supporto manageriale e la monotonia lavorativa sono fattori rilevanti, causando rispettivamente l’abbandono del 50% e del 49% dei professionisti. Altri elementi che causano il turnover includono alti livelli di stress e politiche lavorative poco flessibili.

Uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale

Il burnout è un problema critico per i professionisti InfoSec, ed è spesso legato al modo in cui un’azienda gestisce i propri sistemi di cybersecurity.
Il burnout non è solo il risultato di eventi stressanti o di lunghi orari di lavoro, ma uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico e ripetuto.

Chi ne soffre spesso avverte che nulla funziona correttamente e che gli sforzi non portano risultati.
Questo stato, aggravato dalla monotonia lavorativa e dalla continua sorveglianza degli avvisi di sicurezza, può compromettere gravemente sia la vita personale sia quella professionale.

Il ruolo fondamentale dell’automazione

Il burnout si sviluppa in modo graduale e subdolo, ingannando spesso i professionisti, che si abituano a vivere in uno stato di stress costante, considerandolo normale. Questo rende difficile riconoscerlo e affrontarlo in modo tempestivo.
Per prevenire il burnout, le aziende devono ripensare la gestione dei team InfoSec, alleviando lo stress e offrendo supporto adeguato.

L’automazione gioca un ruolo fondamentale in questo contesto, riducendo il carico di lavoro legato ad attività ripetitive, come il monitoraggio degli avvisi, l’analisi dei log e la gestione delle minacce di basso livello.
Ciò consente ai professionisti di concentrarsi su compiti più complessi e stimolanti, migliorando così la soddisfazione lavorativa e favorendo la crescita professionale.

L’AI spinge il mercato Cloud italiano, raggiunti 6,8 miliardi di euro

Il mercato del Cloud italiano, grazie all’Intelligenza artificiale, cresce del +24% rispetto al 2023, segnando un valore di 6,8 miliardi di euro.
Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi 6 anni, superiore anche a quello del 2020 caratterizzato dai lockdown, quando aveva toccato il +20%.

In continuità con gli scorsi anni, a farla da padrone anche nel 2024 è il Public & Hybrid Cloud, che evidenzia la dinamica di crescita più significativa.
In questo comparto è da rilevare il sorpasso dei servizi infrastrutturali (Infrastructure As-A-Service – IaaS) sui servizi Software (SaaS), storicamente i più rilevanti nella spesa delle imprese.
Emerge dalla quattordicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano,

Analisi della spesa

La componente Public & Hybrid Cloud registra una spesa di 4,8 miliardi di euro, +30% sul 2023. Il Virtual & Hosted Private Cloud, cioè i servizi infrastrutturali residenti presso fornitori esterni, raggiunge invece 1,139 miliardi (+10%) mentre la Data Center Automation, ossia la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, cresce del +9% (817 milioni).

All’interno del Public & Hybrid Cloud, lo IaaS tocca 2,1 miliardi (+42%), posizionandosi per la prima volta come componente principale nel mix complessivo (44%). A guidare, sono i servizi infrastrutturali di computazione, con un forte incremento registrato nella spesa delle Virtual Machine per ambienti di sviluppo, test e produzione, che riflette come le aziende scelgano il cloud come infrastruttura su cui sperimentare, e poi costruire, le applicazioni, soprattutto quelle più innovative.

Le Pmi

Segno più anche per il Platform-as-Service (PaaS), che registra una crescita del +23% (845 milioni), spinto dall’utilizzo di componenti di AI quali, ad esempio, gli LLM messi a disposizione tramite API.

Crescita superiore alla media anche per la spesa in Serverless Computing per una maggiore efficienza nella gestione dei sistemi informativi. Quanto al SaaS, registra +21% (1,8 miliardi). Una dinamica di crescita ancora una volta legata alla possibilità di accedere a tecnologie di AI, sia con l’acquisto di software pronti all’uso sia con l’integrazione di funzionalità di AI nelle piattaforme di gestione documentale e collaboration.

Nel 2024, meno investite dall’hype generativo, le Pmi, per le quali l’adozione del Cloud rimane stabile (67%), ma cresce la spesa in Public e Hybrid Cloud (+21%, 581 milioni).

Le grandi imprese

L’84% delle grandi imprese ha migrato in Cloud la totalità dei dati critici legati alle attività di core business (32%) o almeno una parte (52%). Il livello di fiducia da parte delle aziende si evince dalla propensione pressoché nulla a far ricorso alla cosiddetta ‘repatriation’, il trasferimento di dati e applicazioni dal cloud pubblico a sistemi on-premise o privati (2%).

Il 58% delle grandi organizzazioni, però, riscontra difficoltà nel controllare e governare la spesa dei servizi. Resta centrale anche il tema delle competenze (il 54% non dispone di skill adeguate) e della gestione della sicurezza (43%).

Cloud: garantire la sicurezza dei workload è fondamentale 

Quali sono le sfide significative che le aziende devono affrontare nella gestione dei workload cloud?
Secondo la ricerca congiunta di Kaspersky e ISG, intitolata ‘Alleviare le difficoltà di migrazione al cloud con una solida sicurezza hybrid-cloud e container’, il 96% delle organizzazioni dichiara di utilizzare attualmente, o di avere in programma di utilizzare, tecnologie cloud-native, come K8, Docker e service mesh nei prossimi due anni. E per il 48% delle organizzazioni la sicurezza dei dati e la conformità rimangono tra le principali sfide da affrontare quando si opera in ambienti cloud ibridi.

Con la crescente migrazione delle aziende verso il cloud, garantire la sicurezza dei workload è diventata una priorità fondamentale. Nonostante il cloud computing introduca numerosi vantaggi alle aziende, presenta infatti anche sfide uniche, che possono esporle a rischi significativi.

Configurazioni errate e controlli di accesso mal gestiti

L’implementazione di solide pratiche di crittografia, a riposo o in transito, può proteggere i dati sensibili. L’utilizzo di solidi protocolli di crittografia garantisce, che anche se i dati vengono intercettati o recuperati senza autorizzazione, rimangano illeggibili e sicuri.
Inoltre, l’impiego di rigorosi controlli di accesso e il monitoraggio delle attività degli utenti possono aiutare a rilevare e prevenire le violazioni dei dati.

Gli strumenti di cloud security posture management (CSPM) possono automatizzare il rilevamento e la correzione delle configurazioni errate negli ambienti cloud. L’esecuzione regolare di controlli di sicurezza e l’applicazione del principio del minimo privilegio, possono garantire che solo il personale autorizzato abbia accesso a risorse specifiche, riducendo così il rischio di vulnerabilità legate a configurazioni errate.

Minacce interne, API e interfacce non sicure

Per mitigare le minacce interne, le organizzazioni devono implementare solidi sistemi di monitoraggio e registrazione che tengano traccia delle attività degli utenti e rilevino modelli di comportamento insoliti
Programmi di formazione completi per gli utenti possono aumentare la consapevolezza delle best practice di sicurezza e del potenziale impatto delle minacce interne. Anche l’aggiornamento e l’applicazione regolare delle policy di sicurezza aiutano a minimizzare i rischi posti da insider malintenzionati o negligenti.

Inoltre, garantire la sicurezza delle API e delle interfacce è fondamentale per proteggere i workload del cloud. Ciò può essere ottenuto adottando pratiche di codifica sicure, testando regolarmente le API per individuare eventuali vulnerabilità e impiegando gateway API per monitorare e controllare il traffico API.

Mancata comprensione del modello di responsabilità condivisa

La difesa dalle APT richiede un approccio alla sicurezza su più livelli. Le organizzazioni dovrebbero implementare soluzioni avanzate di rilevamento e risposta alle minacce che sfruttino l’apprendimento automatico e lAI per identificare e mitigare gli attacchi sofisticati. L’aggiornamento e l’applicazione regolare di patch ai sistemi e l’esecuzione di esercizi di threat hunting possono rafforzare ulteriormente le difese contro le APT.

La comprensione del modello di responsabilità condivisa è poi essenziale per garantire una sicurezza cloud completa. Le organizzazioni devono delineare chiaramente le responsabilità di sicurezza tra loro e i fornitori di servizi cloud. Una comunicazione e una collaborazione regolari con i fornitori di servizi cloud possono garantire che tutti gli aspetti della sicurezza siano coperti, e non vi siano lacune nella protezione.

Anche WhatsApp “parlerà” con l’IA: cosa cambia per aziende e utenti?

Meta sta portando WhatsApp a un nuovo livello di interazione utente attraverso l’integrazione di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale (IA). Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha infatti annunciato che saranno presto disponibili sulla piattaforma nuovi strumenti di IA. Questi aggiornamenti, riferisce Adnkronos, sono pensati per rivoluzionare sia il servizio clienti per le aziende sia l’accessibilità all’informazione per gli utenti. Un particolare focus è posto sull’integrazione della pubblicità all’interno di WhatsApp, simile a quanto già avviene su Instagram e Facebook, utilizzando la potenza dell’IA.

Il lancio globale dopo la fase di test 

I primi paesi a sperimentare queste innovazioni saranno Colombia, Indonesia, India e Brasile. Il feedback ricevuto da questi mercati sarà cruciale per perfezionare le funzionalità in vista di un rilascio globale. WhatsApp sta anche sviluppando strumenti che permetteranno agli utenti di creare contenuti visivi più creativi direttamente all’interno dell’app.

Quali vantaggi per le aziende?

Le nuove capacità di IA su WhatsApp promettono significativi vantaggi per le operazioni aziendali, soprattutto nei servizi clienti e nella gestione della pubblicità. L’IA consentirà alle aziende di automatizzare e migliorare il servizio clienti, rispondendo alle richieste degli utenti in modo più rapido ed efficiente. Inoltre, l’integrazione della pubblicità tramite IA permetterà una gestione più mirata e personalizzata delle campagne, aumentando così il ritorno sull’investimento.

E per gli utenti? 

Per gli utenti individuali, l’introduzione di funzionalità di IA potrebbe tradursi in un’esperienza più ricca e personalizzata. L’IA potrà fornire risposte più pertinenti e tempestive alle domande degli utenti e offrirà nuovi strumenti creativi per la produzione di contenuti. Questi miglioramenti renderanno l’interazione con WhatsApp più dinamica e coinvolgente.

Qualche nube sulla privacy

Recentemente, Meta è stata criticata per l’annuncio di utilizzare i dati personali degli utenti per l’addestramento dell’IA senza il loro consenso esplicito. La nuova politica di privacy di Meta, che entra in vigore il 26 giugno, permetterà all’azienda di utilizzare post personali, immagini private e dati di tracciamento per lo sviluppo dell’IA. Questo cambiamento ha sollevato preoccupazioni tra gli utenti riguardo alla protezione dei loro dati personali.

Conclusioni

Le nuove funzionalità di IA su WhatsApp rappresentano un importante passo avanti nell’evoluzione della piattaforma, offrendo vantaggi significativi sia per le aziende sia per gli utenti individuali. Tuttavia, la gestione dei dati personali rimane un tema delicato che Meta dovrà affrontare con attenzione per mantenere la fiducia degli utenti. Con un’attenta implementazione e ascoltando il feedback dei primi mercati, WhatsApp potrebbe davvero trasformare il modo in cui interagiamo con la messaggistica e l’advertising digitale.

Mutui: rate tasso variabile +36%

L’aumento dei tassi di interesse, la risposta della BCE per contrastare l’inflazione, ha generato una serie di conseguenze per coloro, sia privati sia ditte individuali, che in questi anni hanno sottoscritto mutui a tasso variabile.
La crescita dei tassi, rispetto ai minimi di metà 2022, ha comportato un aumento della rata per i mutui a tasso variabile mediamente del +36% rispetto ai minimi di metà 2022.

Di fatto, per i mutui a tasso variabile sottoscritti negli ultimi 5 anni l’esposizione residua a fine 2023 aumenta del 25%. E la tensione finanziaria incrementa di oltre 15 punti percentuali per le fasce medio-alte.
Secondo l’analisi condotta da CRIF sull’impatto dell’innalzamento dei tassi sui mutui (elaborata sul patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC), il 26% dei mutui ipotecari attivi a gennaio 2022 era a tasso variabile.

Aumenta l’esposizione finanziaria dei mutuatari

L’effetto più tangibile dell’innalzamento dei tassi è sulla rata media, con un picco del +49% per i mutui erogati negli ultimi 5 anni.
Tale aumento ha inciso inevitabilmente anche sull’esposizione finanziaria di chi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile.

Difatti, la principale evidenza emersa dall’analisi CRIF è l’aumento dell’esposizione finanziaria dei mutuatari, nonostante le 24 rate pagate nel periodo fra gennaio 2022 e dicembre 2023.
L’analisi registra che il trend di crescita dei tassi ha significato un incremento del +25% sul livello complessivo di indebitamento di chi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile negli ultimi 5 anni.

Ma il tasso di insolvenza non aumenta

In parallelo, l’aumento delle rate mensili ha prodotto un peggioramento significativo del rapporto rata-reddito, in media di 8 punti percentuali dai minimi di metà 2022. Inoltre, per i mutui erogati negli ultimi 5 anni tale peggioramento ha raggiunto i 10 punti percentuali.
Nonostante l’aumento dei tassi di interesse, i soggetti con mutui a tasso variabile non hanno mostrato un incremento nel tasso di insolvenza.

L’analisi dell’indice di tensione finanziaria, costruito da CRIF per identificare casi di eccessivo indebitamento e prevenire situazioni di dissesto, mostra invece un peggioramento.
In questo caso, i soggetti con mutui a tasso variabile mostrano un aumento della tensione finanziaria, con uno spostamento di oltre 15 punti percentuali dalle classi di livello basso e medio-basso a quelle di livello medio-alto e alto.

Possibile abbassamento a giugno, ma è fondamentale restare vigili

“Le dinamiche di crescita dei tassi di interesse hanno portato nell’ultimo biennio a un significativo impatto sui mutuatari a tasso variabile – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Tuttavia, nonostante questi impatti, i dati evidenziano che non c’è stato un incremento significativo nel tasso di insolvenza, sebbene si sia osservato un aumento della tensione finanziaria. Le prospettive di un possibile abbassamento dei tassi a giugno 2024 fanno sperare per un sollievo ai mutuatari, riducendo la pressione e contribuendo a stabilizzare la situazione finanziaria. In ogni caso, è fondamentale, nell’attuale contesto macroeconomico e geopolitico di incertezza, rimanere vigili per affrontare le sfide che lo scenario potrebbe presentare”.

Tra il 2024 e il 2028 serviranno da 3,1 a 3,6 milioni di occupati

Emerge dal report sulle Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine, elaborato nell’ambito del Sistema informativo Excelsior e realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro: tra il 2024 e il 2028 il mercato del lavoro italiano potrà esprimere un fabbisogno compreso tra 3,1 e 3,6 milioni di occupati.

Nello scenario più positivo, in Lombardia, con un fabbisogno atteso pari a 669mila unità, si concentrerà oltre il 18% dell’intera domanda nazionale, nel Lazio il 9,8% (356mila unità), in Campania l’8,8% (320mila), in Emilia-Romagna l’8,4% (306mila) e in Veneto l’8,3% (302mila). 
Sulle previsioni inciderà l’effettivo impatto delle risorse stanziate con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Circa il 41% del fabbisogno interesserà dirigenti, specialisti e tecnici

Le necessità di sostituzione dei lavoratori in uscita dal mercato del lavoro determineranno la gran parte del fabbisogno (2,9 milioni di unità nel quinquennio), pari a una quota dell’80% nello scenario positivo e del 92% in quello negativo.

Nel 2024-2028, per l’insieme dei settori privati e pubblici, circa il 41% del fabbisogno complessivo interesserà dirigenti, specialisti e tecnici (tra 1,3-1,5 milioni), mentre le professioni commerciali e dei servizi assorbiranno il 19% del fabbisogno totale, gli impiegati il 15%, gli operai specializzati l’11% e i conduttori di impianti il 6%.
Rispetto all’attuale struttura professionale saranno perciò destinate a crescere le professioni specialistiche e tecniche, ma anche quelle impiegatizie, mentre continueranno a diminuire operai specializzati e conduttori di impianti.

Atteso mismatch in ambito STEM

Circa il 38% del fabbisogno occupazionale del quinquennio riguarderà professioni con una formazione terziaria (laurea, diploma ITS Academy o AFAM), il 4% profili con diploma liceale e il 46% personale in possesso di formazione secondaria di secondo grado tecnico-professionale.
In particolare, nell’istruzione terziaria sarà elevato il fabbisogno di personale con titolo in ambito STEM, che determinerà un significativo mismatch rispetto alla presenza di giovani in possesso di questo tipo di formazione.

Per l’insieme dei percorsi STEM potrebbero mancare, infatti, ogni anno tra 8mila e 17mila giovani.
Per quanto riguarda gli altri indirizzi, è attesa una carenza di offerta per insegnamento e formazione (mancheranno tra 9mila-12mila giovani), economico-statistico (5-11mila) e medico-sanitario (circa 7mila).

Le transizioni green e digitale incideranno sulla domanda

Anche per la formazione secondaria di tipo tecnico-professionale è prevista una carenza di offerta, che riguarderà sia i percorsi quinquennali (mancheranno tra 13mila-42mila giovani all’anno) sia quelli di Istruzione e Formazione Professionale. 

I macro trend delle transizioni green e digitale incideranno sulla domanda di personale, portando sia all’innalzamento delle competenze verdi e digitali richieste sia alla nascita di nuove figure professionali.
Si stima che tra il 2024 e il 2028 il possesso di competenze green verrà richiesto con importanza almeno intermedia a oltre 2,3 milioni di lavoratori (quasi i due terzi del fabbisogno del quinquennio) e le competenze digitali a 2,1 milioni, oltre il 58% del fabbisogno totale.

Acquisti online, per il 39% è meglio del negozio fisico

Il Global Consumer Trends Report di BigCommerce e Retail Dive ha rivelato che il 39% delle persone intervistate preferisce effettuare acquisti online, mentre solo il 21% predilige il tradizionale negozio fisico. L’indagine fa riferimento a un campione di 1.300 individui distribuiti fra Europa, Nord America, Medio Oriente e Africa.

Convenienza e flessibilità guidano le scelte

Il 77% degli acquirenti online ha dichiarato di aver speso nel 2023 quanto o più rispetto all’anno precedente. La convenienza e la flessibilità degli acquisti digitali, unite alla possibilità di ricevere sconti esclusivi e omaggi, hanno contribuito a all’aumento delle spese sul web.

Shopping almeno due volte al mese 

Il 76% degli intervistati effettua acquisti attraverso siti web, app o social media almeno due volte al mese, mentre quasi la metà (49%) compie almeno un acquisto online a settimana. Ma cosa si compra? Gli ambiti preferiti risultano essere abbigliamento e accessori (47%), salute e bellezza (40%) e ristoranti e generi alimentari (36%).

Per quanto riguarda gli acquisti su abbonamento, i generi alimentari sono la categoria più popolare (30%), seguiti da intrattenimento (22%) e cosmetici/cura del corpo (21%).

Spedizione gratuita: una formula fondamentale  

Il 40% degli intervistati considera uno dei principali svantaggi dello shopping online la necessità di pagare costi aggiuntivi per la spedizione. La spedizione gratuita è diventata un’aspettativa fondamentale per i consumatori digitali, con il 26% che ammette di aver abbandonato il carrello proprio a causa delle spese di spedizione.

Ricerche e confronti prima di pagare il carrello 

I consumatori online effettuano ricerche e confronti prima di acquistare. La maggior parte delle ricerche avviene su dispositivi mobili (61%), seguite da quelle sul web (57%) e su marketplace (57%).

Tuttavia, non solo i consumatori effettuano ricerche per trovare i prodotti che desiderano, ma effettuano anche confronti di prezzo con i rivenditori concorrenti. Il 95% dei consumatori intervistati dichiara di confrontare i prezzi prima di acquistare un prodotto.

Buy Now, Pay Later (BNPL): cresce l’interesse per i pagamenti flessibili  

Il 23% degli acquirenti ha utilizzato il Buy Now, Pay Later (BNPL), dimostrando un crescente interesse nei metodi di pagamento flessibili. Nonostante la prevalenza delle carte di credito o debito (93%), il BNPL sta guadagnando popolarità nel processo di checkout. Insomma, è il segnale che la possibilità di pagare in modalità diversificate sta diventando un plus.

Le tendenze del 2024 secondo Pinterest

Quali saranno i temi più popolari e rilevanti nel 2024? Lo svela il Pinterest Predicts 2024, che dalla moda al beauty, dall’arredamento ai viaggi fino alla new genitorialità ha analizzato miliardi di ricerche online effettuate da oltre 480 milioni di persone utilizzando un modello basato sul machine learning. 

Insomma, la decima edizione del Pinterest Predicts è un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che hanno bisogno di sapere, prima di chiunque altro, ciò che guadagnerà sempre più popolarità nel 2024.
Qualche esempio? La moda farà spazio allo stile vintage dei nonni, ma con un tocco eclettico da parte di GenZ e Boomer, che combineranno cardigan old style e pantaloni in velluto, in un look che esprime in pieno la propria unica personalità.

Dal Medusa Style all’opulenza oversize

Altra novità assoluta è il Medusa style, la più grande fonte d’ispirazione nel 2024, con il boom di ricerche per ‘taglio capelli a medusa’ e ‘lampada medusa’.
GenZ e Millennials poi adorneranno abiti, scarpe, make-up, acconciature e gioielli con fiocchi di ogni dimensione e formato. Ma ornamenti e accessori saranno anche più grandi, audaci e vistosi. Si preferirà l’opulenza oversize, acquistando elementi che si abbinano ad acconciature vaporose.

Continuerà a crescere anche la popolarità dei toni freddi e argentei: dal beauty alla moda fino al design l’estetica sarà heavy metal. Ma dalla moda all’arredamento degli interni fino a drink e snack si affermano anche le suggestioni esotiche e tropicali. E direttamente dagli anni ‘60 torna il make-up color acquamarina, con il blu protagonista in tutte le sue sfumature.

A tutto jazz e matrimoni hippie

Nel corso del 2024 il gioco del volano avrà sempre più appassionati, e il jazz conquisterà il cuore di Millennial e GenZ, che abbandoneranno i ritmi elettronici a favore di atmosfere decisamente più retrò. 

Quanto alla forma fisica, stop alla predilezione per il workout a bassa intensità: nel 2024 Millennials e GenZ si dedicheranno agli sport da combattimento, e se bodycare sarà la parola dell’anno per quanto riguarda bellezza e benessere, nel 2024 si farà a gara a recuperare il recuperabile. E se il relax più totale sarà il miglior compagno di viaggio, Nel 2024, dopo un addio al nubilato d’ispirazione hippie, Boomer e Millennial diranno sì tra decorazioni in stile disco.

Festeggiamenti per i piccoli trionfi

Continuerà poi il trend che combina i piatti preferiti in accoppiate stravaganti, da ‘quesadilla hamburger’ a ‘carbonara ramen’, con GenZ e Millennial che daranno un tocco più personale alla cucina e alla zona cottura. Basta con la tradizione contadina, largo al kitsch. O allo stile caffetteria.

Nel 2024 però GenX e Millennial diventeranno provetti ‘giardinieri subacquei’, dando vita ad acquari e terrari.
Si cercherà anche di rendere grazioso tutto ciò che ruota attorno al denaro, e i genitori non potranno fare a meno di celebrare i piccoli traguardi di figli e figlie. Come? Cercando ispirazione per ‘idee mesiversario’, ‘premio uso del vasino’ o ‘festa per il primo dentino’.

Uno studente su 3 vorrebbe fare un lavoro manuale, ma le famiglie preferiscono l’università

Non è vero che i giovani non vogliono più fare lavori tecnici e manuali. Più di uno studente italiano su tre vorrebbe fare l’autoriparatore, l’elettricista, il tecnico manutentore o programmatore, oppure l’addetto all’assemblaggio e alle macchine industriali.
È questo il futuro professionale immaginato dal 39% degli studenti, emerso dalla ricerca di Gi Group Holding e Fondazione Gi Group, svolta in collaborazione con Skuola.net e La Fabbrica. 
Il problema è che spesso il desiderio dei ragazzi e delle ragazze non riceve adeguato supporto, e di fronte alle aspettative delle famiglie e alla direzione tracciata dalle attività di orientamento a scuola il sogno di un lavoro manuale finisce ‘nel cassetto’.
Il che è ancora più significativo, considerando che si tratta di profili professionali tra i più carenti e più richiesti dal mercato del lavoro.

Oltre 7 genitori su 10 sognano la laurea

Le facoltà universitarie sono di gran lunga la prima opzione per i genitori con figli che studiano al liceo e agli istituti tecnici, e la seconda per chi ha figli agli istituti professionali, subito dopo l’ingresso nel mercato del lavoro.
Oltre 7 genitori su 10 (72%) vorrebbero vedere il proprio figlio o figlia all’università.
A questa prima forma di pressione sociale si aggiungono le attività di orientamento a scuola: per 8 studenti su 10 (76%) sono anch’esse sbilanciate verso l’università, traducendosi in presentazioni di facoltà e corsi di laurea.
L’orientamento, poi, inizia troppo tardi. Solo uno studente su dieci (11%) lo comincia entro la terza superiore, il 33% non prima della quinta, e uno su quattro addirittura non lo fa (26%).

I docenti non conoscono i programmi di apprendistato

Non è un caso, allora, che solo uno studente su cinque (21%) conosca bene i percorsi Its e Ifts, in misura maggiore ragazzi (31% vs 17% ragazze). E se il 29% di studenti ne ha sentito solo parlare, per il restante 50% è buio totale.
Non va meglio con i docenti: negli istituti tecnici il 25% non conosce questi percorsi, percentuale che sale al 46% nei licei.
La situazione ancora peggiore per gli Ifts, pressoché sconosciuti al 57% dei docenti degli istituti tecnici e al 70% di quelli liceali.
Più in generale, è l’apprendistato di I livello a non aver fatto breccia. Il 58% dei docenti non ha informazioni su queste opportunità di inserimento lavorativo, dato che sale al 77% tra i genitori.

Accompagnare ragazze e ragazzi lungo un percorso post-diploma

I programmi di orientamento sono in larga misura poco adeguati ad accompagnare gli studenti verso un percorso post-diploma, e poco attenti a supportarli nella costruzione consapevole di un percorso di vita.
Tra le lacune da migliorare, gli studenti vorrebbero più esperienze pratiche in grado di avvicinarli per davvero al mondo del lavoro, come stage e tirocini (31%), visite o incontri in realtà lavorative (23%).
Dai docenti e dai genitori arriva invece l’auspicio di ricevere maggiore formazione per affiancare i ragazzi.
Un’esigenza particolarmente sentita dai docenti più giovani, della Generazione Z e Y, dove a desiderarla è addirittura il 61% dei professori.

Il cybercrime cresce, anche a causa dell’AI

Negli ultimi dieci anni si è assistito da parte delle aziende a una massiccia adozione del machine learning e dell’Intelligenza artificiale per automatizzare le operazioni e migliorare prodotti e servizi. 
Molti utenti però hanno avuto il primo contatto con tali tecnologie solo negli ultimi mesi, in particolare con l’AI generativa, per generare testi, codice e immagini.

Ma l’AI non rappresenta soltanto una delle rivoluzioni tecnologiche più importanti dell’ultimo decennio, avvisa Cisco Talos, è anche terreno fertile su cui prolifera la criminalità informatica, ed è già una realtà nella cybersecurity.
Aziende e forze dell’ordine la utilizzano per sviluppare nuovi strumenti, tattiche e strategie per automatizzare l’analisi dei dati, effettuare la rilevazione predittiva delle attività illecite e porre rimedio in modo più efficace. Mentre i criminali informatici la utilizzano per migliorare e rendere più efficienti gli attacchi.

Attacchi sempre più sofisticati

Tra i vantaggi principali dell’utilizzo dell’AI da parte dei criminali la minore necessità di coinvolgimento umano nello sviluppo di software, codice, estorsioni e truffe, e la possibilità di analizzare velocemente enormi quantità di informazioni, individuare vulnerabilità e obiettivi.

L’analisi dei big data richiede, invece, notevole potenza di calcolo, limitando la sua applicazione alle organizzazioni criminali più grandi o sponsorizzate da Paesi che possiedono un’infrastruttura capace di offrire tale potenza di calcolo.
L’AI permette inoltre di sviluppare attacchi phishing e social più sofisticati, come la creazione di deepfake incredibilmente realistici, siti web ingannevoli, campagne di disinformazione, profili fraudolenti sui social media e bot sempre più complessi.

Propagare disinformazione 

Le organizzazioni criminali sponsorizzate dagli Stati utilizzano l’AI per propagare disinformazione e manipolare gli utenti. Queste tattiche implicano la creazione e la diffusione di contenuti ingannevoli, tra cui deepfake, clonazione vocale, articoli falsi e impiego di bot.
Ma l’AI consente anche la creazione di malware sofisticati, adattabili e difficilmente rilevabili, tramite l’utilizzo di meccanismi ‘auto-metamorfici’ che permettono di modificare la loro natura in base all’ambiente in cui operano.

I ricercatori hanno mostrato come l’AI possa essere utilizzata per effettuare attacchi mirati e intelligenti: il malware si attiva solo quando trova il target previsto ed è in grado di sfuggire alla rilevazione nascondendosi all’interno di applicazioni benigne.

Un ruolo cruciale per la cybersecurity

Ovviamente, anche i professionisti della cybersecurity e le forze dell’ordine possono sfruttarne le potenzialità per sviluppare strumenti, tattiche e strategie innovative nella loro lotta contro il cybercrime moderno.

L’AI permette infatti la rilevazione e la prevenzione delle minacce informatiche più precise ed efficaci. La risposta immediata agli incidenti informatici e l’analisi automatizzata di grandi quantità di dati per identificare le compromissioni sono tra i principali vantaggi dell’utilizzo dell’AI. Che, esaminando questi set di dati, può identificare modelli e tendenze che aiutano gli esperti a restringere l’origine di un attacco.
Ma l’AI permette di utilizzare anche un altro strumento prezioso, l’analisi predittiva, con cui le aziende possono anticipare potenziali minacce informatiche e vulnerabilità adottando un approccio proattivo alla sicurezza.