Email, che ansia: perchè al lavoro sono una fonte di stress?  

Impossibile pensare alla nostra vita lavorativa senza le email. La posta elettronica, infatti, è una componente centrale di qualsiasi percorso professionale. Però il suo impatto sulla salute mentale è spesso trascurato.
Una recente ricerca di Babbel, condotta negli Stati Uniti dall’istituto OnePoll, mette in luce come la posta elettronica possa contribuire a generare stress e influenzare il comportamento dei lavoratori.

Oltre 1.000 mail non lette per ogni lavoratore 

Secondo lo studio, il 18% dei lavoratori statunitensi ha oltre 1.000 email di lavoro non lette, e 1 su 100 supera addirittura le 50.000. Questi numeri spiegano perché il 60% degli intervistati ritenga che il volume di email ricevute aumenti il proprio livello di stress. Non sorprende, quindi, che il 39% speri di riceverne meno nei prossimi anni, mentre un 25% ne vorrebbe di più, probabilmente preferendole ad altri mezzi di comunicazione come le telefonate.

Un elemento che alimenta l’ansia è la procrastinazione nella gestione delle email. La Gen Z sembra soffrire particolarmente questa difficoltà, con il 36% degli impiegati di età compresa tra 18 e 24 anni che dichiara di avere circa 1.000 email non lette. Inoltre, l’irrevocabilità delle email, rispetto ad altri strumenti digitali che permettono di eliminare o modificare i messaggi inviati, porta al pentimento: quasi 9 lavoratori su 10 affermano di essersi dispiaciuti per il contenuto di un’email subito dopo averla inviata.

Resta un metodo di comunicazione formale 

Le email continuano a essere percepite come un mezzo di comunicazione formale, distinto dal linguaggio quotidiano. L’85% degli intervistati riconosce di utilizzare uno stile diverso per scrivere le email rispetto alla conversazione normale, con il 17% che lo considera addirittura “molto diverso”. Gli errori di battitura, inoltre, sono giudicati con severità dal 48% degli intervistati.

Un’altra curiosità riguarda i messaggi automatici e le firme email: il 33% dei lavoratori ha trovato irritanti i messaggi di risposta automatica, mentre il 79% ammette di aver giudicato una persona basandosi sulla firma nel messaggio poi posta elettronica.

Verso un nuovo galateo digitale

L’uso delle emoji nelle email aziendali sta diventando più accettato: oltre la metà degli intervistati lo considera appropriato, segno che il galateo delle email si sta evolvendo con le nuove generazioni. Come sottolinea Esteban Touma di Babbel, il linguaggio e le regole di comunicazione sono in continua trasformazione, riflettendo i cambiamenti tecnologici e sociali.

Illegalità ambientali: sulle coste italiane aumentano di quasi il 30%

Insieme alle violazioni amministrative, la media del numero di illegalità ambientali su coste e mari italiani è di 8,4 illeciti per km di costa, uno ogni 119 metri.
Nel 2023 sono stati 22.956 i reati accertati dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto, +29,7% rispetto al 2022. I più diffusi sono il ciclo illegale del cemento (10.257 reati, +11,2% vs 2022), ciclo illegale dei rifiuti e mare inquinato (6.372, +59,3%) e pesca illegale (4.268 illeciti penali, +11,3%).

Ma c’è anche la violazione delle normative che regolano la nautica da diporto: 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, + 230% rispetto al 2022. 
A delineare questo scenario è il report Mare Monstrum 2024 presentato da Legambiente alla vigilia del 14e° anniversario dell’uccisione a Pollica (SA) del sindaco pescatore Angelo Vassallo. 

Un reato su due in Campania, Sicilia, Puglia, Calabria

Se sono 25.545 le persone denunciate nel 2023 (+43% vs 2022) cresce, però, l’efficacia dell’azione repressiva, come dimostra il numero di persone arrestate (204, +98,1%) e quello dei sequestri, pari a 4.026 (+22,8%).

Un reato su due (50,3%) si concentra in Campania (3.095 illeciti penali), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371), che guidano nell’ordine, come numeri assoluti, la classifica regionale, seguite da Lazio (1.529 reati) e Toscana (1.516).
La regione delle Marche è, invece, la prima come numero di illeciti complessivi per km di costa (38,9), seguita da Friuli-Venezia Giulia (31,9) e Basilicata (30,9).

Ciclo illegale del cemento, un fenomeno devastante per lo sviluppo del Paese

“Il ciclo illegale del cemento rappresenta la quota più significativa dei reati ambientali analizzati anche in questa edizione di Mare Monstrum, a causa, principalmente, della miriade di abusi edilizi che continuano a sfregiare l’Italia – commenta Enrico Fontana, responsabile Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente -. Un fenomeno devastante per lo sviluppo sociale, ambientale ed economico dell’intero Paese, che colpisce principalmente il Sud, in particolare le regioni a tradizionale insediamento mafioso, e le aree costiere, le perle estive del Belpaese, e su cui bisogna intervenire con una mano decisa e con abbattimenti non più rimandabili. L’abusivismo edilizio lungo le coste, inoltre, fa da moltiplicatore dei fenomeni d’inquinamento, a causa degli scarichi diretti in mare degli immobili costruiti illegalmente”.

Le proposte di Legambiente

“La nostra associazione, da sempre impegnata in attività di monitoraggio e di volontariato, come quelle svolte grazie a Goletta verde, alle indagini Beach litter e alla campagna ‘Spiagge e fondali puliti’, avanza dieci proposte a Parlamento e Governo per tutelare in maniera più efficace lo straordinario patrimonio ambientale marino del Belpaese – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -. Bisogna potenziare l’attività di demolizione degli immobili abusivi, e non prevedendo nuovi condoni, ammodernare e completare il sistema di fognature e depuratori, potenziare l’economia circolare e prevedere sanzioni più severe per la pesca illegale”.

Lavoro: perchè raddoppiano i Job Creeper?

Considerando le tre ‘dimensioni’ del benessere, fisico, psicologico e relazionale. solo il 9% degli italiani afferma di stare bene nell’impiego attuale. E appena il 5% oggi è ‘felice’ al lavoro.
Secondo i risultati dell’indagine sui lavoratori realizzata dall’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con BVA Doxa, una delle principali fonti di malessere resta l’incapacità di gestire vita lavorativa e vita privata.

In un anno, infatti, raddoppiano i Job Creeper (13% vs 6%), quelli che non riescono a smettere di lavorare e lo fanno in momenti che dovrebbero dedicare alla propria vita privata, mentre è stabile il numero dei Quiet Quitter (12%), i lavoratori che fanno il minimo indispensabile senza essere coinvolti emotivamente nelle attività che svolgono.

Infelicità e malessere portano molti a cambiare lavoro

Di fatto, nell’ultimo anno, un lavoratore su tre si è assentato almeno una volta dal lavoro per motivi di stress o ansia, ma solo un’azienda su due offre servizi a supporto.

Infelicità e malessere portano quindi molti a cambiare lavoro. Il 42% degli italiani l’ha fatto recentemente o ha intenzione di farlo a breve, e nel 2024 per la prima volta il motivo principale è la ricerca di ‘benessere fisico e mentale’ (36%).
Ma a crescere sono anche la ricerca di opportunità di carriera e di occupabilità nel medio-lungo termine.

Tra Great Resignation e mismatch

Continua così la Great Resignation, ma anche il Great Regreat, con il 56% di chi ha cambiato lavoro che negli ultimi 12 mesi si è già pentito, +37% rispetto al 2023. 

Inoltre, ben l’88% delle organizzazioni italiane fatica ad assumere nuovo personale, e in più della metà dei casi, la difficoltà è cresciuta nell’ultimo anno. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è dovuto soprattutto alla carenza di persone con competenze tecniche (57%) e soft (36%), ma anche alla mancata corrispondenza tra quanto offerto dalle aziende e quanto desiderato dalle persone in termini di stipendio, carriera, flessibilità e stile di vita.
Insomma, il luogo di lavoro è sempre meno un posto dove le persone ‘stanno bene’.

L’impatto potenziale dell’AI generativa

Quanto alle nuove tecnologie, il 26% dei lavoratori ha già utilizzato soluzioni di AI generativa nell’ultimo anno, anche se pochi in maniera continuativa (solo il 3% ogni giorno e il 7% un paio di volte a settimana). A ben vedere, l’attività principale è stata la semplice ricerca di informazioni (31%) come una classica barra di ricerca. Ma l’impatto potenziale è alto.

Secondo i lavoratori, il 24% delle proprie attività possono essere già svolte con il supporto di soluzioni di AI generativa. E quasi uno su due è preoccupato delle conseguenze, non tanto per il rischio di perdere il lavoro (12%), ma per la possibilità che diventi più precario (26%) o che le proprie competenze siano meno rilevanti (22%).
I più ottimisti vedono nell’AI generativa un’alleata per svolgere meglio il lavoro (29%), sviluppare nuove competenze (23%) e lavorare meno (21%).

Una mini guida ai 5 (peggiori) consigli dei boomer su Maturità e Università

L’app thefaculty ha stilato un elenco delle 5 peggiori frasi da dire a chi sta scegliendo la strada da prendere una volta concluse le scuole superiori. Una mini-guida pensata per chi ha fratelli, amici, parenti che stanno vivendo questa delicata fase della vita.
Secondo un’analisi realizzata da thefaculty, a gennaio 2024 il 71% degli studenti italiani era ancora molto indeciso sul proprio futuro.

Le motivazioni principali dell’indecisione risultano collegate a uno scarso contatto tra scuola e mondo del lavoro, alle troppe opzioni disponibili, che creano negli studenti un costante timore di non riuscire a consultarle, e alle pressioni provenienti dalla famiglia e dall’esterno. Per questo motivo, è importante evitare di elargire consigli non richiesti.

“Se scegli quella facoltà sarai disoccupato”

‘Se ti iscrivi a quell’università, avrai il posto in azienda assicurato’: nonostante sia una delle credenze più comuni, scegliere l’università pensando già a quale lavoro porterà è sbagliato e poco utile.
Soprattutto in questo periodo storico, dove il mondo del lavoro è in continua evoluzione, con nuove figure professionali che nascono e altre che si rinnovano, diventa quasi impossibile sapere oggi quale lavoro si andrà a fare tra qualche anno.

‘Aaah… vorresti fare x facoltà? Ti piace la vita da disoccupato?’: se dovessimo contare tutte le persone che hanno studiato all’università una cosa e nella vita hanno fatto tutt’altro, risulterebbe una ricerca infinita. Piuttosto, qualsiasi scelta (universitaria o no) non sarà mai definitiva e si è sempre in tempo per cambiarla o modificarla.

“Meglio trovare qualcuno che ti mantenga”

‘Se sceglierai questa università, dovrai trovare qualcuno che ti mantenga’: si sa, università non è sinonimo di risparmio. Soprattutto se il corso che interessa si trova lontano da casa.

Non tutte le famiglie hanno le stesse disponibilità economiche e la scelta di iscriversi all’università ricade un po’ su tutti i membri. Nonostante questo, non è giusto tarpare le ali se l’interesse di proseguire gli studi c’è. Piuttosto che dire ‘trova qualcuno che ti mantenga’, il consiglio di chiedere agli studenti ‘cosa ti riesce bene? Ci sono attività che non ti pesano e consideri più piacevoli di altre?’ e valutare in base alle risposte potenziali lavoretti da svolgere nel tempo libero dallo studio.

“Io alla tua età già lavoravo!”

‘Questa facoltà è troppo impegnativa per te. Perché non ne scegli una più semplice?’: è un tipo di commento da evitare come la peste, perché non fa altro che generare preoccupazioni e dubbi immotivati. Gli studenti hanno bisogno di stimoli, non di essere scoraggiati.

Un altro commento deleterio è: ‘L’università è inutile, noi alla tua età avevamo già un lavoro’.
Dare consigli basandosi solo sulla propria esperienza, è la cosa peggiore da fare. ‘Esserci già passati’ non dovrebbe dare il permesso di suggerire interpretazioni drastiche, come ad esempio l’utilità o meno dell’università.
Il consiglio migliore da dare agli studenti ancora indecisi,  riporta Ansa, è: ‘seguite le vostre passioni’ e non le scelte altrui. Più le scelte sono personali, più daranno soddisfazioni a lungo termine.

Lavoro e GenZ: “non siamo sfaticati”

I nativi digitali vogliono essere protagonisti del loro futuro e ceo dei loro sogni, al contempo, rigettano alcuni stereotipi che li accompagnano nel mondo del lavoro. Di fatto, non vogliono essere definiti una generazione ‘sfaticata’.

Stando ai risultati dall’ultima ricerca di Zelo sul mondo del lavoro, il 41% dei GenZ preferirebbe lavorare in una grande azienda, anche se le multinazionali piene di superuomini e superdonne ‘sempre performanti’ intimoriscono i ragazzi. Inoltre, vorrebbero esser a capo di un’azienda tutta loro, ma quando si tratta di doversi prendere le responsabilità affermano di volerle condividere con il team, o non volersele ‘accollare’ perché generano ansia (60%).

Il lavoro ideale non è scandito da regole, ma da obiettivi

I ragazzi Z vivono nella costante paura del fallimento e del timore del giudizio. Abituati alla gratificazione immediata dei social, per loro i feedback non sono un plus, ma l’ossessione che li guida nei progetti e nelle loro giornate lavorative. Il feedback deve avere con sé un suggerimento o esempio concreto (38%), e un riscontro negativo li porta a dubitare di sé stessi (37%).

La GenZ ha anche bisogno di leader che sappiano motivare e ‘parlino bene di loro’ con gli altri. Non stupisce quindi che affermino di sentirsi gratificati se ricevono complimenti dal capo o i colleghi (60%) o premi in denaro (37%).
Il lavoro ideale? Non è scandito da regole, ma da obiettivi chiari (42%), meglio se nelle prime fasi di onboarding c’è un tutor dedicato (49%. 

Gli amici al lavoro placano la Fomo

Anche sul posto di lavoro, poi, sono alla ricerca di nuovi amici con cui magari fare i Be Real durante la giornata e con cui andare agli eventi post lavoro per placare la Fomo (Fear of Missing Out), la paura e l’ansia sociale di essere esclusi da esperienze ed eventi.

E anche lo smart working si rivela un ‘falso mito’ per attrarre la GenZ, visto che il 39% non lo ritiene fondamentale se il lavoro piace. Al contrario, un 14% pensa che il lavoro da remoto sia ‘indispensabile’ proprio per limitare quell’ansia sociale che questa generazione vive costantemente.
A fronte di una generazione ‘emotiva’, profondamente diversa da quelle che l’hanno preceduta, anche gli Hr devono rivedere i loro modelli operativi.

La recruting journey va ripensata

Occorre infatti che gli ultimi vent’anni sono gli unici in cui hanno vissuto i ragazzi della GenZ e sono anche quelli in cui si è alleggerito sensibilmente il livello di formalità in ogni ambito della vita.

Ad esempio, ‘dare del lei’ è diventato demodé, le chat hanno preso il posto delle panchine e i grandi must di eleganza sono diventati pezzi iconici per le feste in maschera.
La recruting journey va ripensata: dal linguaggio ai cerimoniali di accoglienza, dai job title all’iter di selezione, tutto quello che si fa per ‘sembrare seri’ oggi non convince più.

Lavoro: nel 2024 il 61% cercherà una nuova posizione 

Secondo un’indagine condotta su scala internazionale da Linkedin, circa 6 italiani su 10 (61%) stanno valutando nuove sfide professionali nell’anno in corso. E la principale motivazione è sicuramente la possibilità di un aumento di retribuzione (34%), seguita dalla ricerca di una migliore work-life balance, importante per il 23% dei professionisti nel nostro Paese.

In Italia, sono le donne a farsi da protagoniste della tendenza a esplorare nuove opportunità professionali, con il 66% delle intervistate (56% uomini) che dichiara di valutare o cercando attivamente una nuova posizione.
In questo scenario, la competizione tra professionisti si fa sempre più alta e la capacità di valutare correttamente e ampliare le proprie skill diventa fondamentale.

L’importanza delle skill

Più della metà (51%) dei professionisti dichiara però di trovare frustrante l’attività di ricerca di un nuovo lavoro. Tra le donne, il senso di disagio è più alto (56%) rispetto agli uomini (46%).
Non solo, il 35% delle intervistate non sa come allineare le proprie competenze con quelle richieste per accedere a nuove opportunità professionali, contro il 47% che si sente sicura.

In generale, lavoratori e lavoratrici in Italia sembrano consapevoli dell’importanza delle competenze. Il 74% degli italiani, infatti, considera il re-skilling necessario, percentuale che sale all’80% tra i Millennials.
Le skill ritenute più importanti sono capacità di problem solving (31%), abilità nel comunicare (30%) e conoscenza di una o più lingue straniere (23%).

Voglia di crescita per Millennials, GenZ e Gen X

Se il 55% dichiara di volersi nuovamente concentrare sul proprio percorso di crescita professionale, il dato sale al 58% tra i Millennials, al 56% tra GenZ e GenX per poi abbassarsi al 48% tra i Boomers.
L’attenzione è alta anche per quanto riguarda i metodi di ricerca: il 43% (48% Millennials) ha cambiato strategia per stare al passo con i cambiamenti nel mondo del lavoro. Resta basso, tuttavia, il numero di application ricevute da parte delle aziende di destinazione. Il 43% dei professionisti afferma di ottenere raramente un feedback.

Sembra poi essere diffuso un certo spirito di imprenditorialità: il 56% sta valutando la possibilità di mettersi in proprio, rimanendo nel proprio settore (19%), cambiando campo (15%), o trasformando la propria passione in un lavoro vero e proprio (22%).

Il punto di vista degli HR

Il 62% degli hiring manager ritiene che nel 2024 i datori di lavoro avranno maggiore capacità di negoziare con i candidati. Tuttavia, il 39% dei responsabili delle assunzioni prevede un aumento del tasso di turnover e il 55% sottolinea la difficoltà di trovare candidati qualificati.

Il 31% degli intervistati ritiene, come riporta Adnkronos, che fornire programmi interni di apprendimento e sviluppo (L&D) centrati, ad esempio, sull’AI generativa sia fondamentale per trattenere i talenti più qualificati.
Più nel dettaglio, secondo il 71% degli intervistati i dipendenti della GenZ hanno bisogno di ulteriore supporto per sviluppare le soft skills (come comunicazione, collaborazione, negoziazione), nonostante per il 76%8 degli hiring manager siano i più aperti all’adozione di nuove tecnologie, come l’AI.

Giovani e lavoro: sì, ma smart, sostenibile, con più tempo per sé

Nelle nuove generazioni l’atteggiamento verso il lavoro è differente. Flessibilità di orari, smartworking, welfare aziendale, possibilità di conciliare i tempi di vita-lavoro e sostenibilità, oltre a carriera e aspetti economici, per loro sono gli aspetti più importanti dell’attività lavorativa.
Tanto che dalle survey del centro ricerche Aidp (Associazione italiana direzione personale) emerge che le dimissioni volontarie hanno riguardato nel 70% dei casi giovani tra 26 e 35 anni.

“Le motivazioni di questo fenomeno sono state migliori condizioni di lavoro in termini di flessibilità di orari e modalità di lavoro”, spiega Matilde Marandola, presidente nazionale Aidp, all’Adnkronos/Labitalia. Infatti, nel 57% dei casi le aziende hanno difficoltà a trattenere o assumere personale se non viene garantito lo smartworking.

L’identikit del lavoro “tipo”

Il lavoro ideale per i giovani deve garantire il work-life balance declinabile nella possibilità di fare smartworking e uno stipendio adeguato non solo alle competenze, ma anche coerente con il costo della vita.
Inoltre, “un ambiente di lavoro aperto alle novità, quindi innovativo, tecnologico, in cui i giovani possano sentirsi liberi di esprimere le loro idee senza timore e in cui possano apportare, in maniera pragmatica, un valore aggiunto”, aggiunge Marandola.

Anche secondo Rosario Rasizza, presidente Assosomm e ad Openjobmetis, “il tema della conciliazione di tempi ed esigenze tra vita e lavoro è sempre più al centro dell’attenzione, non solo dei giovani”.
Riscoprire l’importanza di coltivare relazioni e passioni, anche al di là della vocazione professionale, è un’eredità della pandemia.

La risposta delle aziende

Dal canto loro, le aziende mostrano disponibilità nei confronti delle esigenze dei giovani. All’interno delle organizzazioni oggi si ascolta di più.
“Si stanno affermando forme di lavoro sempre più inclusive, socialmente responsabili e sostenibili – continua Marandola -. Gli Hr oggi sono più aperti al dialogo e all’ascolto e credo che questo cambiamento rappresenti, in un’ottica sia sociale sia lavorativa, un’importante svolta”.

E per Rasizza, le aziende “si stanno sempre più allineando, come dimostrano le richieste da parte delle nostre aziende clienti che spesso ci chiedono consulenza in tal senso. Qualche volta, rileviamo qualche resistenza nel prendere in considerazione misure più flessibili e inclusive, ma la strada è ormai segnata lungo questo trend”.

Ma a volte serve un po’ di apertura mentale

“Potremmo quasi dire – sottolinea Rasizza – che oggi sono i candidati, e ancor più se parliamo di giovani, a fare un colloquio ai loro potenziali datori di lavoro. È un segno dei tempi, da non far coincidere necessariamente con una scarsa disponibilità all’impegno e al sacrifico. Per contro, mi piacerebbe vedere una maggiore disponibilità di chi entra nel mercato del lavoro a prendere in considerazione opportunità magari non perfettamente in linea con i propri studi o i propri sogni: a volte, serve un po’ di coraggio e di apertura mentale nel costruirsi esperienze che saranno comunque in grado di fortificare hard e soft skill”.

L’IA? Fa parte della quotidianità (anche se non ne siamo consapevoli)

L’Intelligenza Artificiale (IA) è entrata nelle nostre vite da diversi anni e la utilizziamo quotidianamente senza rendercene conto, ad esempio attraverso i nostri smartphone. Negli ultimi tempi, sono emersi strumenti innovativi chiamati “Intelligenza Artificiale Generativa,” come ChatGPT e Midjourney, capaci di creare nuovi contenuti descrivendoli semplicemente.
Questa rivoluzione solleva interrogativi sul nostro rapporto con le macchine, sempre più creative, e sul tipo di società che ci troveremo ad affrontare. La nuova edizione dell’Osservatorio Nuove Tecnologie di Ipsos, in collaborazione con Vincenzo Cosenza, approfondisce proprio il tema dell’Intelligenza Artificiale e della GenAI.

Gli italiani conoscono il tema e le app “intelligenti”

Dalla ricerca emerge che, tra i vari temi tecnologici, l’Intelligenza Artificiale è l’argomento più conosciuto, con un aumento significativo nella conoscenza delle app di AI Generativa. I livelli di fiducia nella GenAI sono discretamente alti, ma c’è una richiesta di maggiori garanzie e normative, soprattutto per quanto riguarda la veridicità delle risposte e la trasparenza nelle fonti utilizzate per generare il contenuto.

Nell’ambito lavorativo, si registrano sentimenti contrastanti sull’impatto della GenAI. Tuttavia, c’è una maggiore propensione a intraprendere percorsi di formazione per acquisire competenze digitali, specialmente tra i più giovani.

ChatGPT di OpenAI è l’app di GenAI più famosa

ChatGPT di OpenAI risulta essere l’app di GenAI più conosciuta, probabilmente a causa della sua maggiore esposizione mediatica e della sua interfaccia user-friendly. Recentemente, la notizia del ritorno di Sam Altman come Amministratore Delegato di OpenAI ha attirato l’attenzione, evidenziando le dinamiche aziendali.

L’utilizzo dell’AI Generativa è prevalente a fini personali e creativi, seguito dal lavoro e studio. Tuttavia, sorgono preoccupazioni riguardo alla perdita di posti di lavoro e alla minaccia per la creatività.
Gli italiani, pur mostrando fiducia nell’IA Generativa, sono consapevoli dei rischi e propensi a intraprendere percorsi di formazione.

Sfide e opportunità

Guardando al futuro nel 2040, gli intervistati si dividono sul ruolo degli automi dotati di AI: alcuni prevedono un utilizzo limitato a settori specifici, mentre altri immaginano una rivoluzione nella forza lavoro umana. Le previsioni suggeriscono che l’IA avrà un impatto significativo in settori come la medicina, l’automazione industriale, l’assistenza virtuale e la sicurezza.
In conclusione, la presenza dell’Intelligenza Artificiale nelle nostre vite è sempre più evidente, e il futuro ci presenta sfide e opportunità legate a questa tecnologia in continua evoluzione.

Scuola e famiglia, che rapporto c’è oggi?

Che rapporto c’è oggi tra il sistema scolastico italiano e le famiglie? Per scoprire qualcosa in più in merito a questa relazione, si può far riferimento all’analisi annuale dell’Osservatorio sulla didattica digitale, derivanti dallo studio “Junior 2023” condotto da BVA Doxa in collaborazione con MyEdu. Dai dati emerge che sei famiglie su dieci sono preoccupate per l’istruzione dei loro figli, anche se la tendenza indica una leggera diminuzione rispetto allo scorso anno scolastico. La scuola è considerata moderna/innovativa dal 25% delle persone intervistate e efficace/coinvolgente dal 24%. E cosa pensano i ragazzi? Sognano una scuola senza compiti (soprattutto le ragazze) e 1 su 4 vorrebbe iniziare le lezioni più tardi al mattino.

Il livello di soddisfazione è aumentato dall’anno scorso

Rispetto all’anno scolastico 2021/2022, i genitori sembrano essere un po’ meno preoccupati per il futuro dei loro figli. SI rileva un aumento dell’11% dei genitori che si sentono sereni, anche se rimangono nettamente minoranza rispetto a quelli preoccupati (65%). Allo stesso tempo, aumentano le richieste di attività che rendano lo studio più stimolante a scuola, con il 52% che suggerisce l’introduzione di laboratori tecnologici durante l’orario scolastico. L’introduzione della didattica digitale integrata durante la pandemia ha complessivamente migliorato la percezione dell’alleanza tra scuola e famiglia. Il 46% dei genitori dichiara un miglioramento (molto o abbastanza), mentre il 39% rimane neutrale. In generale, i genitori dei ragazzi della scuola secondaria e quelli residenti nel Nord Est apprezzano maggiormente questi miglioramenti.

Dati allineati per ogni tipologia di scuola e area geografica

La soddisfazione per il livello di innovazione della scuola dei propri figli è in linea con questo quadro: il 42% dei genitori si dichiara molto o abbastanza soddisfatto, mentre il 47% si colloca a un livello di soddisfazione intermedio. Questi risultati sono trasversali alla tipologia di scuola e all’area geografica.

Materie preferite e strumenti per la didattica 

Per quanto riguarda il punto di vista dei ragazzi sulla scuola, la materia preferita rimane la matematica, ma l’arte sorprendentemente raggiunge il terzo posto, subito dopo l’italiano. I ragazzi sognano una scuola senza compiti, e questo desiderio è più forte tra le ragazze rispetto ai ragazzi. Per i genitori, il computer è preferito al tablet come strumento per supportare l’efficacia della didattica (37%), seguito dal tablet (20%), mentre la LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) si colloca molto distante al terzo posto con l’11%. I computer e gli smartphone sono considerati più validi dai genitori dei ragazzi della scuola secondaria. Ma come sarebbe la scuola ideale per i ragazzi? Il 43% vorrebbe una scuola senza compiti, il 25% pensa che dovrebbe iniziare più tardi, il 20% ritiene che la scuola dovrebbe essere dotata di più strumenti tecnologici come computer e tablet, e infine il 19% vorrebbe una scuola senza esami.

Nei prossimi 5 anni quasi 3 milioni di occupati andranno in pensione

Con la legislazione vigente nei prossimi 5 anni quasi il 12% degli italiani lascerà definitivamente il posto di lavoro per aver raggiunto il limite di età. La stima è dell’Ufficio studi della CGIA, che ha elaborato i dati del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal. In dettaglio, tra il 2023 e il 2027 il mercato del lavoro italiano richiederà 3,8 milioni di addetti, di cui 2,7 milioni (il 71,7% del totale) in sostituzione delle persone destinate ad andare in pensione, e più di un milione di nuovi ingressi (il 28,3% del totale) saranno legati alla crescita economica prevista in questo quinquennio. 
Dei 2,7 milioni di addetti che nei prossimi anni scivoleranno verso la quiescenza, la metà, poco meno di 1,4 milioni, interesserà i dipendenti privati, oltre 670mila il pubblico impiego, e la stessa cifra il mondo del lavoro autonomo.

Il 91,6% del totale riguarderà il pubblico impiego

Tuttavia, se si calcola l’incidenza della domanda sostitutiva sul totale del fabbisogno occupazionale nelle tre posizioni professionali principali (dipendenti privati, dipendenti pubblici e indipendenti), il valore più elevato, pari al 91,6% del totale, riguarderà il pubblico impiego. Quanto alle filiere produttive/economiche più interessate dall’esodo degli occupati verso la pensione, in termini assoluti sono la Sanità (331.500 addetti), le attività immobiliari, noleggio/leasing, vigilanza/investigazione, altri servizi pubblici e privati (come pulizia, giardinaggio e PA esclusa sanità, assistenza sociale e istruzione), che contano 419.800, e commercio e turismo (484.500).

A rischio i principali settori del Made in Italy

Se, anche in questo caso, si misura l’incidenza della domanda sostitutiva sul fabbisogno occupazionale, i settori che entro i prossimi 5 anni si troveranno maggiormente in difficoltà saranno la Moda (91,9%), l’Agroalimentare (93,4%) e il Legnoarredo (93,5 %). Insomma, i principali settori del nostro Made in Italy rischiano di non poter più contare su una quota importante di maestranze di qualità e di elevata esperienza. Di fatto, il progressivo invecchiamento della popolazione italiana sta provocando un grosso problema al mondo produttivo.

Denatalità e mismatch tra domanda e offerta di lavoro

Da tempo, ormai, gli imprenditori, anche del Sud, denunciano la difficoltà di trovare sul mercato del lavoro sia personale altamente qualificato sia figure professionali di basso profilo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, a causa del disallineamento tra scuola e mondo del lavoro in alcune aree del Paese, per le seconde si tratta di opportunità di lavoro che spesso i nostri giovani rifiutano di accettare, e solo in parte vengono ‘coperte’ dagli stranieri. Una situazione che nei prossimi anni è destinata a peggiorare. In primo luogo, per gli effetti della denatalità, e in secondo per la cronica difficoltà a incrociare la domanda e l’offerta di lavoro.