Pagamenti cartelle esattoriali: dal 2025 fino a 7 anni di rate 

A partire dal 1° gennaio 2025 entreranno in vigore le modifiche introdotte dal Decreto Legislativo n. 110/2024 per la rateizzazione delle cartelle esattoriali. Grazie al servizio online “Rateizza adesso” aggiornato dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione, sarà possibile inviare richieste per pagamenti dilazionati fino a 84 rate per il biennio 2025-2026, 96 rate per le richieste presentate tra il 2027 e il 2028 e 108 rate per le istanze successive al 2029.

Queste nuove opzioni si applicano ai debiti fino a 120.000 euro, senza necessità di documentazione aggiuntiva.

Rate ancora più lunghe con documentazione specifica

Per i debiti superiori a 120.000 euro, oppure per chi richiede un numero di rate superiore a quelle standard (ad esempio più di 84 rate nel 2025-2026), sarà obbligatorio dimostrare una temporanea difficoltà economica.

Tale dimostrazione potrà includere documenti come l’Isee per i privati o specifici indicatori di liquidità per le imprese. In presenza di questa documentazione, il piano di dilazione potrà estendersi fino a 120 rate, equivalente a un periodo di 10 anni.

Dettagli delle nuove norme

Le principali novità prevedono: fino a 120.000 euro su semplice richiesta si possono ottenere 84 rate mensili (anni 2025-2026). Il numero di rate salirà nel 2027-2028 (96 rate mensili) e ancora dal 2029 (108 rate mensili).

Oltre 120.000 euro o con richiesta superiore a 84 rate è previsto l’obbligo di documentare la situazione economica; la possibilità di rateizzazione fino a 120 rate mensili. L’importo minimo di ciascuna rata non può essere inferiore a 50 euro.

Strumenti e simulazioni online

Per facilitare la pianificazione dei pagamenti, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha reso disponibile un simulatore online. Questo strumento permette di verificare i requisiti per la rateizzazione, calcolare il numero di rate possibili e stimare l’ammontare di ciascuna rata.

Casi particolari 

In situazioni eccezionali, come calamità naturali o incendi che rendano inagibile l’immobile principale del contribuente, è prevista una procedura semplificata. In tali casi, è sufficiente presentare un certificato di inagibilità rilasciato dalle autorità competenti.

Regole transitorie

Le richieste di rateizzazione presentate entro il 31 dicembre 2024 continueranno a seguire le norme precedenti, che limitano il numero massimo di rate a 72.

Queste modifiche mirano a rendere più agevole la gestione dei debiti fiscali, offrendo maggiore flessibilità e adattabilità alle esigenze dei contribuenti.

Partecipazione culturale, in Italia si torna ai livelli pre-pandemia  

Cultura che passione. I nostri connazionali italiani tornano alla partecipazione culturale fuori casa, tanto che nel 2023, il 35,2% della popolazione italiana dai 6 anni in su ha partecipato ad attività culturali, segnando un aumento significativo rispetto al 2022 (23,1%). Questo dato segna un ritorno ai livelli pre-pandemia, che nel 2019 si attestavano al 35,1%.

Cresce anche la frequentazione delle biblioteche: il 12,4% degli italiani dichiara di essersi recato in biblioteca almeno una volta nell’ultimo anno, rispetto al 10,2% del 2022, anche se rimane inferiore al valore del 2019 (15,3%).

Aumento di pubblico a spettacoli e concerti 

Secondo i dati Istat, tra il 2021 e il 2023 si osserva un forte aumento nella partecipazione agli eventi dal vivo. La frequentazione cinematografica passa dal 9% al 41%, quella teatrale dal 3% al 20%, mentre i concerti di musica leggera e jazz registrano un balzo dal 3,7% al 21,7%.

Dati SIAE confermano questa tendenza, evidenziando che il numero di concerti nel 2023 ha superato del 60% i livelli del 2019. Anche il teatro registra un incremento, con l’11% in più di rappresentazioni rispetto al 2019.

Cresce l’abitudine alla lettura 

La lettura di libri per motivi non legati a scuola o lavoro ha riguardato il 40,1% degli italiani nel 2023, in leggero aumento rispetto al 2022. Tuttavia, resta ancora margine per migliorare il coinvolgimento del pubblico nella lettura, un elemento centrale per lo sviluppo culturale.

Il lavoro nel settore culturale non è per pochi

Il settore culturale occupa 825.100 persone, pari al 3,5% del totale degli occupati in Italia, secondo Eurostat. La maggioranza è composta da uomini (55%) di età compresa tra i 30 e i 59 anni. Gli under 30 rappresentano solo il 13% del totale, ma la loro presenza è cresciuta del 21% rispetto al 2021. Questi dati collocano l’Italia al ventesimo posto in Europa per occupazione culturale.

Presentazione di Minicifre della cultura 2024 

La pubblicazione “Minicifre della cultura 2024”, presentata a Roma, offre una panoramica statistica completa sul panorama culturale italiano. Promossa dal Ministero della Cultura e realizzata in collaborazione con la Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, questa iniziativa si propone come strumento di analisi e supporto per studiosi, operatori del settore e decisori politici. L’edizione 2024 introduce “Minicifre della cultura. In primo piano”, un compendio che sintetizza le principali tendenze del sistema culturale italiano, offrendo una guida di facile consultazione per esplorare i cambiamenti in atto.

Cosa aspettarsi dal 2025? Ancora tante sfide globali, ma più ottimismo rispetto all’anno passato

La maggior parte delle persone a livello globale (71%) pensa che il 2025 sarà migliore del 2024, in leggero aumento (+1%) rispetto all’anno precedente, ma inferiore al periodo pre-pandemico.
In Italia, al contrario, la percentuale di ottimisti è più contenuta, e in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2023. 

Emerge dall’annuale Ipsos Predictions Survey 2025, che rivela un miglioramento del sentiment pubblico, ma persistenti preoccupazioni su economia, tensioni internazionali e clima.
Nel 2024, disastri naturali, inondazioni e incendi sono stati severi promemoria della crisi climatica in corso.  Al contempo, gli sviluppi tecnologici hanno offerto spiragli di speranza, e dopo tre anni l’economia globale ha mostrato i primi segni di stabilizzazione, con una crescita particolarmente robusta in Asia meridionale. 

Allarmano inflazione, tasse, disoccupazione

Le preoccupazioni economiche a livello globale rimangono elevate: la maggioranza delle persone prevede un aumento di inflazione (70%), tasse (74%), disoccupazione, prezzi. In particolare, il 79% ritiene che i prezzi cresceranno più rapidamente dei redditi.
Anche in Italia il 79% degli intervistati ritiene che i prezzi aumenteranno più rapidamente dei redditi e il 64% prevede un’inflazione più alta nel 2025.

Quanto alla tecnologia, l’opinione pubblica mondiale ne ha una visione complessa e spesso contraddittoria. Globalmente, la paura delle perdite di posti di lavoro causate dall’AI (65% Italia) continua a superare le aspettative di creazione di posti di lavoro (30% Italia). Inoltre, diminuisce leggermente l’intenzione di ridurre l’uso dei social media (41% Italia), ma cresce la preoccupazione per la privacy e la perdita di dati personali (53% Italia).  

Il futuro appare incerto e complesso

Un senso prevalente di disagio avvolge le persone di fronte a un futuro complesso e incerto. La minaccia di un conflitto nucleare rimane significativa, con il 49% che ne valuta la probabilità (40% Italia), così come l’ansia per un’AI fuori controllo (35% globale e Italia), e il pessimismo riguardo la risoluzione dei conflitti in corso. In Italia, soltanto il 23% crede che il conflitto in Ucraina possa concludersi nel 2025 e solo il 19% è fiducioso in una risoluzione del conflitto in Medio Oriente.  

Nel complesso, questa prospettiva rivela un mondo alle prese con minacce tecnologiche in continua evoluzione e conflitti geopolitici persistenti, che delineano un futuro complesso e incerto. 

Soffrire di eco-ansia per la crisi climatica

Le previsioni per il 2025 rivelano un mondo sempre più ansioso per il cambiamento climatico, ma meno fiducioso nelle soluzioni governative e tecnologiche. Un crescente disagio che sottolinea l’urgente necessità di cooperazione globale e approcci innovativi.

L’80% a livello globale e il 78% in Italia prevede un aumento delle temperature, il 72% a livello globale e il 77% in Italia prevede anche eventi meteorologici più estremi. Il 42% degli intervistati (49% Italia) ritiene che zone del proprio Paese diventeranno inabitabili. Ma se il 52% crede che i propri governi introdurranno obiettivi di emissione più severi (Italia 37%) solo il 32% crede che verrà sviluppata una tecnologia rivoluzionaria in grado di arrestare il cambiamento climatico (Italia 20%).

Le PMI in Europa: sostenibilità e innovazione al centro delle priorità

Secondo l’ultimo osservatorio di Qonto, leader nella gestione finanziaria aziendale per PMI, il 64% delle piccole e medie imprese europee ha raggiunto gli obiettivi prefissati per il 2024, con il 10% che li ha persino superati. Le aziende di dimensioni maggiori hanno una probabilità tripla di eccellere rispetto alle più piccole. In Italia, i risultati sono altrettanto promettenti, con il 67% delle imprese in linea con i propri traguardi. Il trend non è uguale per tutti i settori, però: quello immobiliare continua a fare i conti con varie criticità, mentre la logistica registra performance eccellenti.
A livello territoriale, Lombardia e Lazio si posizionano tra le regioni più performanti, mentre Toscana e Piemonte mostrano tassi più elevati di insuccesso.

Le principali sfide restano l’inflazione e la carenza di domanda, che coinvolgono rispettivamente il 30% e il 34% delle imprese italiane. Tuttavia, si osservano miglioramenti in termini di efficienza operativa, soprattutto in regioni come Piemonte, Lombardia e Calabria.

Obiettivi per il 2025: cercare nuovi clienti

Guardando al futuro, le PMI puntano sull’acquisizione di clienti (31%) e sull’innovazione di prodotto (22%) come priorità principali per il 2025. In Italia, emerge una forte attenzione alla formazione della forza lavoro qualificata (34%), segno di un approccio bilanciato tra crescita e sviluppo del capitale umano.

Parallelamente, le imprese europee si concentrano sulla riduzione delle emissioni: il 49% ha già adottato misure ad hoc, mentre un ulteriore 30% prevede di farlo. L’Italia si distingue per il suo impegno ambientale, dato che ne è coinvolto l’87% delle aziende. Tuttavia, permangono differenze regionali: l’Umbria è prima per priorità ambientali mentre la Lombardia mostra risultati più insoddisfacenti.

Tecnologia e intelligenza artificiale

La tecnologia continua a rappresentare un’area strategica per gli investimenti. Il 28% delle PMI europee prevede di aumentare la spesa in ambito tecnologico, superando aree come marketing e vendite. L’intelligenza artificiale è sempre più diffusa, con il 67% delle imprese che la sta implementando. In Italia, sono le aziende più grandi a guidare la transizione.

Nonostante ciò, resta alta la preoccupazione per la privacy dei dati, un tema cruciale soprattutto nei settori medico e sanitario.

Diversità e inclusione

Sul fronte della diversità, il 75% delle PMI europee sta affrontando almeno un tipo di pregiudizio discriminatorio, con la parità di genere in primo piano. Nel nostro Paese, solo il 66% delle imprese adotta politiche DEI (diversità, equità e inclusione), un dato inferiore alla media europea.

Email, che ansia: perchè al lavoro sono una fonte di stress?  

Impossibile pensare alla nostra vita lavorativa senza le email. La posta elettronica, infatti, è una componente centrale di qualsiasi percorso professionale. Però il suo impatto sulla salute mentale è spesso trascurato.
Una recente ricerca di Babbel, condotta negli Stati Uniti dall’istituto OnePoll, mette in luce come la posta elettronica possa contribuire a generare stress e influenzare il comportamento dei lavoratori.

Oltre 1.000 mail non lette per ogni lavoratore 

Secondo lo studio, il 18% dei lavoratori statunitensi ha oltre 1.000 email di lavoro non lette, e 1 su 100 supera addirittura le 50.000. Questi numeri spiegano perché il 60% degli intervistati ritenga che il volume di email ricevute aumenti il proprio livello di stress. Non sorprende, quindi, che il 39% speri di riceverne meno nei prossimi anni, mentre un 25% ne vorrebbe di più, probabilmente preferendole ad altri mezzi di comunicazione come le telefonate.

Un elemento che alimenta l’ansia è la procrastinazione nella gestione delle email. La Gen Z sembra soffrire particolarmente questa difficoltà, con il 36% degli impiegati di età compresa tra 18 e 24 anni che dichiara di avere circa 1.000 email non lette. Inoltre, l’irrevocabilità delle email, rispetto ad altri strumenti digitali che permettono di eliminare o modificare i messaggi inviati, porta al pentimento: quasi 9 lavoratori su 10 affermano di essersi dispiaciuti per il contenuto di un’email subito dopo averla inviata.

Resta un metodo di comunicazione formale 

Le email continuano a essere percepite come un mezzo di comunicazione formale, distinto dal linguaggio quotidiano. L’85% degli intervistati riconosce di utilizzare uno stile diverso per scrivere le email rispetto alla conversazione normale, con il 17% che lo considera addirittura “molto diverso”. Gli errori di battitura, inoltre, sono giudicati con severità dal 48% degli intervistati.

Un’altra curiosità riguarda i messaggi automatici e le firme email: il 33% dei lavoratori ha trovato irritanti i messaggi di risposta automatica, mentre il 79% ammette di aver giudicato una persona basandosi sulla firma nel messaggio poi posta elettronica.

Verso un nuovo galateo digitale

L’uso delle emoji nelle email aziendali sta diventando più accettato: oltre la metà degli intervistati lo considera appropriato, segno che il galateo delle email si sta evolvendo con le nuove generazioni. Come sottolinea Esteban Touma di Babbel, il linguaggio e le regole di comunicazione sono in continua trasformazione, riflettendo i cambiamenti tecnologici e sociali.

Assunzioni, previsti 1,3 milioni di nuovi contratti per fine anno

Le imprese italiane stimano oltre 427mila assunzioni per novembre 2024 e circa 1,3 milioni di nuovi contratti per il trimestre novembre 2024-gennaio 2025. Sebbene si rilevi una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (-3mila assunzioni per novembre e -34mila per il trimestre), si evidenziano andamenti differenti tra i settori.

Lo scenario emerge dal Bollettino del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, che monitora le previsioni occupazionali.

Settore dei servizi in crescita, industria in calo

Le imprese del settore dei servizi continuano a trainare la domanda occupazionale, con circa 307mila assunzioni stimate per novembre e 908mila per l’intero trimestre, segnando un aumento rispetto all’anno scorso (+2,5% per novembre e +0,6% per il trimestre). In particolare, i comparti di turismo e commercio mostrano aspettative positive, con 82mila e 72mila assunzioni programmate rispettivamente.

Diversamente, l’industria manifesta un calo nelle previsioni di assunzione: sono stimati 121mila nuovi contratti per novembre e 360mila per il trimestre, con una diminuzione annua dell’8% e del 9,9% rispettivamente.

Quali sono le figure professionali più richieste?

Circa il 47,9% delle assunzioni previste per novembre risulta di difficile reperimento, pari a 205mila posizioni. Le maggiori difficoltà riguardano le aree aziendali “Installazione e riparazione” (66,8%), “Progettazione e R&S” (57,7%) e “Produzione” (52,5%).

Tra i profili professionali più difficili da trovare emergono ingegneri (58,8%) e analisti di progettazione applicativa (55,4%) nel gruppo delle professioni intellettuali. Per le professioni tecniche, i tecnici di gestione dei processi produttivi (71,5%) e i tecnici della salute (62,9%) sono tra i più richiesti. Operai specializzati come fabbri e saldatori sono difficili da reperire, con percentuali rispettivamente del 74,5% e del 74,1%.

Il ruolo di lavoratori immigrati e giovani under 30

Le imprese prevedono 86mila assunzioni di lavoratori stranieri a novembre, pari al 20,1% dei contratti, con particolare impiego nei settori trasporti, logistica e magazzinaggio (29,4%), servizi operativi e ristorazione.

Si evidenzia, inoltre, una domanda di 131mila giovani under 30, che rappresentano il 31% degli ingressi programmati per novembre, specialmente nei servizi finanziari e assicurativi (46%), informatici (45,6%) e nel commercio (39,9%).

Il lavoro aumenta soprattutto al Sud e nelle Isole

La domanda di lavoro cresce nelle regioni del Sud e nelle Isole, con un incremento di 10mila posizioni a novembre e 25mila per il trimestre. Le altre aree del Paese registrano una contrazione nelle previsioni, sia nel breve che nel lungo periodo.

Le PMI italiane sono sempre più attente agli investimenti sostenibili 

Le piccole e medie imprese italiane (PMI) mostrano una crescente attenzione verso gli investimenti sostenibili, integrando nella loro strategia elementi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG).

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile, il 71% delle PMI e l’82% delle medie imprese ha incluso l’ESG nelle proprie politiche aziendali. Si tratta di una svolta importante verso modelli di business più responsabili.

Perchè cresce l’interesse per l’ESG?

Dallo studio emerge come la sostenibilità stia acquisendo una crescente centralità nelle scelte aziendali. Rispetto al 2023, il 62% delle PMI dichiara di prestare maggiore attenzione agli aspetti ESG, con il 52% che considera la sostenibilità un fattore chiave nelle decisioni di investimento.

Questa sensibilità è alimentata sia dalle nuove normative, come quelle sulla rendicontazione, sia dalle richieste degli stakeholder, che vedono nelle pratiche sostenibili un valore aggiunto.

I benefici concreti nell’adozione di pratiche ESG

Le PMI riconoscono i benefici concreti dell’adozione di pratiche sostenibili, tra cui l’efficientamento energetico, che porta a risparmi immediati, e la riduzione dei costi legati agli eventi climatici estremi, menzionata dal 23% delle imprese. Tuttavia, permangono ostacoli significativi come i costi di gestione elevati (48%), l’onerosità burocratica (46%) e la difficoltà nel reperire fondi (33%), fattori che complicano l’implementazione di progetti sostenibili.

Il ruolo della finanza sostenibile per le PMI

Circa la metà delle PMI dichiara di conoscere e utilizzare strumenti di finanza sostenibile, un dato in crescita rispetto al passato. Per il futuro, il 70% delle imprese prevede di valutare ulteriori strumenti finanziari sostenibili. Tuttavia, nove PMI su dieci segnalano che la scarsa accessibilità alle informazioni rimane un importante limite. Tra gli operatori finanziari, emergono tre ostacoli principali: la difficoltà delle imprese di individuare strumenti adeguati ai propri obiettivi, i requisiti complessi necessari per accedere a tali strumenti e la carenza di competenze interne nelle PMI.

Autofinanziamento e fondi per progetti ESG

Nell’ambito dei progetti ESG, il 48% delle PMI ha optato per l’autofinanziamento. Tuttavia, le aziende di dimensioni maggiori e meglio strutturate sono riuscite ad accedere anche a fondi pubblici per sostenere le loro iniziative sostenibili.

Rendicontazione e polizze assicurative

Circa il 45% delle imprese intende pubblicare in futuro rapporti ESG, sebbene solo l’11% lo faccia attualmente, principalmente per mancanza di competenze e alti costi. Inoltre, il 67% delle PMI è consapevole dell’obbligo, entro la fine del 2024, di disporre di una copertura assicurativa contro eventi catastrofici; il 49% ha già attivato una polizza e il 40% ha intenzione di farlo.

Il burnout è la causa principale del turnover tra i professionisti InfoSec 

La crescente complessità nel panorama delle minacce informatiche e la persistente carenza di competenze rendono difficile per le aziende reclutare e trattenere professionisti esperti di InfoSec.

La domanda di esperti in cybersecurity supera infatti di gran lunga l’offerta, portando a tempi di selezione più lunghi e tassi di turnover elevati. Le posizioni junior nel settore cybersecurity vengono generalmente coperte entro sei mesi (70%), mentre solo il 3% delle aziende impiega più di un anno. Al contrario, il reclutamento per le posizioni senior è molto più impegnativo. Oltre la metà delle aziende (58%) ci mette tra i quattro e i nove mesi per trovare candidati idonei, mentre il 36% più di nove mesi. Solo il 6% riesce a coprire queste posizioni tra uno e tre mesi.

Ma come evidenzia un recente studio di Kaspersky, il burnout tra i professionisti della sicurezza informatica è una delle principali cause di turnover.

I motivi delle dimissioni

Le principali ragioni per cui i professionisti InfoSec lasciano il proprio impiego sono legate a problematiche personali e lavorative. I professionisti senior citano spesso anche la necessità di sviluppo continuo delle competenze e la frustrazione per la mancanza di opportunità di lavorare con tecnologie e strumenti aggiornati.

L’insoddisfazione professionale è la causa principale delle dimissioni, con il 59% che indica la mancanza di opportunità di crescita come motivo determinante. Anche la scarsa qualità del supporto manageriale e la monotonia lavorativa sono fattori rilevanti, causando rispettivamente l’abbandono del 50% e del 49% dei professionisti. Altri elementi che causano il turnover includono alti livelli di stress e politiche lavorative poco flessibili.

Uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale

Il burnout è un problema critico per i professionisti InfoSec, ed è spesso legato al modo in cui un’azienda gestisce i propri sistemi di cybersecurity.
Il burnout non è solo il risultato di eventi stressanti o di lunghi orari di lavoro, ma uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato da stress cronico e ripetuto.

Chi ne soffre spesso avverte che nulla funziona correttamente e che gli sforzi non portano risultati.
Questo stato, aggravato dalla monotonia lavorativa e dalla continua sorveglianza degli avvisi di sicurezza, può compromettere gravemente sia la vita personale sia quella professionale.

Il ruolo fondamentale dell’automazione

Il burnout si sviluppa in modo graduale e subdolo, ingannando spesso i professionisti, che si abituano a vivere in uno stato di stress costante, considerandolo normale. Questo rende difficile riconoscerlo e affrontarlo in modo tempestivo.
Per prevenire il burnout, le aziende devono ripensare la gestione dei team InfoSec, alleviando lo stress e offrendo supporto adeguato.

L’automazione gioca un ruolo fondamentale in questo contesto, riducendo il carico di lavoro legato ad attività ripetitive, come il monitoraggio degli avvisi, l’analisi dei log e la gestione delle minacce di basso livello.
Ciò consente ai professionisti di concentrarsi su compiti più complessi e stimolanti, migliorando così la soddisfazione lavorativa e favorendo la crescita professionale.

L’AI spinge il mercato Cloud italiano, raggiunti 6,8 miliardi di euro

Il mercato del Cloud italiano, grazie all’Intelligenza artificiale, cresce del +24% rispetto al 2023, segnando un valore di 6,8 miliardi di euro.
Si tratta dell’incremento più alto registrato negli ultimi 6 anni, superiore anche a quello del 2020 caratterizzato dai lockdown, quando aveva toccato il +20%.

In continuità con gli scorsi anni, a farla da padrone anche nel 2024 è il Public & Hybrid Cloud, che evidenzia la dinamica di crescita più significativa.
In questo comparto è da rilevare il sorpasso dei servizi infrastrutturali (Infrastructure As-A-Service – IaaS) sui servizi Software (SaaS), storicamente i più rilevanti nella spesa delle imprese.
Emerge dalla quattordicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano,

Analisi della spesa

La componente Public & Hybrid Cloud registra una spesa di 4,8 miliardi di euro, +30% sul 2023. Il Virtual & Hosted Private Cloud, cioè i servizi infrastrutturali residenti presso fornitori esterni, raggiunge invece 1,139 miliardi (+10%) mentre la Data Center Automation, ossia la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, cresce del +9% (817 milioni).

All’interno del Public & Hybrid Cloud, lo IaaS tocca 2,1 miliardi (+42%), posizionandosi per la prima volta come componente principale nel mix complessivo (44%). A guidare, sono i servizi infrastrutturali di computazione, con un forte incremento registrato nella spesa delle Virtual Machine per ambienti di sviluppo, test e produzione, che riflette come le aziende scelgano il cloud come infrastruttura su cui sperimentare, e poi costruire, le applicazioni, soprattutto quelle più innovative.

Le Pmi

Segno più anche per il Platform-as-Service (PaaS), che registra una crescita del +23% (845 milioni), spinto dall’utilizzo di componenti di AI quali, ad esempio, gli LLM messi a disposizione tramite API.

Crescita superiore alla media anche per la spesa in Serverless Computing per una maggiore efficienza nella gestione dei sistemi informativi. Quanto al SaaS, registra +21% (1,8 miliardi). Una dinamica di crescita ancora una volta legata alla possibilità di accedere a tecnologie di AI, sia con l’acquisto di software pronti all’uso sia con l’integrazione di funzionalità di AI nelle piattaforme di gestione documentale e collaboration.

Nel 2024, meno investite dall’hype generativo, le Pmi, per le quali l’adozione del Cloud rimane stabile (67%), ma cresce la spesa in Public e Hybrid Cloud (+21%, 581 milioni).

Le grandi imprese

L’84% delle grandi imprese ha migrato in Cloud la totalità dei dati critici legati alle attività di core business (32%) o almeno una parte (52%). Il livello di fiducia da parte delle aziende si evince dalla propensione pressoché nulla a far ricorso alla cosiddetta ‘repatriation’, il trasferimento di dati e applicazioni dal cloud pubblico a sistemi on-premise o privati (2%).

Il 58% delle grandi organizzazioni, però, riscontra difficoltà nel controllare e governare la spesa dei servizi. Resta centrale anche il tema delle competenze (il 54% non dispone di skill adeguate) e della gestione della sicurezza (43%).

Supply Chain Planning: a che punto sono le imprese italiane?

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano.: l’80% delle imprese italiane end-user applica specifici KPI per la valutazione delle prestazioni della propria supply chain, ma solo il 33% del campione misura un numero sufficiente di KPI tecnici ed economici. E solo l’11% dimostra un grado elevato di maturità, con un sistema dedicato e in grado di tracciare efficacemente tutti i segnali, anche deboli.

Per rispondere tempestivamente ai continui cambiamenti dei mercati è necessario disporre di un sistema efficace di monitoraggio dello ‘stato’ e delle prestazioni della supply chain.
Le imprese italiane sembrano essere consapevoli di questa esigenza, ma solo una su dieci ha un sistema di monitoraggio completo e sistematico.

La distanza tra le possibilità offerte dalla tecnologia e le pratiche reali

Nell’evoluzione dei processi di configurazione e pianificazione della Supply Chain è cruciale il ruolo del digitale. Il 67% delle grandi aziende e il 54% delle Pmi hanno ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain digitale, ma la maggior parte delle imprese non adotta nemmeno tecnologie disponibili da decenni come MRP, DRP o Advanced Planning e Scheduling, e continua a operare in manuale su semplici fogli di calcolo.

“Emerge una distanza tra le possibilità oggi offerte dalla tecnologia e dalla conoscenza manageriale codificata e le pratiche reali delle aziende – afferma Andrea Sianesi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Si evidenzia una carenza di cultura del dato e del disegno end-to-end del flusso applicativo, insieme a modelli di ottimizzazione ancora limitati, a causa della grande complessità di gestione e a una certa ‘resistenza culturale’ al cambiamento”.

La maturità gestionale di grandi imprese e Pmi

Se un quinto circa delle Pmi (21%) non riconosce ancora la necessità di ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain, nelle grandi imprese, questa mancanza di riconoscimento è molto meno diffusa (9%), a indicare una maggiore maturità gestionale.
L’assenza di tali ruoli in alcune organizzazioni può indicare una bassa maturità organizzativa, o essere l’effetto di una resistenza al cambiamento.  

“Le grandi imprese hanno bisogno di una pianificazione formale della supply chain per gestire la loro maggiore complessità e ottimizzare costi e risorse – conferma Roberto Cigolini, Direttore dell’Osservatorio -. Nelle Pmi, invece, la gestione della supply chain risulta meno strutturata e dipende meno da ruoli formali. Pertanto, la priorità attribuita a questi ruoli può essere naturalmente diversa: per le grandi imprese è fondamentale per mantenere competitività ed efficienza, mentre per le Pmi potrebbe non essere una priorità immediata”.

Occorre ridisegnare e adattare continuamente i processi

“Oggi parlare di una supply chain digitale significa considerare non solo un percorso tecnologico, ma anche organizzativo, per inserire nelle imprese nuove competenze di ri-disegno e adattamento continuo dei processi in relazione alle capacità crescenti della tecnologia – aggiunge Alessandro Perego, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Per essere competitive in uno scenario incerto, oggi, alle imprese italiane non basta essere innovatori nel prodotto, nel design, nelle tecnologie o nella qualità, serve diventare dei ‘naviganti esperti’ nei flutti globali delle catene del valore, con i migliori strumenti digitali e le migliori competenze”.