Cercare lavoro, il CV non basta: ci vuole una reputazione on line impeccabile 

Oggi chi seleziona il personale per valutare un’assunzione controlla, oltre il curriculum e le referenze, anche la reputazione online dei candidati. Ecco perchè quando ci si propone a un’azienda o a un selezionatore, è essenziale fare un check anche dei propri profili social, così da evitare passi falsi e intoppi alla propria carriera.

Il profilo del candidato “giusto”

Assumere un nuovo dipendente non è mai una decisione da prendere alla leggera, sia per le piccole imprese che per le grandi. Ecco perché i recruiter effettuano un’analisi dettagliata dei candidati, controllando non solo i curriculum e i colloqui conoscitivi, ma anche le referenze online di ogni candidato. Per questo chi non vuole affrontare costi elevati per la formazione di un nuovo dipendente, o peggio ancora, perdite di produttività o danni all’immagine a causa di un’assunzione sbagliata, si affida ai cacciatori di teste, per assicurarsi di trovare il collaboratore perfetto per la propria azienda. Ed è la ragione per cui recruiter controllano quanto più attentamente possibile i candidati per ogni posizione aperta.

Il valore della reputazione online

Le classiche analisi si effettuano a livello di curriculum vitae e colloqui conoscitivi, a cui si aggiungono il controllo delle referenze dei candidati, e le ricerche online sulle persone che vengono effettivamente prese in considerazione per l’assunzione. Secondo le ultime indagini, a compiere questo ulteriore passo sono circa 8 recruiter su 10, che vanno a controllare la digital reputation dei candidati online, dai motori di ricerca ai social network. E qui le informazioni trovate possono sia favorire, sia allontanare, come accade sempre più spesso, la possibilità di essere assunti.
“Chi si mette alla ricerca di una nuova occupazione deve prepararsi da molti punti di vista: penso per esempio all’aggiornamento del curriculum vitae, a dei corsi di formazione mirati per colmare eventuali lacune, nonché all’allenamento mirato per affrontare al meglio i colloqui di lavoro» spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera. “Ma non è tutto qui: sapendo che i recruiter controlleranno molto probabilmente la digital reputation dei candidati, è ormai fondamentale curare anche questo aspetto, per avere la certezza che delle informazioni online non possano compromettere un’assunzione”.

Come muoversi prima di inviare il CV

“Di certo i primi canali da controllare sono quelli dei social network: il consiglio è quello di guardare ai propri account con gli occhi di un recruiter, eliminando o nascondendo delle informazioni, dei post o delle fotografie che potrebbero risultare nocive per il processo di selezione. È buona norma in ogni caso mantenere i propri post personali visibili solo per ristrette liste di amici” sottolinea l’head hunter, aggiungendo che «aiuta moltissimo avere un profilo aggiornato e curato su LinkedIn, volto a mostrare effettivo interesse per il proprio settore lavorativo e per la propria carriera professionale.
Ma non ci sono solo i social. “Pensiamo per esempio ai propri commenti su forum, a un blog gestito in gioventù o ad altre risorse simili: tutto quello che può uscire in prima o in seconda pagina su Google sul proprio conto può fornire informazioni utili, buone o meno, al recruiter. Per questo è importante controllare quali informazioni sono presenti su di noi online, ed eliminare ciò che potrebbe danneggiare la nostra reputazione”, conclude Adami.

I bambini passano troppo tempo sui social: tanto da perdere un notte di sonno a settimana

I bambini, anche quelli piccoli di soli 10 anni, passano troppo tempo sui social media. Tanto da perdere una notte intera di sonno ogni settimana. A fare questo preoccupante conteggio è il professore di psicologia John Shaw, che con il suo team della De Montfort University Leicester ha esplorato il rapporto fra piccoli, social e sonno. La sua ricerca ha coinvolto 60 bambini, tutti di dieci anni, provenienti da diverse scuole del Regno Unito. La media di ore di sonno a notte si è attestata a 8,7, decisamente meno delle 9-11 ore consigliate per quella fascia di età. Nel corso di un’intera settimana, questa carenza si traduce nella perdita di una notte di sonno ogni sette giorni. Dei bambini “testati”, il 70% ha dichiarato di aver utilizzato i social media per più di quattro ore al giorno, con due terzi che hanno affermato di utilizzarli nelle ore subito prima di coricarsi. Ma c’è di più: a disturbare i sogni di questi bambini – oltre alla volontà di rimanere incollati ai loro device il più a lungo possibile – c’era anche la curiosità di vedere cosa accedesse in loro assenza sulle piattaforme social. Tanto che circa il 12,5% dei bambini di 10 anni si sveglia volontariamente nel cuore della notte per controllare le notifiche. 

Più di quattro ore al giorno sui social, soprattutto TikTok

Nella ricerca, è anche emerso che la maggior parte dei bambini intervistati ha ammesso di aver utilizzato i social media per “più di quattro ore al giorno”, con due terzi che hanno affermato di utilizzarli proprio prima di coricarsi. “Il timore di essere estromessi, che è amplificato dai social media, sta influenzando direttamente il sonno dei più piccoli, che vogliono sapere cosa stanno facendo i loro amici – ha spiegato il dottor John Shaw durante un intervento al British Science Festival – Se non sei online quando sta succedendo qualcosa, significa che non stai prendendo parte a quella cosa. Si cade in un loop: chi è ansioso va ancora più sui social media, il che lo rende più ansioso ancora, con un impatto negativo sul sonno”. TikTok ha il maggior coinvolgimento nei bambini intervistati, con il 90% che ha sottolineato di aver utilizzato l’app di notte. Snapchat è al secondo posto con l’84%, mentre poco più della metà ha usato Instagram.

Che fare?

Un numero corretto di ore di sonno è fondamentale per la salute e il mantenimento delle funzioni cerebrali, a tutte le età e a maggior ragione per chi è in crescita. Per questo è importante anche contingentare l’utilizzo dei device e delle app. “È importante stabilire delle routine del sonno” ha dichiarato il professor Shaw. “E’ opportuno spegnere il telefono almeno un’ora prima di andare a dormire. E se proprio devo utilizzarlo, è fondamentale usare un filtro per la luce blu”. 

Il posto di lavoro del futuro: Millennial e Generazione Z chiedono benefit per viaggiare, flessibilità e inclusività

La flessibilità, l’opportunità di viaggiare, la possibilità di contribuire alla realizzazione di progetti mirati e la diversity sono fattori fondamentali per il lavoro ideale. Ecco quali sono le priorità di un ambiente di lavoro “perfetto” post pandemia, espresse da Millennials (26-41 anni) e Gen Z (18-25 anni): lo rivela un recente sondaggio condotto da Hilton, il colosso alberghiero. Dai risultati emerge l’importanza di incontrare nuove persone, di fare esperienza in diversi ruoli e di trovare un equilibrio tra lavoro e vita privata; inoltre, le aziende con forti politiche in materia di questioni sociali e ambientali sono risultate interessanti per l’80% delle persone di età compresa tra i 18 e i 41 anni.

Obiettivo: ambiente professionale inclusivo

L’indagine ha anche rivelato che un luogo di lavoro inclusivo è essenziale per l’84% dei Millennial e della Gen Z. Gli intervistati ritengono che il legame umano abbia sempre più valore in un mondo post-pandemia, con l’88% che apprezza l’interazione sociale sul posto di lavoro. Inoltre, l’87% dei giovani di età compresa tra i 18 e i 41 anni considera le politiche di salute e benessere mentale come un aspetto importante, e il 18% ha anche rivelato di aver pensato di cambiare lavoro nell’ultimo anno a causa delle preoccupazioni per la propria salute e per il proprio benessere mentale.  

Sì al rapporto interpersonale

Inoltre, negli ultimi 12 mesi il 49% dei Millennials e della Gen Z ha preso in considerazione la possibilità di una carriera nel settore dell’ospitalità; inoltre sono prese in considerazione, in ordine di importanza, la possibilità di apprendere nuove competenze (29%), le ampie opportunità di sviluppo personale e di carriera (28%), la varietà del lavoro (28%), l’opportunità di viaggiare (24%) e la flessibilità di dedicare tempo ad altre priorità della vita, come la crescita di una famiglia (23%). La ricerca ha individuato un divario generazionale in merito a ciò che le persone apprezzano quando si tratta di carriera, con la generazione Z che, in una percentuale quasi doppia (22%) rispetto ai millennial (13%), considera rilevanti nella scelta di un lavoro le opportunità di viaggio internazionali. I risultati hanno anche evidenziato che i lavori tradizionali, come il costruttore (5%) o il pilota (8%) sono in calo, rispetto a lavori come il creativo dei social media (17%) o il marketing specialist (18%).

Smart City: un concetto conosciuto dal 50% degli italiani

Il concetto di Smart City è conosciuto da circa metà degli italiani, soprattutto dai giovani. Lo rivela Intel, l’azienda americana che produce dispositivi e semiconduttori, che ha effettuato una ricerca sugli italiani e la Smart City, realizzata con la collaborazione di Pepe Research. Quando si parla di Smart City l’idea è associata a innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale. Le caratteristiche fondamentali per una città tech, sono infatti sostenibilità ambientale, sicurezza, efficienza energetica e mobilità intelligente. Tuttavia, dallo studio emerge che le priorità tra le diverse fasce di età che conoscono questo termine divergono. Se i giovani più maturi danno maggiore importanza alla sicurezza, la generazione Z dimostra maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale.

Ma solo il 13% ritiene di vivere in una città abbastanza smart

La mobilità intelligente è più importante, invece, per coloro che vivono in una grande città in cui i problemi di traffico impattano sulla vita quotidiana. Le città italiane dovranno affrontare ancora molti passi per raggiungere il percorso smart al 100%: solamente il 13% dei cittadini ritiene di vivere in una città abbastanza smart. Gli italiani però sono orientati a un futuro Smart City, infatti il 68% crede che la propria città sarà più smart tra 10 anni. Milano è in cima alla classifica delle città più smart d’Italia, con una valutazione 6,2/10, seguita da Bologna e Padova, con 6/10. Seguono Napoli, Genova e Catania, mentre Roma raccoglie una valutazione di 4,3/10. 

C’è ancora molto da fare per l’ambiente e la cittadinanza attiva

“Gli italiani sono legati al loro territorio, tuttavia l’idea della Smart City è effettivamente attraente, con un 60% di cittadini che si dichiara disposto a trasferirsi in una Smart City se si trovasse nella sua regione – ha dichiarato Elena Salvi, Partner di Pepe Research -. Attualmente gli italiani riconoscono un livello di ‘smartness’ alle loro città quando si tratta di economia locale, servizi e mobilità, ma sono convinti che sia necessario ancora parecchio lavoro per quanto riguarda l’ambiente e la cittadinanza attiva. Ora – ha spiegato Salvi – è il momento giusto per portare avanti piani di intervento intelligente sull’ambiente, un elemento fondamentale nel rendere più attrattive le nostre Smart City”.

Lavorare in una Smart City? Sì, se è vicina alla residenza 

La maggioranza dei lavoratori italiani poi, riporta Italpress, sarebbe disposta a trasferire la propria attività lavorativa in una Smart City. Questo, se fosse a mezz’ora di distanza dalla propria residenza (87%), mentre il 57% ha indicato un’ora di distanza, e il 29% sarebbe disponibile a una trasferta di due ore per accedere a uno stile di vita più smart. Ma c’è anche chi è disposto a investire per far diventare la propria città una Smart City. Un concetto che si avvicina all’idea di Smar City è lo smart working. L’idea di smart working ha rivoluzionato le idee degli italiani sia in modo positivo sia negativo. Il 79% infatti apprezza lo smart working e vorrebbe continuare a lavorare in questa modalità, ma ritiene che vadano migliorati alcuni aspetti del lavoro in modalità remota, .

Il ruolo della donna in Italia e gli stereotipi: una ricerca fa il punto

Ipsos ha recentemente presentato i risultati italiani dello studio Being Woman: un progetto di ricerca nato con l’obiettivo di aiutare l’audience a comprendere la donna attraverso una chiave di lettura diversa, ovvero quella di tipo culturale. In particolare, l’analisi vuole mettere in luce quelli che sono i diversi aspetti dell’empowerment femminile nelle varie culture del mondo, a partire dall’Italia. Il progetto di ricerca, a cui hanno già aderito diversi Paesi, tra cui Cina, US, Francia e Italia (altri se ne aggiungeranno), ha l’obiettivo di descrivere le sfumature culturali e le differenze nella condizione femminile, nella rappresentazione, nelle ambizioni e per rispondere a due domande: cosa vogliono le donne? E cosa possono fare le aziende per ingaggiarle e rappresentarle in maniera vera e meno stereotipata? 

Le condizioni per cui può esistere un vero empowerment femminile

Il vero empowerment femminile si crea solo quando le tensioni sono risolte ed esiste un allineamento tra diversi fattori, avvisa lo studio. In particolare, sono tre le direttrici per cui una vera eguaglianza possa esistere, al di là degli stereotipi. Sono le risorse sociali, ovvero la possibilità di avere uguale accesso ai giusti asset di potere, quali ad esempio istruzione, indipendenza finanziaria, processo decisionale, lavori, compiti; i sentimenti, cioè la sicurezza in se stesse e la possibilità di ridurre il divario tra ciò che desidera e ciò che effettivamente si fa, senza cadere nella  trappola dell’iper-performance, lo stereotipo ancora presente in Italia che vuole le donne super impegnate a fare “bella figura” in tutti i campi condannandole alla frustrazione; infine, i comportamenti, intesi come la libertà e la capacità di diventare chi si vuole, anche contro le norme sociali, in molti casi sfruttando le tensioni per trovare un percorso di empowerment. 

La pubblicità e la realtà oltre i cliché

Il 78% degli intervistati nella ricerca ritiene che la pubblicità ha il potere di influenzare come le persone si vedono e si percepiscono. La comunicazione è stata parte del problema nella definizione di stereotipi femminili in passato, ma ha l’opportunità di essere parte della soluzione in futuro. In che modo? Rappresentando la vita vera, al di là degli stereotipi. L’83% vorrebbe vedere pubblicità che rappresentino persone più reali, diverse dai soliti cliché e canoni di bellezza. Il 70% vorrebbe vedere pubblicità con famiglie anche diverse dal solito, più attuali. Il 79% vorrebbe vedere pubblicità in cui le donne sono rappresentate in maniera diversa, meno stereotipata. Le modalità di empowerment sono culturalmente situate, ciò che viene considerato emancipatorio in un Paese, potrebbe non esserlo in un altro e, per questo, localizzare la rappresentazione è necessario. Una rappresentazione positiva della donna guida la performance delle creatività e, in ultimo, il business.

In un anno le ricerche online di prodotti per dormire crescono del +26% 

Il 18 marzo in tutto il mondo viene celebrato il World Sleep Day, una giornata dedicata alla promozione della cultura e della consapevolezza sull’importanza del sonno. E non è un caso se al sonno venga dedicata addirittura una giornata a livello globale: secondo quanto riportato da una ricerca condotta da Bva Doxa, quasi un italiano su tre dorme infatti un numero insufficiente di ore, e uno su sette riporta una qualità insoddisfacente del proprio sonno. Per indagare ulteriormente il fenomeno, il portale internazionale di comparazione prezzi idealo ha testato l’interesse degli italiani sul mondo del sonno, verificando che le categorie legate al settore hanno registrato nel corso dell’ultimo anno un balzo del +26% rispetto all’anno precedente

Cuscini, piumini e farmaci contro insonnia e stress +200% in un anno

Tutto questo “è sintomo che si coglie sempre di più l’importanza di un sonno ristoratore, anche per godere di una migliore salute”, commentano gli analisti di idealo.  Di fatto, secondo idealo, le tipologie di prodotto che hanno destato più interesse agli internauti nel 2021 sono stati i cuscini, i piumini e i farmaci contro l’insonnia e lo stress, le cui ricerche online hanno interessato oltre il +200% dell’utenza rispetto ai 12 mesi precedenti. Il portale rileva però dati di un certo impatto anche per gli scaldasonno (+90%), ma soprattutto per i materassi, la cui ricerca cresce del +164%.

Più divani letto e tappi per le orecchie

A calare è invece l’interesse per i materassi a molle, che si posizionano solo all’ottavo posto della classifica dei più cliccati secondo idealo, superati anche dai materassi ad acqua, piazzati al sesto posto.
Al contrario, cresce l’interesse per i divani letto (oltre +200%), perfetti per offrire comfort notturno anche ai propri ospiti, per le poltrone relax (+18%), ideali per i pomeriggi più sonnolenti, e i tappi di protezione dell’udito (+5%), perché un sonno rigenerante dipende anche dal non sentire russare la propria dolce metà, oppure, da eventuali rumori esterni.

Scendono i prezzi dei prodotti per dormire bene 

Insomma, al di là dei prodotti per il sonno e il risposo, riporta Adnkronos, “L’e-commerce si rivela, dunque, degno alleato di chi vuole dormire bene”, commentano gli esperti del portale. Per gli analisti di idealo, inoltre, è interessante notare come nel corso dell’ultimo anno i prezzi online dei prodotti legati al sonno siano nettamente diminuiti per molte categorie. Tanto che in media le reti a doghe hanno registrato decrementi di costi del -42%, i letti del -35%, e i farmaci per insonnia e stress del -13%. E per chi vive alle giuste latitudini, idealo segnala anche un decremento dei costi per i letti da giardino, scesi del -8% in un anno.

In 20 anni il costo della vita aumentato di tre cifre, gli stipendi solo di due

In vent’anni i prezzi sono raddoppiati, gli stipendi invece no: lo rivela Lo rivela una indagine condotta dall’associazione dei consumatori Consumerismo No Profit e dal Centro Ricerca e Studi di “Alma Laboris Business School”, società specializzata in Master e Corsi di Alta Formazione e specializzazione per professionisti, che ha messo a confronto i prezzi di un paniere di 100 elementi tra beni e servizi, analizzando le differenze esistenti tra i listini al dettaglio in vigore ai tempi della lira e quelli odierni.

Alcuni listini addirittura triplicati

Lo studio evidenzia che i prezzi di beni e servizi hanno subito una costante crescita negli ultimi anni, al punto che i listini di alcuni prodotti sono addirittura triplicati rispetto al 2001, quando in Italia era ancora in vigore la lira. E’ il caso, segnala Ansa, del cono gelato che nel 2001 costava 1.500 lire (0,77 euro), mentre oggi viene venduto nelle gelaterie in media a 2,50 euro (+224,7%). Una semplice penna a sfera ha subito un incremento del +207,7%, passando dalle vecchie 500 lire (0,26 euro) a 0,80 euro. Anche mangiare fuori è decisamente più costoso: la classica margherita consumata in pizzeria ha subito un rincaro del +93,5%, il supplì è aumentato quasi del 124%, e il tramezzino al bar addirittura del +198,7% – spiegano Consumerismo e Alma Laboris Business School -. La colazione al bar (cappuccino e cornetto) costa il 93,3% in più, mentre la pausa caffè è più salata del 55,2% (tuttavia negli ultimi giorni i listini dei pubblici esercizi stanno subendo ritocchi a rialzo a causa del caro-bollette).

Rivoluzionate anche la abitudini

Col passaggio alla moneta unica sono cambiate anche le abitudini degli italiani: se nel 2001 la mancia minima al ristorante era pari a 1.000 lire a persona, oggi in media si lasciano 2 euro sul tavolo (+284,6%) – analizzano ancora Consumerismo e Alma Laboris Business School. Brutte notizie anche sul fronte dei trasporti: oltra alla benzina, i cui listini alla pompa sono più che raddoppiati rispetto al 2001, oggi costa di più prendere l’autobus, con il biglietto che ad esempio a Milano è passato da 1.500 lire (0,77 euro) agli attuali 2 euro (+159,7%). Acquistare una automobile? Per una utilitaria bastavano 10.300 euro nel 2001, oggi la spesa (senza incentivi e rottamazione) si aggira attorno ai 16.150 euro per una piccola utilitaria di media categoria. Migliore la situazione per i prodotti per l’igiene e la cura personale: per shampoo, deodoranti, schiuma da barba, pannolini, carta igienica, spazzolini da denti, bagnoschiuma, i rincari sono al di sotto del +50%. Ma – avvertono Consumerismo e Alma Laboris – si spende di più per riempire la dispensa di casa: tra i prodotti alimentari, quelli che hanno subito gli incrementi di prezzo più elevati troviamo i biscotti (+159%), la passata di pomodoro (+148%), il cacao (+143%), il sale (+134%), l’olio d’oliva (+114%), le uova (+103%).

L’abc del 2022, da ‘ammortizzatori’ a ‘contante’ fino a ‘verde’

Nel 2022 gli italiani dovranno familiarizzare con tante novità. E l’abc del nuovo anno inizia con ‘ammortizzatori’, gli strumenti di tutela di chi perde il lavoro che nel 2022 diventano universali, e prosegue con ‘assegno unico’, il nuovo beneficio economico per chi ha figli a carico, poi ‘assorbenti’, per i quali l’Iva si dimezza e scende al 10%, e ‘bollette’, che dopo il rincari del 2021 vedono un nuovo balzo dei prezzi. Il dizionario del 2002 continua con ‘barriere architettoniche’ (il bonus al 75% per abbatterle è una novità di quest’anno), ‘contante’ (dal 1° gennaio il tetto per il suo utilizzo scenderà da duemila a mille euro), e ‘cartelle’: nel 2022 ci saranno sei mesi per pagare le cartelle notificate nel primo trimestre dell’anno. Quanto a ‘delocalizzazioni’, scatta una stretta, e ora servono tre mesi di preavviso e un piano per rendere meno traumatici gli esuberi.

Da ‘espansione’ a ‘giovani’ e da ‘Irap’ a ‘neo mamme’

Le parole chiave del 2022 comprendono anche ‘espansione’, per cui si prevede un’assunzione ogni tre uscite di lavoratori, ‘facciate’ (rimane il bonus per rinnovarle, ma cala dal 90 al 60% della spesa), e ‘giovani’: è stato prorogato lo sconto sulle tasse per l’acquisto di case per gli under 36, ma anche la detrazione al 20% sull’affitto per i giovani under31, e diventa strutturale il bonus cultura per i diciottenni. E se per ‘Irap’ scatta la sua cancellazione per 835mila autonomi, cambiano le aliquote ‘Irpef’, che scendono da cinque a quattro. Ma c’è anche il bonus ‘mobili’, che raddoppia da 5 a 10mila euro, e per le ‘neo mamme’ il 2022 prevede un taglio sperimentale del 50% dei contributi a carico delle lavoratrici madri del settore privato.

‘Plastic tax’, ‘Rdc’, ‘Superbonus’

L’elenco prosegue con ‘papà’(i lavoratori dipendenti che avranno un figlio o lo adotteranno avranno diritto a 10 giorni di congedo obbligatorio e a un giorno di astensione facoltativa), ‘plastic tax’ (rinviata al 2023, con la Sugar Tax), e ‘quota 100 addio’ (i requisiti per lasciare il lavoro salgono a quota 102, ovvero 64 anni di età e 38 di contributi), ‘Rdc’ (cambia, ma poco, mente cambiano i criteri per l’offerta di lavoro o si decade dal beneficio), e ‘Superbonus’ (prorogato per i condomini fino al 2025, ma con un decalage: rimane al 110% fino al 2023, poi al 70% nel 2024 e al 65 nel 2025).

‘Tavolini all’aperto’ , ‘Tv e decoder’, ‘volontariato’ e ‘verde’

Le ultime quattro parole del 2022 sono ‘tavolini all’aperto’ (è stata prorogata fino a fine marzo l’esenzione dalla tassa per l’occupazione del suolo pubblico), ‘volontariato’ (niente Iva fino al 2024 per il terzo settore e il mondo no profit), ‘Tv e decoder’ (è stato rifinanziato il bonus previsto per adeguare gli apparecchi alle nuove tecnologie di trasmissione, e per gli over70 è prevista la consegna a casa del decoder tramite le poste), e ‘verde’. In questo caso, riporta Ansa, si tratta del bonus al 36% per migliorare gli spazi verdi di balconi a giardini.  

Il 2022? Sarà migliore, però…

Inutile negarlo, gli ultimi due anni non sono stati facili, ovviamente a causa della pandemia e di tutte le conseguenze che ha portato. E il 2022 come si prospetta? Secondo i cittadini di 33 Paesi del mondo, sarà decisamente migliore. Lo rivela l’ultimo sondaggio Ipsos, condotto a livello globale, che evidenzia un ottimismo in forte risalita.

Il 77% degli intervistati vede rosa

A livello internazionale, il 77% degli intervistati pensa che il 2022 sarà un anno migliore rispetto a quello precedente. Tuttavia alcune preoccupazioni persistono, come quelle per il cambiamento climatico e l’ambiente oppure per l’aumento dei prezzi di bene e servizi. I cittadini dei 33 Paesi del mondo coinvolti nell’indagine pensano che nell’anno che si apre più dell’80% della popolazione mondiale riceverà almeno una dose di vaccino Covid. I latinoamericani sono molto ottimisti, con cifre che salgono all’81% in Perù, al 76% in Brasile e al 69% in Cile. Gli europei sono più scettici sulla più ampia distribuzione del vaccino, dove le cifre scendono al 51% in Italia, al 42% in Francia, al 38% in Svizzera e al 33% in Germania.

Le preoccupazioni legate al cambiamento climatico

E’ interessante notare che, oltre all’emergenza sanitaria, la popolazione si preoccupa del cambiamento climatico in maniera crescente. A livello internazionale, il 60% degli intervistati ritiene più probabile la manifestazione di eventi meteorologici estremi nel proprio Paese nel 2022 rispetto all’anno appena trascorso. Questa percentuale aumenta nei Paesi Bassi (72%), in Gran Bretagna (69%), in Italia e Australia (entrambi 68%). Al tempo stesso, in media, il 45% degli intervistati si aspettano che le persone ridurranno i viaggi in aereo rispetto al 2019. I cittadini asiatici sono i sono più fiduciosi, con il 68% in Cina, il 67% a Singapore e il 66% in Malesia. In Italia, invece, la percentuale è pari al 46%.

Le prospettive per l’economia

L’aumento dei prezzi getta un po’ d’ombra sull’ottimismo. Il 75% degli intervistati si aspetta che i prezzi di beni e servizi aumentino in misura maggiore e più velocemente rispetto alle proprie entrate. Ciò è ritenuto vero anche dal 76% degli italiani, ma soltanto un terzo dei giapponesi (33%) ritiene probabile tale scenario. In media, a livello internazionale, soltanto il 35% si aspetta di vedere i mercati azionari di tutto il mondo crollare; quota che diminuisce ulteriormente in Italia (29%). In generale, gli intervistati hanno maggiori aspettative per la stabilità del mercato azionario nel 2022 rispetto al 2021, quando il 40% riteneva possibile il crollo dei principali mercati azionari di tutto il mondo.

Gli over 60 italiani sono i più digitali dopo la pandemia

Gli over 60 italiani dopo la pandemia sono diventati più digitali, e rispetto all’inizio dell’emergenza sanitaria utilizzano più agevolmente i dispositivi e le app. I ‘nostri’ ultrasessantenni poi sono in testa a livello mondiale per quanto riguarda la digitalizzazione delle abitudini. E in questa fascia d’età i servizi più popolari sono videochiamate, shopping e streaming di film. Ma come sono cambiate le abitudini digitali degli over 60 nell’ultimo anno e mezzo, e cosa si aspettano gli ultrasessantenni quando la pandemia sarà finita? A queste domande risponde l’indagine internazionale condotta da Readly, il servizio di abbonamento digitale che consente l’accesso illimitato a circa 5000 riviste italiane e internazionali tramite un’unica app, in collaborazione con YouGov.

Quali sono i servizi più utilizzati dagli ultrasessantenni?

Insomma, il 60% degli italiani di oltre 60 anni di età conferma che il proprio stile di vita è diventato più digitale nei mesi di lockdown. Più in particolare, nell’ultimo anno e mezzo i ‘nostri’ ultrasessantenni si sono dedicati maggiormente a videochiamate (34%), allo shopping online (28%), alla visione di film in streaming (21%), e alla lettura di libri, riviste e quotidiani in digitale (19%).

Primi al mondo per digitalizzazione delle abitudini 

In questa fascia d’età, poi, il 63% degli intervistati ritiene che il proprio stile di vita continuerà a essere sempre più digitale anche dopo il Covid. Se paragonate alle risposte degli intervistati in altri Paesi in cui si è svolta l’indagine, gli ultrasessantenni italiani sono di gran lunga coloro che nel corso della pandemia hanno maggiormente ‘digitalizzato’ le proprie abitudini, contro il 48% degli svedesi, il 44% dei britannici, il 40% degli olandesi, il 38% degli australiani, il 39% degli americani, e il 25% dei tedeschi.

Nel post-Covid il 43% si aspetta di poter tornare a viaggiare liberamente

Ma cosa desiderano maggiormente gli Over 60 quando la pandemia sarà finita? Soprattutto uscire e viaggiare. La maggior parte degli italiani con più di 60 anni, il 43%, nel post-Covid si aspetta di poter tornare a viaggiare liberamente. Nelle preferenze seguono le cene con famiglia e amici (20%), la partecipazione a eventi, come concerti e manifestazioni sportive (14%), e poter incontrare parenti più anziani (4%), riporta Ansa.
“La pandemia ha portato con sé curiosità e conoscenza su come il mondo digitale può avvicinarci gli uni agli altri, ottimizzare il nostro benessere e facilitare la quotidianità – ha spiegato Marie Sophie Von BIbra, head of growth di Readly per l’Italia -. È molto bello vedere che anche chi è più avanti con l’età scopre le app di lettura come Readly, sia per l’intrattenimento sia per informarsi”.