Consumi culturali: nel 2025 cresce la spesa  

Gli italiani amano la cultura. Anzi, nel 2025 sono aumentati i consumi dedicati ad attività culturali. E il dato più interessante è che i nostri connazionali si muovono in questa direzione facendo scelte be consapevoli. La fotografia di questa tendenza arriva dall’Osservatorio di Impresa Cultura Italia–Confcommercio, realizzato con SWG e presentato all’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani in occasione del Master in Economia e gestione delle imprese culturali.

Per comprendere il fenomeno, basta guardare i numeri: nel 2025 la spesa media mensile delle famiglie per i consumi culturali ha toccato i 100 euro, in aumento rispetto ai 94,6 euro del 2024 e agli 83,2 euro del 2023. L’andamento, però, non è uniforme in tutto lo Stivale:  al Nord si spendono in media 113 euro al mese, mentre nel Mezzogiorno la cifra si ferma a 74 euro. Insomma, tra Nord e Sud esiste ancora un divario.

Cosa fanno gli italiani nel tempo libero

Le abitudini culturali confermano alcune certezze e mostrano nuove tendenze. Guardare film e programmi televisivi rimane l’attività più diffusa, scelta dal 92% degli italiani. Alle spalle, ecco l’ascolto di musica, all’84%, e la lettura di libri, che coinvolge il 68% della popolazione. Ma cresce anche la voglia di uscire di casa per assistere a spettacoli ed eventi dal vivo: quasi un italiano su due ha visitato musei o siti archeologici (49%) o ha partecipato a spettacoli all’aperto (48%).

Il cinema coinvolge ancora oggi il 45% del pubblico italiano, e cresce l’appeal anche di concerti e festival culturali.

Tra carta, schermi e informazione

La lettura resta un’attività amata e praticata, soprattutto nel formato tradizionale. Nel 2025 il 76% degli italiani ha letto almeno un libro cartaceo, mentre il 52% ha utilizzato anche il digitale. Al contempo, cresce la fruizione dell’informazione online: il 74% dichiara di leggere quotidiani digitali gratuiti sui siti web.

I giornali cartacei mantengono una base solida di lettori, pari al 50%, mentre le app a pagamento raggiungono il 30%.

Dove si investe di più

La tendenza si manifesta con un aumento della spesa destinata alla cultura nel corso del 2025. Ad esempio, il 37% degli italiani paga un abbonamento televisivo, il 35% va al cinema, il 30% visita musei e mostre, il 24% acquista libri e il 21% partecipa a concerti.

Questi dati, tutti salita rispetto a 12 mesi fa, rivelano un ritorno deciso alla cultura vissuta dal vivo, fatta di esperienze e relazioni.

Cultura come valore e benessere

Per il 50% degli italiani la cultura rappresenta soprattutto un’occasione di apprendimento e di arricchimento personale, una percezione in aumento rispetto al 2024. Cresce anche chi la considera un elemento fondamentale per il proprio benessere, mentre diminuisce la quota di chi la vede come un semplice costo.

Emblematico il ruolo dei festival: il 72% degli italiani vi ha partecipato negli ultimi dodici mesi, con una spesa media superiore ai 193 euro, legata soprattutto a viaggi, pernottamenti e ristorazione, e cn effetti economici rilevanti sui territori.

“La cultura non è un lusso, ma un diritto”

“La ripresa della domanda culturale è un segnale importante per il Paese”, osserva Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia–Confcommercio. “Ma l’accesso resta ancora diseguale. In molte aree del Sud e nei piccoli Comuni l’interesse è alto, mentre l’offerta è più distante e i costi di partecipazione più elevati. Servono politiche capaci di sostenere i consumi culturali e ridurre le differenze territoriali. La cultura non è un lusso, ma un diritto e una leva di sviluppo per le comunità”.

Economia e sviluppo: l’effetto-incertezza per i dazi

Il capitolo del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025, dedicato a “I soggetti economici dello sviluppo” evidenzia gli effetti immediati dell’incertezza provocata dai dazi Usa sul commercio italo-americano.

Le variazioni tendenziali dell’export italiano hanno registrato un andamento anomalo e discontinuo, passando dal -9,6% di febbraio 2025 al +41,2% di marzo, per poi alternare cali e rimbalzi fino al picco di luglio (+24,1%) e al crollo di agosto (-21,2%).
Più che la domanda effettiva, a guidare le scelte delle imprese è stato l’effetto-attesa, con spedizioni anticipate per eludere l’impatto delle tariffe. 

Ricchezza delle famiglie e nuovo ciclo di finanziarizzazione

Tra il primo trimestre 2011 e il primo trimestre 2025 la ricchezza delle famiglie italiane è diminuita in termini reali dell’8,5%.
Dividendo gli italiani per decili di ricchezza detenuta, il 50% delle famiglie più povere ha visto diminuire la propria ricchezza del 23,2%, le famiglie distribuite tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione del patrimonio iniziale tra il 35,3% e il 24,3%, mentre il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare la propria ricchezza del 5,9%. 

All’inizio del 2025, il 60% della ricchezza nazionale è posseduto da 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano al 5% di quelle più abbienti (1,3 milioni).
La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie alla base della piramide patrimoniale (13 milioni) è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% del 2025.

Automazione e salari

L’Italia risulta al sesto posto nel mondo per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10.000 nuove installazioni. Pur incomparabile con le 276.000 nuove installazioni cinesi, il dato ha portato l’Italia alla quattordicesima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica.

Tra il 1995 e il 2022 nel settore automotive sono cresciuti in termini reali sia produzione (+61,4%) sia valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro (da 207.000 addetti a 163.000, -21,3%).
Questa combinazione mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati solo del 9,3%.

Sempre meno imprenditori

Dal 2004 al 2024 il numero dei titolari d’impresa in Italia è diminuito da 3.428.000 a 2.844.000 (-585.000 unità, -17,0%).
In particolare, i titolari d’impresa fino a 29 anni oggi sono 153.425 (-46,0% rispetto al 2004), rappresentando così il 5,4% del totale. Nel 2004 pesava per l’8,3%.

Fino al 2016 gli imprenditori con età compresa tra 30-49 anni erano maggioritari (50,6% nel 2008), mentre adesso sono il 40,7%. Nel frattempo, gli imprenditori over50 sono arrivati a rappresentare il 10,0% del totale (8,1% nel 2004).
Non basta più nemmeno il contributo dei titolari stranieri (461.000, 16,2% del totale) a compensare la deriva di invecchiamento della classe imprenditoriale italiana.

ChatGpt: arriva shopping research, la guida all’acquisto personalizzata

È una sorta di guida personalizzata all’acquisto, in arrivo proprio a ridosso del Black Friday e del Natale.
Si tratta di Shopping research, la nuova funzionalità di ricerca sugli acquisti di ChatGpt che “trasforma la scoperta del prodotto in una conversazione – spiegano da OpenAI -, ponendo domande per capire cosa interessa, estraendo dettagli e proponendo opzioni per perfezionare i risultati”. 

Il roll-out è partito su mobile e via web per gli utenti iscritti ai piani Free, Go, Plus e Pro. Durante le festività l’utilizzo sarà praticamente illimitato, così da accompagnare gli utenti durante uno dei periodi di shopping più intensi dell’anno.

Come funziona?

Dopo aver inserito la descrizione di cosa si sta cercando Shopping research setaccia al posto nostro decine di siti. Per semplici domande sugli acquisti la risposta è rapida, mentre per una risposta più documentata Shopping research impiega alcuni minuti. 

Una volta dato l’input la funzione cerca su Internet informazioni aggiornate come prezzo, disponibilità, recensioni, specifiche e immagini, restituendo le opzioni man mano che procede.
L’utente può interagire contrassegnando gli articoli suggeriti con ‘Non interessato’ oppure con ‘mostra altri simili’. La funzione restituisce un riassunto e un confronto degli articoli. E se si desidera effettuare un acquisto è possibile cliccare sul sito del rivenditore.

Il primo passo verso una nuova era dello shopping

L’idea di OpenAI è semplice: invece di aprire decine di schede del browser, leggere recensioni sparse e perdersi tra opinioni discordanti, basta descrivere ciò che si sta cercando e lasciare che sia ChatGPT a fare tutto il lavoro al posto dell’utente.

La nuova funzione infatti trasforma il tempo perso per fare acquisti online in un dialogo efficiente e più immediato.
ChatGPT fa domande mirate per capire gusti, budget, priorità e contesto d’uso, poi avvia ricerche approfondite sul web per proporre una guida d’acquisto personalizzata. Il processo è pensato soprattutto per le categorie più complesse, dai prodotti tech alle soluzioni per la casa, dall’outdoor ai cosmetici, dove orientarsi richiede spesso ore di letture, comparazioni e confronti tecnici.

Una rivoluzione per il mondo e-commerce

ChatGPT presenterà i migliori prodotti disponibili, le differenze reali e non banali tra un modello e l’altro, oltre a pro e contro per prendere decisioni consapevoli.
La funzione è già integrata anche in ChatGPT Pulse (per utenti Pro), dove il modello può proporre proattivamente guide personalizzate basate sulle conversazioni precedenti. In pratica, una sorta di suggeritore intelligente che conosce i gusti dell’utente e anticipa le sue esigenze.

L’obiettivo è sostituire l’esperienza dispersiva dei motori di ricerca tradizionali con una selezione curata, strutturata e leggibile in pochi minuti.
In futuro, riferisce tecnoAndroid.it, sarà possibile acquistare determinati prodotti persino tramite Instant Checkout, semplificando ulteriormente il processo. OpenAI punta infatti a rendere l’esperienza d’acquisto più rilevante, personalizzata e meno dispersiva.

Software, rallenta la crescita ma il settore resta strategico

Nel 2024 il fatturato complessivo generato dalle oltre 25.900 aziende attive nel comparto software in Italia ha raggiunto quota 66,7 miliardi di euro, con una crescita del +8,3% rispetto al 2023. La previsione per il 2025 è del +5,2%, per un fatturato di 70,1 miliardi di euro.

Si tratta di una dinamica meno brillante rispetto al recente passato, ma che conferma la rilevanza strutturale di un settore che rappresenta una componente cruciale dell’economia digitale del Paese. Pur confermando una solida traiettoria di sviluppo, dopo anni di crescita a doppia cifra sostenuti da forti incentivi pubblici e da una digitalizzazione diffusa nel post-pandemia, la filiera del software in Italia mostra un rallentamento.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano.

Performance più contenute per le grandi realtà internazionali

Il rallentamento colpisce alcune grandi realtà del settore, ma le realtà di dimensione più contenuta crescono. Tanto che tale riduzione della crescita è particolarmente visibile nelle 30 aziende più grandi del comparto, che da sole generano il 28% del fatturato totale, ma che hanno registrato una crescita media del +5,5%.

Tra queste, le realtà internazionali con un’offerta ibrida tra hardware e software hanno evidenziato performance più contenute, o addirittura contrazioni del fatturato. Al contrario, si evidenziano segnali di dinamismo tra le aziende italiane più agili, che stanno consolidando la propria offerta attraverso acquisizioni mirate.
Oltre le top 30, il comparto continua infatti a mostrare segnali di vitalità, con tassi di crescita a doppia cifra tra le aziende di dimensioni medio-piccole.

Concorrenza nel comparto dei servizi 

In generale, l’intero comparto dei servizi legati al software (system integrator e società di consulenza) ha rallentato in modo marcato: la crescita è passata dal +19,4% del 2023 al +8,1% del 2024.

A influire è stata la peculiarità del sistema lavorativo italiano, dove l’ingresso delle software house in segmenti di servizio, e il contatto diretto con il cliente tramite l’erogazione di servizi progettuali, sta modificando gli equilibri di mercato, erodendo spazio competitivo ai grandi system integrator o le società di consulenza digitale. Soprattutto nel target di clienti più piccoli.

“Gli investimenti infrastrutturali creano le basi per un ecosistema digitale più robusto”

Risulta poi importante considerare il rallentamento alla luce delle politiche pubbliche degli ultimi anni. Gli incentivi del piano Transizione 4.0 per la componente immateriale del software sono terminati il 1° gennaio 2025 e non sono ancora sufficientemente rimpiazzati dal piano Transizione 5.0.

“In un contesto dettato da una sempre maggiore attenzione verso la sovranità del dato, l’industria del software è un elemento altamente strategico per il Paese -. dichiara Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Oggi, grazie agli investimenti infrastrutturali in corso si stanno creando le basi per un ecosistema digitale più robusto, ma serve un salto di qualità: costruire un’industria del software ‘sopra’ queste infrastrutture, capace di produrre valore, occupazione e innovazione”.

Cybersecurity: quanto è prioritario per i C-level proteggere le PMI? 

Lo evidenzia il nuovo report di Kaspersky: c’è una discrepanza strutturale tra le priorità dei vertici aziendali e la protezione delle Pmi dai cyber attacchi. Secondo il report, dal titolo ‘Real talk on cybersecurity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, in Italia un quarto dei responsabili IT ritiene che i propri colleghi C-level non comprendano pienamente l’importanza della cybersecurity per il business.

Inoltre, il 33% dei decision maker responsabili della cybersecurity dichiara di essere sommerso dagli avvisi e il 10% sostiene di dedicare più tempo alla risoluzione dei problemi legati ai software di sicurezza che alla difesa dalle minacce reali. E se per il 12% le soluzioni di sicurezza rallentano i flussi di lavoro o la produzione, per il 30% monitorare le potenziali minacce rappresenta un lavoro a tempo pieno.

Competenze e leadership carenti aumentano l’esposizione alle minacce

Questi ostacoli operativi si traducono in rischi concreti per il business. A complicare la situazione, alcuni decision maker nel campo della cybersecurity segnalano che le stesse soluzioni di sicurezza possono persino rallentare i processi operativi. Ma il problema è reale, poiché le minacce mettono in evidenza le sfide ancora da affrontare.

In alcuni contesti Pmi europei, backdoor (24%), trojan (17%) e ‘not-a-virus:Downloader’ (16%) risultano tra le minacce più diffuse, ma le carenze in termini di competenze e leadership ne aumentano l’esposizione.

Solo il 42% delle organizzazioni dispone di un team per la sicurezza informatica

In Italia, la maggior parte delle Pmi si affida a team IT generici (22%) o a specialisti di sicurezza informatica integrati all’interno di tali team (25%). 
Solo il 42% delle aziende italiane dispone di un team dedicato esclusivamente alla sicurezza informatica, mentre il 12% si affida unicamente a partner esterni per la progettazione e la gestione della cybersecurity.

Paradossalmente, il livello di soddisfazione interna risulta molto elevato. Il 93% dichiara di essere soddisfatto degli esperti di sicurezza informatica interni, il 77% dei reparti IT in generale e l’80% dei team interni dedicati alla sicurezza.
Questo suggerisce un divario significativo tra la percezione delle prestazioni e l’effettiva esposizione ai rischi.

“Non mancano gli strumenti ma la coerenza”

“Quello che emerge non è una carenza di strumenti, ma una mancanza di coerenza – commenta Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. I segnali arrivano più velocemente delle decisioni, quindi i processi di controllo e i flussi di lavoro si scontrano tra loro, e non è più chiaro a chi spetti la responsabilità proprio nel momento in cui sarebbero necessari passaggi chiari dal rilevamento all’azione. La conseguenza è un’esposizione silenziosa: il triage rallenta, il contesto si perde e i problemi che sembrano tattici si accumulano fino a diventare rischi strategici”.

Lavoro, 1 milione di posti in più. Ma cresce la cassa integrazione 

Nel mese di agosto 2025 gli occupati totali in Italia hanno raggiunto quota 24,1 milioni. Il record è stato comunque registrato a luglio, quando la platea ha raggiunto la soglia di 24,2 milioni di unità.
Durante questi primi tre anni di governo Meloni il numero complessivo degli occupati è cresciuto di un milione di unità. Ma a queste note positive si contrappone l’andamento della cassa integrazione.

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, a confronto con lo stesso periodo del 2024, nel primo semestre di quest’anno il numero delle ore autorizzate è salito di quasi il 22%, per un ammontare di 305,5 milioni di ore (+54,7 milioni).

Impennata della Cig straordinaria al 46,4%

Analizzando le singole tipologie di intervento, la Cig in deroga (Cigd4), sebbene sia costituita da un monte ore molto contenuto, è crollata del 70%, la Cig ordinaria (Cigo5) è cresciuta ‘solo’ del 7,3%, mentre la Cig straordinaria (Cigs6) ha subito una impennata del 46,4%. Un incremento molto allarmante che segnala inequivocabilmente le difficoltà vissute in questo periodo da alcuni settori, in particolare, della manifattura. 

In questi ultimi tre anni i risultati ottenuti in materia occupazionale sono stati positivi, anche se il merito è riconducibile più agli imprenditori che alla politica. Tuttavia, la crescita dell’occupazione è stata sotto l’1%, e a questa crescita non è corrisposto un incremento altrettanto importante della produttività, almeno nel settore dei servizi e del terziario.

Più lavoratori, ma retribuzioni al palo

Pertanto, gli stipendi degli italiani, che mediamente sono al di sotto della media europea, faticano a crescere adeguatamente. Inoltre, il tasso di occupazione femminile rimane tra i più bassi in UE, mentre i NEET presentano ancora dimensioni preoccupanti.
Ora, con una produzione industriale che stenta a riprendersi e il deciso aumento del ricorso alla cassa integrazione, il quadro generale presenta più ombre che luci.

Se non vogliamo scivolare verso una crisi strisciante che, a seguito delle tensioni geopolitiche e della transizione digitale ed ecologica, ha già coinvolto la Germania e la Francia, dobbiamo spendere bene e presto i soldi del Pnrr.

Cigs al top per auto, metallurgia e macchinari

Con la messa a terra entro il mese di giugno 2026 degli oltre 100 miliardi di euro del Pnrr ancora a disposizione, si può dare un contributo importante all’ammodernamento del Paese, evitando al contempo una nuova crisi. 
In ogni caso, tra i settori che compongono il manifatturiero, le ore di Cigs più richieste hanno riguardato il comparto dell’auto, dove nel primo semestre di quest’anno il monte ore ha toccato 22milioni (+85,8% rispetto al I semestre 2024).

Seguono le imprese metallurgiche (lavorazione ferro, alluminio, rame…) che hanno chiesto poco più di 20 milioni di ore (+56,7%), la fabbricazione macchine e apparecchi meccanici (quasi 11,3 milioni di ore, +12,5%) e le calzature (11,1 milioni, +144,3%).
La Cigs riconducibile a questi quattro settori incide per oltre il 55% del totale autorizzato a tutto il comparto manifatturiero nazionale.

Platform Thinking e Intelligenza Artificiale: così le imprese imparano davvero a innovare

La Generative AI è ormai una compagna quotidiana per la gran parte dei professionisti italiani. Secondo la nuova ricerca dell’Osservatorio Platform Thinking Hub del Politecnico di Milano, il 91% la utilizza almeno una volta alla settimana e oltre la metà più volte al giorno. Tuttavia, il suo impatto reale resta modesto: nella maggior parte dei casi, l’intelligenza artificiale generativa viene impiegata per compiti di routine come cercare informazioni (86%), riassumere testi o scrivere email (63%).

È il cosiddetto “GenAI Paradox”: una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria che, però, viene ancora usata in modo superficiale. Un problema che, secondo gli esperti del Politecnico, si può superare adottando il Platform Thinking, un approccio che aiuta le organizzazioni a integrare l’AI nei processi di collaborazione e innovazione.

Dall’assistente personale al pensiero condiviso

La ricerca, che ha coinvolto 419 professionisti di 162 imprese, evidenzia due principali modi di usare la GenAI. Il primo è quello del “co-pilot”, in cui l’AI agisce come assistente operativo, aiutando a risparmiare tempo. Il secondo, più evoluto, è il “co-thinking”, dove l’intelligenza artificiale diventa partner di riflessione, capace di stimolare nuove idee e decisioni migliori.
Al momento, in Italia prevale il primo modello, ma è il secondo a dimostrarsi più efficace per generare valore.

“L’AI non fallisce perché non funziona – spiega Daniel Trabucchi, direttore dell’Osservatorio – ma perché la usiamo nel modo sbagliato. Se la trattiamo come semplice strumento individuale, resta ai margini. Se la integriamo in logiche di piattaforma, diventa un vero motore di innovazione.”

L’importanza del lavoro di squadra

Nonostante il 69% dei professionisti riconosca che la GenAI funziona meglio in team, la maggioranza la utilizza ancora da sola. Solo poche aziende hanno definito strategie strutturate o progetti pilota, e appena il 18% consente ai dipendenti di sperimentare liberamente.

“Le nostre sperimentazioni – aggiunge Tommaso Buganza, co-direttore dell’Osservatorio – mostrano che la GenAI è più efficace su progetti reali e complessi, soprattutto quando i team lavorano insieme, anche attraverso knowledge base e agenti personalizzati.”

Dalla teoria alla pratica: nasce il Platform Thinking GPT

Durante i workshop del 2025, le imprese partner del Politecnico hanno testato il Platform Thinking GPT, uno strumento che aiuta i team a risolvere problemi complessi e favorisce la condivisione della conoscenza all’interno delle organizzazioni.

I risultati confermano che l’efficacia della GenAI cresce con l’esperienza e con la collaborazione, segnando un passo importante verso un modello di innovazione più aperto e condiviso.

Spreco alimentare: una “tassa” che ogni anno costa quasi 400 euro a testa

Ogni anno in Italia una persona butta via in media 100 chili di cibo, per un valore che sfiora i 400 euro. In pratica, quasi due mesi di spesa finiscono nella pattumiera. A dirlo è Too Good To Go, che in occasione della Giornata internazionale della Consapevolezza sugli Sprechi e le Perdite Alimentari, celebrata il 29 settembre, ha diffuso dati che fanno riflettere.
Sprecare cibo significa infatti sprecare soldi e risorse naturali, senza nessun vantaggio.

Ognuno di noi getta via l’equivalente di 58 giorni di spesa 

Secondo le analisi basate su dati Eurostat, il 72% dello spreco avviene proprio in casa. Questo significa che ognuno di noi getta via l’equivalente di 58 giorni di spesa all’anno.

“È come pagare una tassa nascosta da quasi 400 euro senza ottenere nulla in cambio”, commenta Mirco Cerisola, Country Director Italia di Too Good To Go. “Ridurre gli sprechi vuol dire fare bene al pianeta e allo stesso tempo alleggerire i bilanci familiari”.

Un danno per l’ambiente, oltre che per il portafoglio

Ogni alimento buttato comporta uno spreco di acqua, energia e suolo utilizzati per produrlo, oltre a generare emissioni di CO₂ inutili. In un momento storico segnato dal caro vita e dalla crisi climatica, lo spreco alimentare diventa così una perdita doppia: economica e ambientale.

L’app antispreco e i risultati raggiunti

La buona notizia è che esistono soluzioni concrete. Ad esempio Too Good To Go, con la sua app, in poco più di sei anni ha permesso di salvare in Italia oltre 30 milioni di pasti. Il risultato è frutto della collaborazione tra più di 26.000 partner della filiera alimentare e una community di 11 milioni di utenti.

Le iniziative più note sono le Surprise Bag e le Box Dispensa: pacchetti a prezzo ridotto che permettono di recuperare cibo invenduto, ma ancora buono. Un’abitudine che fa bene al pianeta e, se praticata con costanza, consente di risparmiare fino a 880 euro all’anno.

Una campagna per unire le forze

“Contrastare lo spreco è possibile, ma serve l’impegno di tutti”, sottolinea Cerisola. E proprio per sensibilizzare sull’argomento, a settembre è partita la campagna “Contro lo spreco alimentare buttiamo le rivalità”, che invita a superare le differenze e a unirsi in un obiettivo comune.

Il messaggio è chiaro: con semplici gesti quotidiani, ognuno può contribuire a ridurre gli sprechi. Trasformare ciò che finirebbe nel cestino in valore per le persone e per l’ambiente è possibile, e i numeri lo dimostrano.

Lavoro e parità di genere: l’Italia è ancora indietro

Uomini, donne, posti di lavoro: come siamo messi fin Italia? Non tanto bene, come riportano dati recenti. Nel nostro Paese, infatti, la percezione della parità di genere sul lavoro rimane lontana dall’essere un obiettivo raggiunto.

Lo rivela la nuova Worldviews Survey di WIN (Worldwide Independent Network of Market Research), realizzata con il contributo di BVA Doxa. L’indagine, che ha raccolto le opinioni di oltre 35mila persone in 40 Paesi, mostra come il nostro Paese si distingua in negativo rispetto alla media mondiale.

“Forti squilibri” per il 58% degli italiani 

Solo il 38% degli italiani intervistati ritiene che uomini e donne godano oggi delle stesse opportunità professionali, mentre il 58% percepisce ancora forti squilibri. Il divario di genere pesa molto: quasi un uomo su due (46%) pensa che la parità sia già stata raggiunta, contro appena il 31% delle donne, che raccontano esperienze più frequenti di discriminazione.

Non mancano differenze legate all’età. I più giovani e gli over 65 risultano i più scettici, mentre la fascia centrale tra i 35 e i 54 anni mostra una visione leggermente più positiva. Anche il territorio incide: le percentuali più basse si registrano al Nord-Est e al Centro (31-32%), quelle più alte al Nord-Ovest e al Sud con le Isole (42-43%).

Politica, famiglia e altre sfere della vita

Un quadro simile emerge anche in politica: solo il 38% degli italiani considera raggiunta la parità di genere nelle istituzioni, con un netto divario tra uomini (46%) e donne (30%).

Più rassicurante invece lo scenario familiare: il 59% degli intervistati crede che in casa ci sia un buon equilibrio tra ruoli maschili e femminili, con differenze meno marcate tra i due sessi.

Il confronto con il mondo

Se guardiamo oltre i confini nazionali, il quadro appare più incoraggiante. A livello globale, il 59% degli intervistati ritiene che la parità sul lavoro sia stata raggiunta almeno in parte. Un progresso evidente rispetto al 2019, quando la quota si fermava al 34%.

Anche qui, però, il divario di genere resta forte: il 64% degli uomini dichiara che l’uguaglianza è una realtà, contro il 35% delle donne. L’area più ottimista è quella dell’Asia-Pacifico, con il 66% di risposte positive, seguita da Americhe (58%) e Medio Oriente e Nord Africa (57%). L’Europa resta più cauta, con una media del 55%.

Un traguardo ancora lontano

La ricerca mostra come la percezione della parità di genere cambi non solo tra uomini e donne, ma anche tra generazioni e aree geografiche. In Italia, in particolare, la strada da fare appare ancora lunga: se in famiglia prevale l’equilibrio, sul lavoro e in politica resta evidente un divario che frena i progressi.

AI al lavoro: tra entusiasmo e timore la bussola resta il fattore umano

Sebbene una ricerca di LinkedIn indichi un crescente ottimismo, con più della metà dei lavoratori (54%) convinta che l’Intelligenza artificiale migliorerà la gestione delle attività quotidiane, permane la ‘paura di essere tagliati fuori’ (34%).

Lo studio delinea quindi uno scenario in chiaroscuro. Quasi la metà dei lavoratori (47%) percepisce di non sfruttare appieno il potenziale dell’AI, un dato che si fa più evidente tra le fasce più giovani. Ciò riflette un’incertezza diffusa sul modo in cui l’AI potrebbe ridefinire i ruoli professionali nel prossimo futuro. Il 35% degli intervistati si dichiara impreparato a gestire tale transizione, riaffermando al contempo il valore delle connessioni umane. 

Non è più un concetto futuristico

“Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione e oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento – spiega Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia -. L’AI non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare. Eppure, solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare e molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua supporta i dipendenti nella trasformazione digitale e offre strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati”.

Spetta quindi ai leader fare la differenza, fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.

Il paradosso dei nativi digitali

I giovani tra 18 e 28 anni si mostrano i più ottimisti, con il 61% che vede un impatto positivo dell’AI sul lavoro quotidiano. Tuttavia, il 40% di loro ammette di non sapere quali competenze siano necessarie per rimanere competitivi.
Se l’apprendimento di queste nuove abilità viene percepito come un secondo lavoro dal 44% dei professionisti tra i giovanissimi (18-24 anni) il dato sale al 58%, evidenziando la necessità di una guida più chiara.

Nonostante l’accelerazione tecnologica per il 74% degli intervistati nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e il giudizio delle persone. Questo sentimento si riflette nel 57% dei lavoratori, che si sente più sicuro nel prendere decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale. 

Il supporto dei processi decisionali solleva preoccupazioni

Mentre l’AI è vista come uno strumento utile per la redazione di contenuti non è ancora percepita come un supporto affidabile per le scelte strategiche. Per il 40% degli intervistati il supporto dell’AI nei processi decisionali solleva preoccupazioni etiche, con un picco del 44% tra gli under25

Insomma, riferisce Adnkronos, l’introduzione accelerata dell’AI sta generando una forte pressione con la sensazione di non riuscire a staccare dal lavoro, soprattutto tra i giovani. In questo scenario, è cruciale il ruolo della leadership: il 53% dei professionisti si affida ai propri dirigenti per navigare il cambiamento.
La sfida per le aziende, dunque, non è solo fornire gli strumenti tecnici, ma creare una cultura basata sul dialogo e la trasparenza.