Cosa deve contenere il DVR per essere a norma?

Il Documento di Valutazione dei Rischi, meglio conosciuto come DVR, è un obbligo di legge per tutte le aziende con almeno un dipendente.

La sua funzione è quella di analizzare e gestire i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori e per essere considerato valido e a norma, esso deve contenere una serie di elementi ben precisi.

Non si tratta di un semplice modulo da compilare, ma un documento che descrive in modo dettagliato il sistema di gestione della sicurezza aziendale.

La mancanza di anche uno solo di questi elementi può renderlo inefficace e non conforme alla normativa vigente. L’aggiornamento DVR continuo permette alle aziende di adattarsi ai cambiamenti del contesto lavorativo.

La descrizione dell’azienda e del suo contesto

La prima parte del DVR è dedicata alla descrizione generale dell’azienda. Si includono i dati anagrafici, come la ragione sociale, la sede legale e operativa, e il settore di attività. Si deve anche descrivere il tipo di lavorazioni svolte e l’organizzazione interna. Una descrizione precisa è necessaria. Vengono riportate anche le informazioni relative ai macchinari e alle attrezzature utilizzate. Questa sezione fornisce il contesto generale in cui si muove l’analisi dei rischi, rendendo il documento comprensibile a chiunque lo legga.

L’identificazione dei pericoli e dei rischi

Questa sezione è il cuore del DVR. Si identificano tutti i potenziali pericoli presenti nei luoghi di lavoro e si valutano i rischi a essi associati. I pericoli possono essere di varia natura: biologici, chimici, fisici o legati all’organizzazione del lavoro.

Ad esempio, per un’attività di falegnameria, un pericolo potrebbe essere rappresentato dalle seghe circolari. Si valuta il rischio di taglio o infortunio per l’operatore. L’analisi è estesa a tutte le mansioni e a tutti i reparti aziendali, senza eccezioni.

La valutazione quantitativa e qualitativa

Una volta identificati i pericoli, si procede con la valutazione dei rischi. Per ogni rischio individuato, si stima la probabilità che un evento dannoso si verifichi e la gravità delle conseguenze. La valutazione può essere qualitativa, usando scale descrittive come “basso, medio, alto”, oppure quantitativa, con l’impiego di valori numerici.

Questa fase serve a stabilire le priorità di intervento, concentrandosi sui rischi maggiori. Si ottiene un quadro chiaro e ragionato delle situazioni che richiedono un’azione immediata.

Le misure di prevenzione e protezione da adottare

Il DVR deve indicare in modo esplicito le misure di prevenzione e protezione che l’azienda intende adottare per eliminare o ridurre i rischi. Queste misure possono essere di tipo tecnico, organizzativo o procedurale.

Ad esempio, l’installazione di barriere protettive su un macchinario, l’uso di specifici dispositivi di protezione individuale, o la formazione del personale. Le misure devono essere concrete, applicabili e adatte al contesto lavorativo specifico. Si deve inoltre specificare chi è responsabile della loro corretta implementazione.

Il programma di miglioramento continuo

La sicurezza sul lavoro è un processo in continua evoluzione. Un DVR a norma deve includere un programma di miglioramento continuo. Si definiscono gli obiettivi da raggiungere e le scadenze entro le quali attuare le azioni correttive.

Ad esempio, si può fissare l’obiettivo di ridurre le esposizioni a un agente chimico entro un certo periodo. Questo approccio garantisce che l’azienda non si limiti a un intervento isolato, ma lavori costantemente per elevare gli standard di sicurezza.

Le figure responsabili della sicurezza aziendale

Il DVR deve indicare chiaramente i ruoli e le responsabilità in materia di sicurezza. Si deve specificare chi è il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), il Medico Competente e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).

Assegnare i compiti in modo esplicito evita confusioni e assicura che le misure di sicurezza vengano applicate e monitorate. Una corretta gestione delle responsabilità è un elemento imprescindibile per un sistema di prevenzione efficace.

In sintesi, un approccio proattivo alla sicurezza, che si riflette in documenti come il DVR e il Manuale HACCP, è la migliore garanzia per proteggere i tuoi lavoratori, la tua attività e la tua reputazione.

Prestiti personali, occhio alle frodi: 900.000 gli italiani caduti in trappola nel 2024

Lo scorso anno circa 894.000 italiani sono stati vittime di truffe o tentativi di frode mentre cercavano un prestito personale. Secondo l’indagine condotta per Facile.it dall’istituto mUp Research, il danno medio stimato è di 740 euro.

Però, se si considera che il 15,4% delle persone truffate ha perso più di 900 euro, il danno complessivo supera i 630 milioni di euro.

I canali più utilizzati dai truffatori

Lo studio evidenzia che i metodi più diffusi dai truffatori sono stati i falsi call center (49%), le email ingannevoli (36%) e i siti web fasulli (28%). Non mancano tentativi tramite messaggi istantanei come SMS o WhatsApp (13%) e, sorprendentemente, anche il porta a porta tradizionale (10%).

Nonostante i danni subiti, più della metà delle vittime (56,4%) non ha denunciato la frode. I motivi principali? La sensazione di ingenuità per essere caduti nella trappola (35,3%) e il desiderio di non rendere nota la vicenda a familiari o amici (29,4%).

Come mettersi al riparo dalle frodi  

Per evitare di cadere nelle trappole di malintenzionati sempre più abili, gli esperti consigliano di seguire alcuni semplici regole. Come prima cosa, è essenziale controllare chi si ha davanti. Prima di richiedere un prestito online, è fondamentale verificare l’affidabilità del soggetto con cui si interagisce. È consigliabile rivolgersi a enti regolamentati dalla Banca d’Italia e consultare l’elenco dell’OAM (Organismo Agenti e Mediatori), dove sono registrati tutti i mediatori creditizi autorizzati.

In seconda battuta, mai fare pagamenti anticipati. Una richiesta di commissioni o spese anticipate prima dell’erogazione del prestito è un chiaro segnale di rischio. È preferibile interrompere la trattativa e rivolgersi ad altri operatori.
Attenzione inoltre ai documenti richiesti: non basta fornire carta d’identità, codice fiscale o IBAN. Le società serie chiedono anche buste paga o dichiarazioni fiscali (CUD o 730). Richieste superficiali possono essere tentativi di furto d’identità.

Altri controlli da effettuare

Come ogni altra operazione in rete, è necessario verificare il sito web. Un portale affidabile deve essere aggiornato, sicuro (https://), avere sede in Italia, Partita IVA e PEC. Questi elementi aiutano a distinguere i siti legittimi da quelli truffaldini.

Infine, prima di firmare, bisognerebbe controllare il Modulo Secci, obbligatorio per ogni prestito. Riassume tutte le condizioni economiche, consentendo di valutare l’offerta in modo chiaro e sicuro.

Mutui casa: boom di richieste nel 2025, +20% nel primo semestre

Il mercato dei mutui immobiliari in Italia segna un deciso rimbalzo nella prima metà del 2025. Secondo i dati elaborati da CRIF attraverso il sistema di informazioni creditizie EURISC, le domande di finanziamento per l’acquisto o la surroga di un’abitazione sono cresciute del 20% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Una tendenza spinta soprattutto dalla corsa alla surroga, aumentata del 63,2% nel primo trimestre, grazie alla riduzione dei tassi di interesse e alla crescente convenienza dei mutui a tasso fisso.

Importi più alti, ma rate più leggere 

L’importo medio richiesto si attesta poco sopra i 152.000 euro, segnando un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Il solo mese di giugno conferma il trend positivo con un +4,6%.
Oltre il 60% delle richieste riguarda finanziamenti tra 100.000 e 300.000 euro, segno che la fascia centrale del mercato è ancora quella più attiva. Solo il 5,3% delle domande supera i 300.000 euro, mentre circa un terzo rientra sotto la soglia dei 100.000.

Piani di rimborso sempre più lunghi

Sempre secondo i dati CRIF, la maggior parte dei richiedenti sceglie soluzioni a lungo termine: oltre il 90% dei mutui richiesti prevede un piano di rimborso superiore ai 15 anni. In particolare, il 41,6% opta per una durata tra 25 e 30 anni.
Solo lo 0,3% dei mutui prevede un rimborso in meno di cinque anni, confermando la tendenza delle famiglie a distribuire il debito nel tempo per alleggerire le rate mensili.

I giovani adulti fanno muovere il mercato immobiliare 

A livello demografico, le fasce d’età più attive nella richiesta di mutui si concentrano tra i 25 e i 44 anni, che insieme coprono il 62,9% del totale. La fascia 45–54 anni pesa per il 22%, mentre solo il 9,7% delle richieste proviene da persone oltre i 55 anni.

Prospettive positive, ma con un pizzico di prudenza 

“Il 2025 mostra segnali di ripartenza per il credito alle famiglie – ha commentato Simone Capecchi, Executive Director di CRIF – anche in un contesto economico globale incerto. L’adozione diffusa di mutui a tasso fisso, livelli di indebitamento sotto controllo e riserve di liquidità sufficienti rappresentano un valido argine a possibili criticità. Ci aspettiamo che la qualità del credito rimanga stabile e che i tassi di insolvenza restino contenuti”.

Email marketing: tra dati, settori e buone pratiche è uno strumento che funziona ancora

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.
Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. Automotive, finanza e retail si confermano tra i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

I settori che performano meglio

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Contenuti rilevanti e basso tasso di abbandono

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.
Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.

Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Un canale accessibile, anche per le PMI

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento. Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.

Dazi USA: la loro introduzione costerebbe all’export italiano fino a 3,3 miliardi di euro

L’incertezza sulle aliquote e le modalità di applicazione dei dazi ‘minacciati’ dal presidente USA Donald Trump preoccupa le industrie italiane. Non solo sul piano economico, ma anche perché la loro introduzione non consentirebbe un’adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer americani.

Conti alla mano, l’introduzione dei dazi statunitensi potrebbe costare all’export italiano di prodotti alimentari e non food tra i 500 milioni e i 3,3 miliardi di euro.
È quanto emerge da uno studio promosso da Centromarca, realizzato con il supporto scientifico di Nomisma, che in questi giorni sarà condiviso con il Governo e i rappresentanti del mondo politico.

A penalizzare ulteriormente le esportazioni contribuirebbe il cambio sfavorevole tra euro e dollaro

In relazione all’aliquota che effettivamente potrebbe scattare il prossimo 9 luglio, i valori da considerare sono diversi.
Se l’aliquota fosse pari al 10% le esportazioni in valore calerebbero di 489 milioni di euro, se salisse al 20%, scenderebbero di1,067 miliardi, del 30% si arriverebbe a  -1,734 miliardi, del 40% a -2,489 miliardi e del 50% a -3,334 miliardi di euro.

A penalizzare ulteriormente le esportazioni contribuirebbe inoltre il cambio sfavorevole euro / dollaro, Nei primi mesi del 2025 la valuta europea si è apprezzata significativamente rispetto a quella americana (+11% tra gennaio e giugno) raggiungendo i livelli più elevati dal 2022.

Considerando la rilevanza del mercato d’oltreoceano è una criticità da non sottovalutare

“L’incertezza sull’applicazione dei dazi preoccupa molto le nostre industrie, sia sul piano economico sia perché non consente un’adeguata pianificazione strategica e nella contrattazione con i buyer statunitensi – sottolinea Vittorio Cino, direttore generale di Centromarca -. È una criticità da non sottovalutare se si considera la rilevanza del mercato d’oltreoceano per i beni alimentari e non alimentari prodotti in Italia”.

In dieci anni le importazioni statunitensi di beni grocery sono cresciute del +161%

“Nel 2024 le importazioni Usa di beni grocery italiani hanno prodotto un giro d’affari di 9,9 miliardi di euro, con una crescita del +161% rispetto al 2014 e un’incidenza dell’11% sull’export complessivo del settore – prosegue Vittorio Cino -. È degno di nota il fatto che nei primi quattro mesi di quest’anno l’incremento a valore è stato del 14% rispetto allo stesso periodo del 2024. Sulla base di queste considerazioni Centromarca sta supportando le aziende con analisi ad hoc e si interfaccia costantemente con i suoi corrispondenti a Bruxelles e con i ministeri competenti”.

Ristoranti, bar e delivery: gli italiani scelgono i pagamenti digitali

Pagare con carta o smartphone mentre si è al ristorante, al bar o si ordina da casa sta diventando la normalità per la maggioranza degli italiani. Secondo una recente indagine condotta da OnePoll per Adyen, il 67% dei consumatori preferisce le soluzioni digitali al contante per gli acquisti legati al mondo del cibo e delle bevande.

A trainare questa preferenza è soprattutto la comodità, ma anche la velocità, che resta un aspetto fondamentale nell’esperienza del cliente.

Il tempo di attesa incide sulla scelta del metodo di pagamento

Quando si tratta di saldare il conto, la velocità del processo è uno degli aspetti più apprezzati: il 77% degli intervistati desidera che il pagamento avvenga in pochi istanti. Non sorprende quindi che rapidità (26%) e semplicità d’uso (29%) siano tra i principali criteri nella scelta di come pagare, sia che si tratti di carta, app o QR code.

QR code e app piacciono solo se riducono l’attesa

Sempre più italiani guardano con interesse alle modalità di pagamento smart, come app e codici QR. Tuttavia, ben il 40% li utilizzerebbe solo se il servizio fosse veloce.
Pagare direttamente al tavolo tramite smartphone attrae una fetta sempre maggiore di utenti, ma il 48% continua a preferire il pagamento tradizionale alla cassa, mentre il 42% apprezza la comodità del pagamento al tavolo.

I giovani più aperti a kiosk e pagamenti via app

I giovani tra i 18 e i 34 anni mostrano un entusiasmo maggiore verso le modalità più innovative: tra i 25-34enni, il 24% preferisce il pagamento tramite app, mentre i totem self-service (kiosk) sono scelti dal 14% dei 18-24enni, a fronte di una media nazionale del 6%.

Al contatto umano non si rinuncia 

Anche se il cambiamento in atto è forte e chiaro, il 61% degli italiani preferisce ancora pagare di persona, parlando con un addetto alla cassa. Il dato è particolarmente alto tra gli over 45, ma anche tra i più giovani il rapporto umano mantiene il suo valore: tra i 18-24enni, oltre la metà (51%) continua a scegliere questa opzione, a dimostrazione che tecnologia e relazione possono convivere.

Cashback, punti e sconti incentivano l’uso del digitale

L’indagine ha evidenziato che gli incentivi legati ai pagamenti digitali – come sconti, programmi fedeltà e cashback – aumentano la propensione all’uso. Il 39% degli intervistati si lascia guidare dagli sconti, con un picco del 52% tra i 25-34 anni. Il cashback conquista soprattutto i 35-44enni (36%), mentre tra i più giovani spicca la raccolta punti (37%).

Anche le mance si stanno digitalizzando: se il contante è ancora prevalente (52%), il 37% dei 25-34enni già opta per una mancia via POS o app.

Alimentari e ristorazione di prossimità: italiani alla riscoperta dei piccoli negozi

Lo shopping di prossimità è un’abitudine sempre più diffusa. Il 79% degli italiani effettua acquisti nei negozi di prossimità almeno una volta alla settimana, e uno su cinque lo fa tre o più volte a settimana.
Nell’epoca della globalizzazione e del commercio digitale, i piccoli negozi e i ristoranti locali stanno vivendo una rinascita.

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per American Express, il 94% degli italiani ritiene che le piccole attività commerciali e di ristorazione siano fondamentali per preservare l’identità e la cultura del proprio quartiere.
Un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e una rinnovata attenzione verso il tessuto economico locale.

Si compra all’interno del quartiere anche in viaggio

La tendenza di tornare a fare shopping negli esercizi commerciali del proprio quartiere è ancora più marcata nelle grandi città, dove la percentuale degli italiani sale al 29%.
E non si tratta di una moda passeggera. Il 45% degli italiani negli ultimi due anni ha infatti aumentato i propri acquisti nei piccoli esercizi, con punte del 54% nella fascia di età tra 18 e 34 anni.

Del resto anche in viaggio l’attenzione al commercio locale non cala. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di voler sostenere i piccoli negozi anche quando si trova in un’altra città.
I canali di scoperta? Vicinanza fisica (70%), passaparola (65%), social media (26%).

Viva i ristoranti informali dove regnano convivialità, tradizione e autenticità

Quanto al comportamento degli italiani rispetto alla ristorazione informale, come le trattorie e le osterie, il 63% dei consumatori pranza o cena in un ristorante informale almeno una volta al mese, soprattutto durante il weekend. In particolare, il 41% sceglie il sabato sera, mentre il 21% opta per il pranzo della domenica.

Tra i criteri più importanti nella scelta di questi locali ci sono il consiglio di amici e familiari (55%), ma anche la presenza di opzioni di pagamento digitale (74%) e le promozioni legate alla propria carta di pagamento (78%).

Cucina romana, una tradizione che conquista

“La ristorazione informale è un punto di riferimento per la comunità e promuove il patrimonio enogastronomico italiano – dichiara Luca Staglianò, vicepresidente di American Express Italia -. In American Express ci impegniamo a sostenere il turismo e le economie locali attraverso iniziative mirate che valorizzano le piccole attività di quartiere, dalle trattorie alle osterie che animano i centri urbani fino a quelle realtà che portano lo spirito del Made in Italy nel mondo Siamo da anni al fianco dei piccoli esercenti locali in tutta Italia, che rappresentano non solo la spina dorsale dell’economia, ma sono anche custodi della cultura e della tradizione del territori”.

E tra le cucine regionali più amate quella romana continua a primeggiare. Chi sceglie di mangiare in una trattoria romana lo fa soprattutto per due motivi, l’autenticità dei piatti (52%) e la qualità degli ingredienti (49%).

Italiani e sentiment per il Paese: divisi tra orgoglio e voglia di cambiare vita

Secondo il Rapporto Italia 2025 di Eurispes, una larga maggioranza degli italiani — il 72% — considera un privilegio vivere nel proprio Paese. Un dato in crescita rispetto al 62,9% registrato dieci anni fa.
Il sentimento di appartenenza è soprattutto legato a elementi culturali, paesaggistici e sociali che ancora oggi definiscono l’identità italiana.

Bellezza, tradizione e clima: i punti fermi del Bel Paese 

Gli italiani indicano come motivo principale di orgoglio la bellezza del paesaggio naturale, citata dal 21,6% degli intervistati. Seguono la ricchezza storica e artistica, un patrimonio che ancora incanta il mondo e che il 19,6% dei cittadini considera un punto di forza irrinunciabile.

La tradizione gastronomica italiana, riconosciuta a livello globale, è apprezzata dal 14,8%, mentre la libertà di espressione e opinione (13,2%) e il clima mite (12%) completano la lista dei fattori che rendono speciale vivere nel Belpaese.
I dati confermano come il senso di fortuna risieda più in un legame affettivo e culturale che in altre variabili materiali o economiche.

Le difficoltà che pesano sull’umore degli italiani

Non mancano però le ombre: chi vede la vita in Italia sotto una luce negativa punta il dito sulle difficoltà economiche generali (23,2%) e soprattutto sulla precarietà del mercato del lavoro (22,7%). Questi problemi rappresentano le principali ragioni di insoddisfazione per molti cittadini, mettendo a dura prova quel senso di sicurezza e stabilità che tutti cercano.

La fuga all’estero: 4 su 10 andrebbero via

Negli ultimi dieci anni, secondo i dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), oltre 1,2 milioni di italiani hanno scelto di trasferirsi fuori dai confini nazionali. Il desiderio di partire resta forte: quasi quattro italiani su dieci (39,5%) ammettono che se ne avessero la possibilità, andrebbero a vivere all’estero. Il 60,5%, invece, preferisce restare in Italia, segno che l’attaccamento al territorio rimane più saldo che mai.

Perché si lascia l’Italia?

Le motivazioni principali per il trasferimento sono legate alla ricerca di migliori opportunità lavorative (29,8%), un costo della vita più basso (17,1%) e la volontà di garantire un futuro più promettente ai propri figli (13,9%).
Questi dati mostrano come, al di là dell’amore per la patria, le condizioni socioeconomiche rimangano determinanti nelle scelte di vita degli italiani.

Boom di frodi digitali: quasi 3 milioni di italiani truffati con le carte elettroniche

Phishing, SMS ingannevoli e finti call center: negli ultimi mesi è aumentata ulteriormente l’allerta sui pagamenti digitali.
In un’epoca sempre più cashless, non sorprende infatti che sia aumentato anche il rischio di raggiri legati all’uso delle carte elettroniche.

Nel 2024, ben 2,9 milioni di cittadini italiani sono stati vittime di frodi legate ai metodi di pagamento digitali, per un danno complessivo superiore a 880 milioni di euro. È quanto emerge da una recente indagine condotta da mUp Research e Norstat per Facile.it, che ha fatto luce sulle modalità più comuni con cui i truffatori colpiscono e sui profili più vulnerabili.

Email e SMS fanno cadere in trappola  

Il canale preferito dai truffatori rimane l’email di phishing, usata nel 38,1% dei casi, seguita dagli SMS fraudolenti (28,4%). Tecniche ormai ben note ma ancora estremamente efficaci.

Quasi un italiano su cinque è stato ingannato da siti web falsi (19,4%) o da finte telefonate di operatori bancari (18,7%). A sorpresa, anche le piattaforme più moderne sono diventate terreno fertile per le frodi: app di messaggistica (14,9%) e social network (13,4%) completano il quadro di un fenomeno in continua evoluzione.

I giovani sono i più colpiti

Contrariamente agli stereotipi, i giovani adulti risultano le prede più frequenti. La fascia 18-24 anni è la più esposta, con un’incidenza del 14,1%, seguita dai 25-34enni (8,5%).

Un altro dato sorprendente riguarda il livello d’istruzione: a cadere più spesso nella rete delle frodi sono le persone con titolo di studio universitario, forse per una maggiore fiducia nell’utilizzo dei mezzi digitali.
Geograficamente, l’area con la maggiore incidenza di truffe è il Nord Est, dove il 7,9% degli intervistati ha dichiarato di essere stato colpito.

Le vittime non parlano: oltre un quarto non denuncia

Nonostante il danno subito, più di un truffato su quattro (26,1%) non segnala l’accaduto. Le ragioni? Il 34,3% lo ritiene economicamente trascurabile, mentre il 22,9% è convinto che non riuscirebbe a recuperare i soldi.

C’è poi chi si vergogna: il 20% teme di sembrare ingenuo, e il 14,3% non vuole che la propria famiglia venga a sapere dell’episodio.

Audiolibri che passione: nel 2025 li ascoltano 11,4 milioni di italiani 

Leggere o ascoltare? Gli italiani appassionati di narrativa sono sempre più orientati anche all’ascolto di audiolibri, tanto che questa fruizione è diventata un’abitudine consolidata nel panorama culturale italiano. Secondo una recente ricerca condotta da NielsenIQ per Audible, il numero degli ascoltatori ha raggiunto quota 11,4 milioni, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente.

Il dato conferma una tendenza in crescita costante: negli ultimi quattro anni, infatti, l’ascolto degli audiolibri è aumentato del 14%, segno che questo formato è ormai parte integrante delle abitudini culturali di milioni di persone.

Come e quanto si ascolta

L’indagine, i cui risultati verranno presentati ufficialmente durante il Salone del Libro di Torino, ha fotografato le modalità di fruizione degli audiolibri. Una sessione media di ascolto dura circa mezz’ora e si verifica, in media, tre volte al mese.

Tuttavia, una fascia sempre più ampia di utenti – circa il 35% – accede ai contenuti audio almeno una volta alla settimana. Interessante anche l’aspetto relazionale del fenomeno: oltre il 40% degli intervistati dichiara di parlare di audiolibri con amici e conoscenti, segno che si tratta non solo di un’esperienza personale, ma anche sociale. L’ascolto prende piede anche in famiglia: il 45% dei genitori dice che i propri figli ascoltano audiolibri, spesso insieme a loro.

Chi sono gli ascoltatori?

Il profilo dell’ascoltatore più frequente si colloca nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 55 anni. I cosiddetti “heavy user”, coloro che ascoltano ogni giorno, sono prevalentemente donne tra i 45 e i 54 anni, con una leggera prevalenza nel Sud Italia. Ma anche i giovani adulti, in particolare tra i 25 e i 34 anni, mostrano un livello elevato di utilizzo.

Ascolto e lettura: alleati, non concorrenti

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’ascolto non sostituisce la lettura tradizionale, ma la integra. Il 55% degli utenti ha ascoltato libri già letti in formato cartaceo, mentre il 48% ha scelto di leggere un testo dopo averlo ascoltato.

Più della metà ha poi acquistato un libro stampato dopo averne apprezzato la versione audio. Gli audiolibri vengono percepiti come uno strumento flessibile, capace di adattarsi a momenti della giornata in cui leggere non sarebbe possibile.

Quando si ascolta? E perché?

Per il 68% degli ascoltatori, gli audiolibri accompagnano altre attività, come spostamenti, sport o faccende domestiche. Inoltre, il 59% li sceglie per ridurre il tempo trascorso davanti agli schermi, mentre il 52% li considera utili per affrontare solitudine o stress. Il 47% li utilizza anche per ascoltare contenuti in lingua madre all’estero. I generi preferiti spaziano dalla narrativa al thriller, fino al fantasy.

Cresce anche l’interesse per l’ascolto in lingua inglese, ormai scelto da quasi un terzo degli utenti. E una fetta importante del pubblico, circa il 20%, è attratta da contenuti derivati da film e serie TV, come spin-off o approfondimenti inediti.