Italia sempre più connessa: boom di e-commerce e collegamenti a casa

Il biennio 2023-2024 conferma la trasformazione digitale del Paese: sempre più italiani fanno acquisti online e navigano abitualmente in rete. Lo rivelano i dati raccolti da Istat nell’indagine annuale “Aspetti della Vita Quotidiana”.

Shopping digitale: abbigliamento e casa in cima alle preferenze

Gli acquisti su Internet continuano a crescere in uso e popolarità. La quota di utenti che ha effettuato shopping online è aumentata di 2,2 punti rispetto all’anno precedente.
In cima alla lista dei prodotti più acquistati si trovano i capi di abbigliamento (23,2%) e gli articoli per la casa (13,7%).

Parallelamente, cresce l’utilizzo dei portali online della Pubblica Amministrazione per raccogliere informazioni, anche se diminuisce l’utilizzo per attività operative come scaricare documenti ufficiali (-9,6 punti) o fissare appuntamenti (-8 punti).

Connessioni in crescita, ma il Sud resta indietro

Nel 2024, l’86,2% delle famiglie italiane dispone di un collegamento a Internet da casa, con un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto al 2023.
La copertura sale al 93,4% tra le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni, in linea con la media europea (94,1%).
Restano però profonde differenze: tra i nuclei composti esclusivamente da over 65, solo il 60,6% ha accesso alla rete. Al contrario, nelle famiglie con minori il dato sfiora la totalità, con il 99,1%.

Dal punto di vista geografico, il Mezzogiorno registra ancora un ritardo, con una copertura inferiore di quasi 5 punti rispetto al Centro-Nord. Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige guidano la classifica delle regioni più digitalizzate; Sicilia, Molise e Basilicata chiudono invece la graduatoria.

Anche gli anziani navigano

Nel 2024, l’81,9% degli italiani sopra i sei anni ha utilizzato Internet negli ultimi tre mesi, registrando un incremento di 2,4 punti percentuali.
Particolarmente significativa la crescita tra i 65-74enni (+7,6 punti) e tra gli over 75 (+6,7 punti).

Permane una differenza di genere nell’uso della rete: si connette l’84,5% degli uomini contro il 79,5% delle donne, un divario che si accentua tra gli anziani.
Anche il livello di istruzione incide: naviga il 95,8% dei laureati, contro il 69,7% di chi possiede solo la licenza media.

Comunicare, informarsi, divertirsi: le attività degli italiani sul web 

L’suo principale di Internet è riservato alla comunicazione: il 73,4% utilizza chat e messaggistica istantanea, il 66% effettua chiamate o videochiamate, e il 62% usa la posta elettronica.

Molto diffusa è anche la fruizione di video su piattaforme come YouTube, Instagram e TikTok (57,4%), seguita dall’ascolto di musica in streaming (49,4%).
Quasi la metà degli utenti (48,2%) ricerca informazioni su prodotti e servizi, il 46% si documenta su temi di salute e il 44,3% accede ai propri servizi bancari online.

Pet Economy: cura e benessere di cani e gatti passano al centro dell’offerta

I dati 2024 sulle quasi 27.000 imprese italiane del pet care rivelano un forte spostamento dell’attenzione degli operatori dalla produzione e il commercio verso i servizi.
In pratica, diminuiscono le imprese sul lato dell’offerta di cuccioli e mangimi, aumentano veterinari e servizi di benessere, tanto che in dieci anni le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate.

Insomma, il futuro della Pet Economy mette sempre più al centro il benessere e la qualità della vita degli amici a quattro zampe.
Oggi gli italiani non vogliono solo dar da mangiare al proprio cane o gatto, ma garantirgli una vita sana e felice.

Imprese di servizi +32% in cinque anni

Secondo l’analisi condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di commercio, negli ultimi cinque anni il numero di imprese che operano nei servizi di cura per animali sono cresciute del 32%, con quasi 1.400 nuove attività.
Anche i servizi veterinari registrano un forte aumento (+39,4%), segno che gli italiani considerano i propri animali come membri della famiglia.

Nel decennio 2014-2024 il settore nel suo complesso è rimasto stabile (+0,05% variazione numero imprese), dimostrando una notevole capacità di adattamento alle trasformazioni indotte dalla crisi finanziaria e poi dall’arrivo della pandemia.
In questo duplice passaggio, la vera rivoluzione si è concretizzata nella redistribuzione delle attività. Dal 2014 le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate (+90,1%), mentre quelle nel commercio di animali sono diminuite del 17,5%.

Meno vendita di cuccioli e mangimi più cibi healty e di qualità

In 10 anni calano le imprese della vendita di animali (-10,6%) e di prodotti per animali (-10,6%). In forte calo quelle di allevamento di conigli (-21,6%) e ancor più, quelle attive nel commercio all’ingrosso di mangimi (-34,3%).

Il settore produttivo in maggiore crescita è quello degli alimenti per animali domestici (+28%), con cibi sempre più personalizzati e di alta qualità.
Interessanti anche le tendenze territoriali emerse dai dati. A livello complessivo, la Lombardia guida la classifica del comparto, con 3.860 imprese, seguita da Campania (2.871) e Lazio (2.770). Il Veneto è la regione con più allevamenti di conigli, mentre ancora la Lombardia primeggia nei servizi di cura con oltre 1.000 attività.

Un profondo cambiamento nel rapporto tra italiani e animali domestici

Il Sud Italia mostra una forte presenza nel commercio al dettaglio, con la Campania (1.612 imprese) e la Sicilia (1.083) in testa per negozi di piccoli animali.
Significativo il caso della Sicilia, che nonostante la contrazione generale del settore, mantiene una posizione di rilievo con 2.191 imprese complessive. 

Questi numeri raccontano una storia che va oltre le statistiche economiche, riflettendo un profondo cambiamento culturale nel rapporto tra italiani e animali domestici.
Non si tratta solo di una trasformazione di mercato, ma di un’evoluzione sociale che sta creando nuove opportunità di business e occupazione.

Internet of Things: il mercato in Italia cresce del +9% e tocca 9,7 miliardi

Secondo i dati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, oggi sono 155 milioni gli oggetti connessi attivi nel nostro Paese, 2,6 per ogni abitante. Il mercato italiano dell’Internet of Things continua infatti a crescere, e nel 2024 raggiunge 9,7 miliardi di euro, +9% rispetto al 2023.

Cresce anche l’interesse delle aziende verso nuovi progetti, con un’attenzione sempre maggiore all’integrazione tra IoT e Intelligenza artificiale.
E aumentano le aspettative per il futuro, complici anche le evoluzioni normative nella gestione dei dati e gli obblighi previsti sul fronte della riduzione dei consumi energetici. È necessario però accelerare la diffusione delle iniziative, come nel caso dei progetti legati al Piano Transizione 5.0.

Smart Car, applicazioni per le Utility,  Smart Building sul podio

Tra i diversi ambiti dell’IoT, la fetta più grande del mercato è rappresentata dalla Smart Car, che si conferma al primo posto in termini di fatturato (1,66 miliardi di euro), con un tasso di crescita del 7%.

Al secondo posto, le applicazioni smart per le Utility (1,59 miliardi), in forte crescita del 15%, grazie alla spinta delle comunità energetiche rinnovabili. E poi lo Smart Building (1,37 miliardi, +6%), seguito da Smart Factory (1,04 miliardi, +15%) e Smart City (1,03 miliardi, +8%), che superano entrambe per la prima volta la soglia del miliardo di euro nel 2024.

Subito sotto, cresce il mercato delle soluzioni per la Smart Home (900 milioni di euro, +11%), trainato dal comparto della sicurezza, quello della Smart Logistics (825 milioni di euro, +7%) per la gestione di flotte aziendali e antifurti satellitari, e quello dello Smart Asset Management (360 milioni di euro, +9%).

Aumentano i progetti Smart City

Le soluzioni di Smart Agriculture sono le uniche a far registrare un segno ‘meno’ nel 2024 (550 milioni di euro, -4%), a causa della riduzione degli incentivi.  
In ogni caso, negli ultimi cinque anni, il comparto IoT in Italia si è consolidato in ambito consumer, industriale e pubblico.

Oggi quasi 6 italiani su 10 (59%) possiedono almeno un oggetto smart in casa, rispetto al 42% di cinque anni fa. E l’80% delle grandi aziende manifatturiere ha almeno una soluzione di Industrial IoT, rispetto al 66% del 2019.
Inoltre, il 65% dei comuni italiani ha avviato almeno un progetto Smart City sul territorio, mentre 5 anni fa questa percentuale era pari al 42%.

Una rivoluzione dall’impatto concreto

“L’Internet of Things rappresenta ormai una tecnologia radicata nel tessuto economico e sociale del Paese – afferma Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT -. Negli ultimi anni, l’adozione delle tecnologie smart ha visto un’accelerazione costante, sostenuta da una crescente consapevolezza dei benefici legati all’automazione, all’ottimizzazione dei processi e all’integrazione tra dispositivi connessi. La Smart Home, l’Industrial IoT e le applicazioni IoT nella Pubblica Amministrazione sono solo alcune aree in cui questa rivoluzione sta avendo un impatto concreto, dimostrando che l’IoT non è più solo una prospettiva futura, ma una realtà consolidata e sempre più pervasiva”.

Acqua: in Italia la gestione è ancora frammentata

Nel 2022 i gestori dei servizi idrici per uso civile erano 2.110, l’82,4% Comuni ed enti locali (enti in economia) e il 17,6% gestori specializzati. Questi ultimi hanno svolto almeno uno dei servizi idrici pubblici, come prelievo di acqua per uso potabile, distribuzione dell’acqua potabile, fognatura, depurazione delle acque reflue urbane. In particolare, 4 enti su 10 si sono occupati dell’intera filiera, dal prelievo alla depurazione.

A seguito della riforma che nel 1994 ha introdotto il servizio idrico integrato, il numero dei gestori è diminuito progressivamente.
Rispetto al 2020 la riduzione è di 281 gestori, dovuta ai cambiamenti nella gestione soprattutto nelle province di Como, Varese e Rieti.
Lo rileva il focus Istat sulla gestione idrica delle acque condotto in occasione della Giornata mondiale dell’acqua, celebrata il 22 marzo.

Offerta concentrata nei gestori specializzati

L’attuazione della riforma è tuttavia ancora incompleta e persiste una significativa frammentazione nella gestione del servizio idrico, soprattutto in Calabria, Campania, Molise, Sicilia, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e nelle province autonome di Bolzano/Bozen e Trento.
Nel triennio 2022-2024 sono però emersi importanti segnali di integrazione gestionale.

Nel 2022, il prelievo di acqua per uso potabile è gestito da 1.492 enti (-127 vs 2020): nel 79,4% dei casi si tratta di gestori in economia (1.184 enti) e nel restante 20,6% di gestori specializzati (308).
Calabria (262) e Sicilia (248) sono i territori con il maggior numero di operatori attivi nell’ambito del prelievo idropotabile. Di contro, sempre nel 2022, il numero minore di gestori (4) è in Umbria e Basilicata.

Un progressivo processo di accentramento

Benché in numero nettamente inferiore, gli enti gestori specializzati dominano il prelievo idropotabile, poiché operano su ampie aree e su fonti di approvvigionamento rilevanti.
Nel 2022, dei 9,14 miliardi di metri cubi di acqua prelevata per uso potabile i 308 gestori specializzati hanno prelevato il 91% del totale (8,3 miliardi di mq), testimonianza del progressivo processo di accentramento nella gestione del servizio. I 1.184 gestori in economia sono invece responsabili del prelievo del 9% (812 milioni di mq), quasi interamente derivati da fonti sotterranee.

Nel distretto idrografico dell’Appennino settentrionale i prelievi sono gestiti quasi esclusivamente da enti specializzati, che coprono il 99% del volume, lasciando solo l’1% alla gestione in economia.

Una marcata diversificazione a livello locale

Il panorama dei gestori delle fonti di approvvigionamento per uso potabile evidenzia una marcata diversificazione a livello locale.
La maggior parte dei gestori che si occupa dell’approvvigionamento gestisce anche la distribuzione comunale dell’acqua (1.437, oltre il 95% degli enti).

A questi enti si affiancano operatori che nel ciclo potabile si occupano esclusivamente del prelievo.
Accanto ai gestori di sovra-ambito e ai grossisti di acqua per uso potabile, che movimentano volumi significativi destinati ai gestori di rete, operano infatti anche piccole gestioni che amministrano fonti idriche più limitate, poi convogliate alla distribuzione.

Lavoro e occupazione: 456mila assunzioni previste a marzo

Sono quasi 9mila in più rispetto a marzo 2024 (+1,9%) gli oltre 456mila contratti programmati dalle imprese per il mese di marzo 2025.
In crescita le previsioni di entrata nei settori dei servizi (+3,8% nel mese, +4,8% nel trimestre marzo-maggio), grazie in particolare agli andamenti attesi da turismo (+14,5% nel mese, +12,7% nel trimestre) e servizi operativi (+9,3% mese, +10,2% trimestre).

Le entrate complessive previste per il trimestre marzo-maggio sono invece più di 1,4 milioni, circa 39mila unità in più sullo stesso trimestre 2024 (+2,8%).Positivi i flussi programmati dalle imprese delle costruzioni (+1,2% rispetto a marzo 2024) anche se in leggera flessione rispetto al corrispondente trimestre (–0,5%). 
Emerge dai dati del Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

Manifattura: cercasi quasi 82mila lavoratori

Indicazioni più incerte provengono dalle imprese manifatturiere: –4,2% entrate nel mese e –3,4% nel trimestre.
L’industria nel suo complesso è alla ricerca di circa 132mila lavoratori per il mese di marzo, che salgono a quasi 387mila nel trimestre marzo-maggio.

Per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 82mila lavoratori nel mese e 241mila nel trimestre, le maggiori opportunità riguardano le industrie della meccatronica (oltre 20mila lavoratori nel mese, 58mila nel trimestre), seguite dalle industrie metallurgiche (16mila, 44mila) e da quelle alimentari (quasi 13mila, 40mila).
Si mantiene elevata anche la richiesta proveniente dalle costruzioni (50mila, 146mila).

Turismo oltre 93mila, commercio 68mila

Per quanto riguarda il terziario, sono più di 324mila i contratti di lavoro previsti a marzo e oltre 1 milione quelli nel trimestre marzo-maggio.
A offrire le maggiori opportunità nei servizi è il turismo (oltre 93mila, quasi 337mila), seguito dal commercio (68mila, 204mila) e dai servizi alle persone (50mila, 157mila).

Si attesta poi complessivamente al 48,2% la quota di assunzioni di difficile reperimento soprattutto a causa della mancanza di candidati. A risentire maggiormente del mismatch sono le imprese dei comparti metallurgia e prodotti in metallo (63,3%), meccatronica (62,1%), costruzioni (61,3%), tessile-abbigliamento-calzature (61,1%) e legno-mobile (55,7%).

Dagli ingegneri ai saldatori tutti i profili difficili da reperire

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali gli ingegneri (63,1%) e gli analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (56,2%).

Tra i tecnici si registrano elevati livelli di mismatch per i tecnici della gestione dei processi produttivi (68,2%), per i tecnici in campo ingegneristico (66,2%) e per i tecnici della distribuzione commerciale (64,3%).
Quasi introvabili sono i fabbri ferrai costruttori di utensili (75,7%), i fonditori e saldatori (75,6%) e i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (73,7%).

Passione bio: il 68% degli italiani lo ordina anche al ristorante

È quanto emerge dall’indagine realizzata da Nomisma per l’Osservatorio Sana: la ricerca di attributi salutistici per l’alimentazione tra gli italiani è sempre più comune, anche nelle occasioni di consumo fuori casa.

Per circa 9 consumatori su 10 i prodotti tipici del territorio e a km 0 rappresentano infatti il ‘must have’ dell’away from home. Ma sul podio delle preferenze riguardo ai cibi da consumare fuori casa compaiono i prodotti biologici, la cui presenza risulta fondamentale per il 68% degli italiani.
Il consumatore bio, inoltre, è più esigente e attento anche rispetto alla scelta del ristorante, e alle caratteristiche di servizio offerte.

Sale l’aspettativa per opzioni veg o esigenze specifiche

Oltre a fattori quali la familiarità e i consigli di amici e parenti, i consumatori bio valutano in maniera più approfondita rispetto ai consumatori non bio la reputazione del luogo scelto per mangiare fuori (tramite recensioni, punteggi online, guide, ecc.) e l’accoglienza o l’ambiente del locale.

Rispetto al menu, invece, i bio users hanno un forte orientamento verso la ricerca di prodotti freschi e di stagione, nonché di piatti semplici e poco elaborati. Questo è vero, rispettivamente, per il 48% e per il 39% di chi consuma alimenti bio abitualmente.
Risulta poi elevata anche l’aspettativa sulla presenza di prodotti veg, così come di opzioni dedicate a specifiche esigenze, o intolleranze, alimentari.

Ma l’offerta non è ancora soddisfacente

Detto questo, le aspettative del consumatore bio non trovano però risposte positive in quella che è l’attuale offerta di prodotti bio presso la ristorazione. Soprattutto quella collettiva.
Analizzando infatti il livello di soddisfazione rispetto alla presenza di opzioni bio nei diversi canali del mangiare ‘fuori casa’, si evidenziano ancora grandi margini di miglioramento.

Inoltre, l’indagine di Nomisma ha affrontato il tema della corretta alimentazione in relazione al rapporto con i figli. E sebbene di dieta sana si parli in oltre 9 famiglie su 10, e il bio sia un elemento onnipresente nelle tavole dei nuclei famigliari in cui sono presenti figli di tutte le età, i genitori ritengono essenziale il ruolo delle scuole nella sensibilizzazione ‘alimentare’ di bambini e ragazzi.

Cibo sano anche a scuola? Non è chiaro cosa mangiano i figli in mensa

D’altro canto, però, oltre la metà dei genitori non conosce nel dettaglio le caratteristiche del servizio mensa nella scuola dei propri figli. E, in generale, le famiglie non sono informate rispetto alla presenza di ingredienti e prodotti bio all’interno dei pasti offerti dalla mensa scolastica.

Per accrescere il posizionamento del bio nella ristorazione scolastica risulta fondamentale, dunque, utilizzare la leva della sensibilizzazione e della comunicazione rivolta ai genitori.

Lombardia, aumentano i furti in casa: che fare?

Trovarsi la casa “vuota” dopo il passaggio dei ladri o subire un’effrazione: ecco alcune pra le principali paure degli italiani. Lo rivela l’ultima edizione dell’Osservatorio sulla Sicurezza della Casa Censis-Verisure, sviluppato in collaborazione con il Servizio analisi criminale del Ministero dell’Interno. Il report indica che il 48% della popolazione considera questi reati una minaccia grave.

La Lombardia riflette questa preoccupazione, e i numeri parlano chiaro: nel 2023 sono stati registrati 31.442 episodi, pari al 21,3% del totale nazionale. Con un’incidenza di 31,4 furti ogni 10.000 abitanti, la regione si conferma la più colpita d’Italia, superando la media nazionale di 6,4 punti.

Le province più esposte: Milano e Monza-Brianza

Le zone metropolitane risultano le più esposte ai furti in casa. Milano ha registrato 9.552 casi nel 2023, con un tasso di 29,4 ogni 10.000 abitanti, collocandosi al secondo posto dopo Roma. Ancora più critica è la situazione nella provincia di Monza-Brianza, dove l’incidenza è la più alta della Lombardia con 37,2 furti ogni 10.000 abitanti.

Complessivamente, la regione ha visto un incremento dell’11,6% rispetto all’anno precedente, segnale di una pressione criminale in crescita che alimenta un diffuso senso di insicurezza tra i cittadini.

Necessario alzare il livello di sicurezza

L’Indice di Sicurezza Domestica non si limita a considerare il numero di furti, ma include anche fattori legati alla qualità degli impianti domestici, la presenza di categorie vulnerabili e il grado di affollamento nelle abitazioni. La Lombardia si posiziona solo al 17° posto tra le regioni italiane, con un punteggio di 94,6, inferiore alla media nazionale di 100.

Nonostante la buona qualità delle infrastrutture abitative (con un punteggio di 111,9), l’elevato rischio criminale incide fortemente sulla sicurezza percepita e reale, aumentando il senso di vulnerabilità della popolazione.

Maggiore attenzione alla protezione e alla tecnologia

Con l’aumento dei furti, cresce la consapevolezza dell’importanza della prevenzione. Secondo l’Osservatorio Censis-Verisure, l’89,2% degli italiani considera la sicurezza domestica un elemento fondamentale per la qualità della vita, mentre il 50,1% prevede di investire in sistemi di protezione nei prossimi anni. In Lombardia, sempre più famiglie adottano soluzioni avanzate per difendersi: il 64,7% considera indispensabile l’installazione di un sistema d’allarme integrato.

Inoltre, cresce l’attenzione per la sicurezza personale, con il 37,7% che teme di trovarsi in difficoltà senza poter chiedere aiuto e il 25,5% preoccupato per il rischio di incidenti domestici. La protezione della casa e della persona diventa dunque una priorità sempre più sentita.

Imprese: quelle Controvento crescono e generano 111 miliardi di euro di ricavi

Le 5.814 imprese Controvento sono il 7,1% delle aziende manifatturiere italiane: sono aziende con performance altamente sopra la media, che si distinguono per alcuni parametri particolarmente indicativi, come crescita dei ricavi, marginalità e creazione di valore aggiunto.

Secondo la sesta edizione dell’Osservatorio ‘Controvento: le aziende che guidano il Paese’, curato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, nel 2023 i ricavi medi complessivi delle aziende italiane capaci di navigare ‘Controvento’ valgono 111 miliardi di euro e generano un EBITDA di 27,2 miliardi.

A livello geografico, queste imprese si concentrano principalmente nel Nord-Est e nel Sud Italia, a indicare una graduale riduzione del divario competitivo tra queste due aree. La costante crescita delle aziende del Sud, in particolare, della Campania, non è un fatto episodico, ma una tendenza ormai consolidata.

Non solo grandi aziende

Complessivamente queste imprese generano il 10,4% dei ricavi totali della manifattura italiana, il 23,9% dell’EBITDA e il 16,5% del valore aggiunto complessivo della manifattura italiana.

Negli ultimi 6 anni il numero di imprese che possono vantare almeno una partecipazione al cluster Controvento è cresciuto in modo costante. Nelle diverse edizioni dello studio, il tasso di ricambio delle aziende che partecipano a Controvento rimane stabile e si attesta al 50%.

Il gruppo di imprese Controvento si distingue anche per una composizione variegata, che comprende non solo grandi aziende, ma anche realtà con dimensioni più contenute. Anzi, le piccole e medie imprese registrano una crescita particolarmente significativa e superano quella delle grandi aziende.

L’1% delle “Star” produce il 10% del valore aggiunto

A conferma del fatto che ogni anno si registra un ricambio importante tra le ‘new entry’, nell’ultima rilevazione le imprese che formano il gruppo Controvento sono costituite per il 46% dei casi da Debuttanti.
Le Veterane, presenti in Controvento per due o tre edizioni, sono il 44% del campione e costituiscono uno zoccolo duro di imprese che trainano la manifattura italiana.

A queste si affianca un ulteriore 9% di Super-Veterane (presenti in 4 o 5 delle sei edizioni), mentre sono solo 47 le imprese Star.
Queste ultime, pur rappresentando solo l’1% delle imprese, riescono a generare l’8% dei ricavi e il 10% del valore aggiunto.

Dall’Automotive alla nautica l’eccellenza della manifattura italiana

Dall’indagine emerge come le imprese Super-Veterane e Star si contraddistinguono per marginalità e ricavi medi nettamente più elevati rispetto alle imprese Debuttanti, nonché per una struttura organizzativa più solida e articolata.

Entrando nel dettaglio settoriale, comparti manifatturieri come automotive, farmaceutica, packaging, cosmetica e minerali non metalliferi, soprattutto l’industria del vetro, da sempre si caratterizzano per una spiccata presenza all’interno del gruppo Controvento.
Ma in questa rilevazione emergono anche nuovi settori che si stanno affermando in maniera evidente. È il caso, ad esempio, del comparto della nautica, di quello dei computer, l’elettronica e i componenti biomedicali.

GenAI: integrarla all’esperienza di acquisto è il desiderio dei consumatori

Emerge dal report annuale ‘What Matters to Today’s Consumer’, realizzato dal Capgemini Research Institute: il 46% dei consumatori è entusiasta dell’impatto dell’AI generativa sugli acquisti online, e se circa tre quarti sono favorevoli alle raccomandazioni basate su di essa il 71% desidera che sia integrata nelle esperienze di acquisto. 
Inoltre, il 58% ha sostituito i motori di ricerca tradizionali con strumenti di GenAI per consigli su prodotti e servizi, e il 68% desidera che tali strumenti aggreghino i risultati di tutte le ricerche per unificare tutte le opzioni di acquisto. 

La preferenza di GenZ e Millennial per iper-personalizzazione ed esperienze digitali senza soluzione di continuità sono i principali driver di queste tendenze.
Insomma, innovazione tecnologica, cambiamento nelle priorità di spesa, ma anche una crescente consapevolezza in termini di sostenibilità, stanno influenzando i comportamenti dei consumatori. 

La rapidità nelle consegne è fondamentale

Sebbene gli investimenti in GenAI siano in aumento, il suo utilizzo è inferiore alle aspettative. La soddisfazione dei consumatori nei confronti di questa tecnologia cala rispetto allo scorso anno (37% vs 41% nel 2023), mentre aumenta la domanda di servizi commerciali in tempi rapidi. Specialmente in alcune aree geografiche, i consumatori sono sempre più disposti a pagare per velocità (70% vs 41%) ed efficienza.

In particolare, sono disposti a pagare il 9% del valore dell’ordine per consegne in 2h10. E il 65% considera il servizio di consegna in 2 ore fondamentale per i propri acquisti. I retailer dovrebbero prendere in considerazione l’integrazione di questo servizio nei propri modelli di business.

Sostenibilità? Sì, grazie, ma senza sovrapprezzo

Nonostante il 64% dei consumatori acquisti da brand sostenibili e il 67% sia disposto a cambiare retailer a favore di uno più sostenibile, scende la disponibilità a pagare un sovrapprezzo.
Sebbene la percentuale di consumatori disposti a pagare tra l’1% e il 5% in più sia leggermente aumentata (38% vs 30%), quelli disposti a pagare più del 5%, negli ultimi due anni diminuiscono in maniera costante.

Ma i consumatori sono sempre più alla ricerca anche di informazioni approfondite sul prodotto che stanno acquistando. Soprattutto le informazioni nutrizionali, con il 67% degli acquirenti che dichiara di essere disposto a cambiare prodotto sulla base di esse.

Influencer e customer care apprezzati anche sui social

Gli influencer generati dall’AI sono sempre più popolari: un quarto dei consumatori si fida di loro ed effettua acquisti sulla base dei loro consigli. Anche i tradizionali influencer godono di una certa popolarità. Nel 2024 circa 7 consumatori GenZ su 10 hanno scoperto nuovi prodotti grazie a loro. Nel 2023 erano ‘solo’ il 45%.

Inoltre, il 40% dei consumatori utilizza occasionalmente i canali social per interagire con il servizio clienti. Ciò sottolinea la crescente dipendenza da queste piattaforme per la risoluzione di problemi e la ricerca di assistenza. Piattaforme come Instagram e TikTok stanno poi trasformando il settore retail, poiché oltre la metà dei consumatori scopre nuovi prodotti attraverso i social (32% nel 2022).

Lavoro: a rischio 120mila occupati, ma restano vacanti 190mila posti

Nonostante le numerose crisi aziendali mettano a rischio quasi 120mila posti di lavoro, entro i prossimi tre mesi le imprese italiane hanno intenzione di assumere 1,37 milioni di lavoratori, di cui 380mila circa a tempo indeterminato.
Tuttavia, negli ultimi anni la difficoltà nel reperire il personale è più che raddoppiata, e in un caso su due sussiste il rischio di non poter procedere alle assunzioni.

Pertanto, le imprese non sarebbero nelle condizioni di coprire, nemmeno offrendo un posto fisso, almeno 190mila posizioni lavorative.
A questo si aggiunge il costante decremento della popolazione giovanile e un incremento significativo della fascia più anziana. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA. 

Tre milioni in pensione entro il 2028

Il numero dei giovani sul mercato del lavoro è in costante diminuzione. In Italia, la fascia di età 25-34 anni è passata da circa 8,5 milioni di individui nel 2004 a 6,2 milioni attuali. Si tratta di un crollo inedito rispetto al passato e tra i più accentuati in Europa.

La forte riduzione del rinnovo della popolazione attiva trascina verso il basso la forza lavoro potenziale: uno squilibrio che nessuno, in tempi ragionevolmente brevi, sembra avere gli strumenti appropriati per affrontare.
Le previsioni per il fabbisogno occupazionale e professionale fino al 2028 dovrebbe attestarsi attorno a 3,6 milioni di occupati. Di questi, l’83% circa, pari a quasi 3 milioni di addetti, dovrebbe sostituire chi è destinato a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età.

A novembre record storico di dipendenti con il posto fisso 

Nel prossimo decennio la vera sfida non consisterà tanto nella reintegrazione di coloro che hanno perso il lavoro a causa di crisi aziendali, quanto piuttosto nella copertura dei posti vacanti. 

Sebbene le ore di Cassa Integrazione Guadagni (CIG) totale autorizzate siano in deciso aumento, e la questione salariale sia tornata prepotentemente a infiammare il dibattito politico nazionale, il numero dei lavoratori dipendenti italiani con il posto fisso ha toccato, a novembre scorso, il suo record storico: 16.264.000 addetti.
Per contro, a novembre i lavoratori a termine si sono attestati circa alla stessa quota di novembre 2020, ovvero, 2.652.000.

Una retribuzione non più sufficiente

Il livello retributivo in Italia si presenta mediamente inferiore rispetto a quello riconosciuto ai dipendenti dei Paesi con cui competiamo. E sebbene un lavoratore possa beneficiare del cosiddetto posto fisso, non è da escludere che a causa di uno stipendio molto contenuto, si trovi invischiato nelle nuove forme di povertà, sempre più diffuse soprattutto nelle grandi aree urbane.

Fenomeni di profondo disagio che fino a un decennio fa non si avvertivano con la stessa preoccupazione con cui si presentano ora.
Tuttavia, se l’alternativa alla crescita dei lavoratori con il contratto a tempo indeterminato è la disoccupazione, la precarietà, o peggio, il lavoro sommerso, non si può che salutare con soddisfazione il record ottenuto nel mese di novembre.