Nel 2024 il Fashion online (+12,5%) vale 4 volte il Retail (3%)

Secondo l’undicesima edizione di Netcomm Focus Fashion & Lifestyle (“Leading customer experience: esperienze aumentate, personalizzate, live e omnicanale”) a livello mondiale il 31% dei ricavi del settore Fashion arriva dagli acquisti online, con le spese da mobile che pesano più della metà (63%) per abbigliamento, accessori e calzature.
In Italia le aziende stanno stanziando ingenti investimenti per migliorare l’esperienza di acquisto online, puntando in particolare sull’ampia scelta e l’acquisto facile, veloce ed efficiente.

Nella macrocategoria abbigliamento, calzature, gioielli e accessori, il primo driver di acquisto è infatti l’assortimento (38%), seguito da prezzo/spese di consegna (35,6%), politica dei resi (26,9%), semplicità, velocità ed efficienza dell’acquisto (27,7%), con la consegna tramite Home Delivery preferita dal 76,6% degli utenti.
Di fatto, nel 2024 il canale online della moda cresce del 12,5%, quattro volte l’offline (+3%).

Lusso: calano le vendite 

Nel primo semestre 2024 i ricavi dei brand di lusso evidenziano un calo delle vendite di oltre il 10% rispetto all’anno precedente.
I consumatori del lusso ‘beyond money’ nel settore Fashion, che superano la soglia di spesa di 50mila euro annui, sono raddoppiati tra il 2013 e il 2023, e con loro anche la percentuali di spending.

Il calo delle vendite è registrato invece tra gli acquirenti di lusso ‘aspirazionali’, che rimangono sotto la soglia di spesa di 5mila euro.
Di conseguenza, esiste uno sbilanciamento tra numero di acquirenti e ricavi del settore, dove lo 0,5% dei clienti determina il 25% dei ricavi, mentre il 96% ne determina il 63%.

Dal marketplace al Second Hand: l’innovazione dei canali

In Europa il 29% delle vendite Fashion online passa dai marketplace, e l’Italia, insieme al Belgio, registra il maggior numero di vendite tramite questo canale. Anche il Social Commerce si configura un asset rivoluzionario per il settore moda. Nel 2024 le vendite tramite social sono aumentate notevolmente, e TikTok nel Regno Unito detiene già l’1,4% del mercato fashion online.
Altro elemento cruciale nella fase di pianificazione strategica di sourcing, produzione e marketing, è la sostenibilità.

Oggi il contrasto tra modelli di business (Second Hand vs Fast Fashion) è sempre più evidente, con il Second Hand che prende piede ovunque e ha il suo apice di crescita e diffusione in Francia, dove registra il 18,1% delle vendite online (Italia, 8,6%).

L’AI supporta i digital retailer 

In Italia molte aziende del settore Fashion stanno progressivamente integrando le tecnologie AI. Ad esempio, nell’ambito della messa a punto di Intelligent Stores, modelli di business basati su decentramento, ottimizzazione e trasparenza.
I retailer italiani stanno già sfruttando l’AI per ottenere una visione approfondita di prestazioni e tendenze di consumo, ottimizzare le strategie pubblicitarie, gestire l’inventario e supportare l’interazione con i clienti.

Ma l’AI costituisce anche un elemento di supporto nella gestione della catena di approvvigionamento, e l’utilizzo di algoritmi può essere finalizzato alla personalizzazione delle campagne marketing.
Inoltre, l’impiego di realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR) consente di rivoluzionare l’esperienza di shopping riducendo il tasso dei resi.

Illegalità ambientali: sulle coste italiane aumentano di quasi il 30%

Insieme alle violazioni amministrative, la media del numero di illegalità ambientali su coste e mari italiani è di 8,4 illeciti per km di costa, uno ogni 119 metri.
Nel 2023 sono stati 22.956 i reati accertati dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto, +29,7% rispetto al 2022. I più diffusi sono il ciclo illegale del cemento (10.257 reati, +11,2% vs 2022), ciclo illegale dei rifiuti e mare inquinato (6.372, +59,3%) e pesca illegale (4.268 illeciti penali, +11,3%).

Ma c’è anche la violazione delle normative che regolano la nautica da diporto: 2.059 illeciti penali accertati nel 2023, + 230% rispetto al 2022. 
A delineare questo scenario è il report Mare Monstrum 2024 presentato da Legambiente alla vigilia del 14e° anniversario dell’uccisione a Pollica (SA) del sindaco pescatore Angelo Vassallo. 

Un reato su due in Campania, Sicilia, Puglia, Calabria

Se sono 25.545 le persone denunciate nel 2023 (+43% vs 2022) cresce, però, l’efficacia dell’azione repressiva, come dimostra il numero di persone arrestate (204, +98,1%) e quello dei sequestri, pari a 4.026 (+22,8%).

Un reato su due (50,3%) si concentra in Campania (3.095 illeciti penali), Sicilia (3.061), Puglia (3.016) e Calabria (2.371), che guidano nell’ordine, come numeri assoluti, la classifica regionale, seguite da Lazio (1.529 reati) e Toscana (1.516).
La regione delle Marche è, invece, la prima come numero di illeciti complessivi per km di costa (38,9), seguita da Friuli-Venezia Giulia (31,9) e Basilicata (30,9).

Ciclo illegale del cemento, un fenomeno devastante per lo sviluppo del Paese

“Il ciclo illegale del cemento rappresenta la quota più significativa dei reati ambientali analizzati anche in questa edizione di Mare Monstrum, a causa, principalmente, della miriade di abusi edilizi che continuano a sfregiare l’Italia – commenta Enrico Fontana, responsabile Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente -. Un fenomeno devastante per lo sviluppo sociale, ambientale ed economico dell’intero Paese, che colpisce principalmente il Sud, in particolare le regioni a tradizionale insediamento mafioso, e le aree costiere, le perle estive del Belpaese, e su cui bisogna intervenire con una mano decisa e con abbattimenti non più rimandabili. L’abusivismo edilizio lungo le coste, inoltre, fa da moltiplicatore dei fenomeni d’inquinamento, a causa degli scarichi diretti in mare degli immobili costruiti illegalmente”.

Le proposte di Legambiente

“La nostra associazione, da sempre impegnata in attività di monitoraggio e di volontariato, come quelle svolte grazie a Goletta verde, alle indagini Beach litter e alla campagna ‘Spiagge e fondali puliti’, avanza dieci proposte a Parlamento e Governo per tutelare in maniera più efficace lo straordinario patrimonio ambientale marino del Belpaese – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -. Bisogna potenziare l’attività di demolizione degli immobili abusivi, e non prevedendo nuovi condoni, ammodernare e completare il sistema di fognature e depuratori, potenziare l’economia circolare e prevedere sanzioni più severe per la pesca illegale”.

Le “ransomware gang” usano tattiche estreme per costringere le aziende a pagare

È quanto emerge dal nuovo rapporto sul dark web di Sophos, dal titolo Turning the Screws: The Pressure Tactics of Ransomware Gangs: i criminali informatici stanno utilizzando i dati rubati alle aziende per aumentare la pressione su chi si rifiuta di pagare.

In particolare, le ransoware gang si servono di tattiche estreme come la condivisione dei dettagli di contatto, o il doxing di membri della famiglia degli AD e dei proprietari delle aziende prese di mira, con la minaccia di riferire alle autorità qualsiasi informazione su attività commerciali illegali scoperta nei dati rubati.
“Questi tentativi –  spiega Christopher Budd, direttore della ricerca sulle minacce di Sophos – aumentando la pressione sulle aziende affinché paghino e potenzialmente aggravano il danno reputazionale di un attacco”.

“Spostare la  colpa dell’attacco ai responsabili aziendali”

Nel rapporto, Sophos X-Ops condivide i post trovati sul dark web che mostrano come gli autori di attacchi ransomware si riferiscano ai loro obiettivi come ‘irresponsabili e negligenti’, e in alcuni casi, incoraggino le singole vittime le cui informazioni personali sono state rubate a intraprendere una causa contro il loro datore di lavoro.

“Nel dicembre 2023, sulla scia della violazione del casinò MGM, Sophos ha iniziato a notare la propensione dei cybercriminali a sfruttare i media come strumento da utilizzare non solo per aumentare la pressione sulle vittime, ma anche per prendere il controllo della narrazione e spostare la colpa dell’attacco – continua Budd -. Stiamo anche notando che sempre più spesso i criminali informatici individuano i leader aziendali che ritengono ‘responsabili’ dell’attacco ransomware presso le aziende prese di mira”. 

Estorcere dati sempre più sensibili

Sophos X-Ops ha anche trovato diversi post di autori di attacchi ransomware che descrivono i loro piani di ricerca di informazioni all’interno dei dati rubati, informazioni da utilizzare come leva se le aziende non pagano. 

Questi messaggi si allineano a una tendenza più ampia dei criminali che cercano di estorcere alle aziende dati sempre più sensibili relativi a dipendenti, clienti o pazienti. Tra questi dati, cartelle cliniche, cartelle cliniche di bambini, ‘informazioni sui problemi sessuali dei pazienti’ e ‘immagini di pazienti nudi’.

Obiettivo: massimizzare i danni

“Le gang di cybercriminali autrici di attacchi ransomware stanno diventando sempre più invasive e audaci su come e cosa colpire. Per aggravare la pressione sulle aziende, non si limitano a rubare i dati e a minacciare di diffonderli, ma li analizzano attivamente per massimizzare i danni e creare nuove opportunità di estorsione – ha aggiunto Budd -. Ciò significa che le organizzazioni non devono preoccuparsi soltanto dello spionaggio aziendale e della perdita di segreti commerciali o di attività illegali da parte dei dipendenti, ma anche dei danni collaterali di questi cyberattacchi”.

Cloud: garantire la sicurezza dei workload è fondamentale 

Quali sono le sfide significative che le aziende devono affrontare nella gestione dei workload cloud?
Secondo la ricerca congiunta di Kaspersky e ISG, intitolata ‘Alleviare le difficoltà di migrazione al cloud con una solida sicurezza hybrid-cloud e container’, il 96% delle organizzazioni dichiara di utilizzare attualmente, o di avere in programma di utilizzare, tecnologie cloud-native, come K8, Docker e service mesh nei prossimi due anni. E per il 48% delle organizzazioni la sicurezza dei dati e la conformità rimangono tra le principali sfide da affrontare quando si opera in ambienti cloud ibridi.

Con la crescente migrazione delle aziende verso il cloud, garantire la sicurezza dei workload è diventata una priorità fondamentale. Nonostante il cloud computing introduca numerosi vantaggi alle aziende, presenta infatti anche sfide uniche, che possono esporle a rischi significativi.

Configurazioni errate e controlli di accesso mal gestiti

L’implementazione di solide pratiche di crittografia, a riposo o in transito, può proteggere i dati sensibili. L’utilizzo di solidi protocolli di crittografia garantisce, che anche se i dati vengono intercettati o recuperati senza autorizzazione, rimangano illeggibili e sicuri.
Inoltre, l’impiego di rigorosi controlli di accesso e il monitoraggio delle attività degli utenti possono aiutare a rilevare e prevenire le violazioni dei dati.

Gli strumenti di cloud security posture management (CSPM) possono automatizzare il rilevamento e la correzione delle configurazioni errate negli ambienti cloud. L’esecuzione regolare di controlli di sicurezza e l’applicazione del principio del minimo privilegio, possono garantire che solo il personale autorizzato abbia accesso a risorse specifiche, riducendo così il rischio di vulnerabilità legate a configurazioni errate.

Minacce interne, API e interfacce non sicure

Per mitigare le minacce interne, le organizzazioni devono implementare solidi sistemi di monitoraggio e registrazione che tengano traccia delle attività degli utenti e rilevino modelli di comportamento insoliti
Programmi di formazione completi per gli utenti possono aumentare la consapevolezza delle best practice di sicurezza e del potenziale impatto delle minacce interne. Anche l’aggiornamento e l’applicazione regolare delle policy di sicurezza aiutano a minimizzare i rischi posti da insider malintenzionati o negligenti.

Inoltre, garantire la sicurezza delle API e delle interfacce è fondamentale per proteggere i workload del cloud. Ciò può essere ottenuto adottando pratiche di codifica sicure, testando regolarmente le API per individuare eventuali vulnerabilità e impiegando gateway API per monitorare e controllare il traffico API.

Mancata comprensione del modello di responsabilità condivisa

La difesa dalle APT richiede un approccio alla sicurezza su più livelli. Le organizzazioni dovrebbero implementare soluzioni avanzate di rilevamento e risposta alle minacce che sfruttino l’apprendimento automatico e lAI per identificare e mitigare gli attacchi sofisticati. L’aggiornamento e l’applicazione regolare di patch ai sistemi e l’esecuzione di esercizi di threat hunting possono rafforzare ulteriormente le difese contro le APT.

La comprensione del modello di responsabilità condivisa è poi essenziale per garantire una sicurezza cloud completa. Le organizzazioni devono delineare chiaramente le responsabilità di sicurezza tra loro e i fornitori di servizi cloud. Una comunicazione e una collaborazione regolari con i fornitori di servizi cloud possono garantire che tutti gli aspetti della sicurezza siano coperti, e non vi siano lacune nella protezione.

Sostegno a professionisti e imprenditori under35 del Centro Nord: come averlo?

È denominata Autoimpiego Centro-Nord Italia ed è la misura rivolta agli under35 svantaggiati residenti nel Nord e Centro Italia. 
Il provvedimento, contenuto nel decreto Coesione convertito in legge 95 2024, prevede contributi a fondo perduto per un totale di finanziamenti pari a 30,5 milioni di euro per l’anno 2024, e 274,5 milioni per il 2025.

L’obiettivo, spiega la CGIA Mestre, è finalizzato a sostenere l’avvio di attività imprenditoriali e professionali da parte di giovani in condizioni di marginalità, vulnerabilità sociale e discriminazione, inoccupati, inattivi e disoccupati, ma anche beneficiari di ammortizzatori sociali del programma Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL). 

Nuove attività individuali o collettive

Potranno essere oggetto di contributo le nuove attività di lavoro autonomo, imprenditoriali e libero-professionali, comprese quelle che prevedono l’iscrizione a ordini o collegi professionali, sia in forma individuale mediante apertura di partita IVA, sia in forma collettiva mediante costituzione di società cooperativa, società in accomandita semplice, società in nome collettivo, società a responsabilità limitata o società tra professionisti.

Gli interventi ammissibili al finanziamento riguardano la formazione e l’accompagnamento alla progettazione preliminare, e il tutoraggio relativi all’avvio di attività imprenditoriali e libero-professionali. 

Contributi fino al 65% dell’investimento

Sono previsti anche specifici incentivi in regime de minimis, quali un voucher di avvio fino a 40.000 euro, un contributo a fondo perduto fino al 65% dell’investimento (per programmi di spesa fino a 120.000 euro) e un contributo a fondo perduto fino al 60% dell’investimento (per programmi di spesa tra 120.000 e 200.000 euro).

Per i termini, i criteri e le modalità di finanziamento delle iniziative ammissibili dovrà essere emanato un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro per gli affari europei, da emanarsi entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto, quindi entro il 6 ottobre 2024.

Possono accedere anche gli iscritti al GOL

La norma prevede che i disoccupati iscritti al programma GOL, beneficiari della nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego, possano accedere anche alle nuove misure di sostegno solo in caso di richiesta di erogazione del trattamento di disoccupazione in unica soluzione, al fine di utilizzarli come capitale d’avvio da conferire nelle iniziative finanziate.

Occorre cioè rinunciare al pagamento dell’indennità mensile e presentare richiesta di accredito in un’unica soluzione. 
Invece c’è la piena compatibilità con le nuove misure di sostegno nel caso in cui il soggetto beneficiario sia contemporaneamente beneficiario del Supporto per la formazione e il lavoro (articolo 12 del decreto-legge 4 maggio 2023), che prevede una specifica indennità economica, comunque compatibile e cumulabile anche con i nuovi sostegni all’autoimpiego.

Medie imprese: percezione dei rischi e strategie di innovazione

Una realtà produttiva composta nel 2022 da poco più di 4.000 aziende, che da sole rappresentano il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana, il 15% del suo valore aggiunto, il 14% delle esportazioni e il 13% degli occupati totali. Sono le medie imprese, la punta di diamante della manifattura italiana.
Tra il 2019 e il 2021 hanno registrato un aumento medio del 5,6% del fatturato contro il +4% del resto delle manifatturiere, del +4,6% delle esportazioni, contro il +4,2%, e del +1,1% della forza lavoro (vs +0,01%).
Nel 2022 la crescita è proseguita, a conferma di un trend che dura da 27 anni.

È quanto emerge dal XXIII Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e nel report ‘La competitività delle medie imprese tra percezione dei rischi e strategie di innovazione’, realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere. 

Avanti con la transizione digitale e green

Le medie imprese sono poi già avanti sul cammino della transizione digitale: l’82,6% dal 2021 al 2026 ha investito o investirà in tecnologie 4.0, il 37,9% adotterà l’AI nei prossimi tre anni, soprattutto per migliorare l’efficienza interna, e il 69,6% ha investito o investirà nelle tecnologie green.
Dopo un 2023 all’insegna della stabilità (+0,1% le vendite), per quest’anno le attese sono di un calo del -1,2%, ma alcune medie imprese rimangono ottimiste. Quelle che operano nell’alta gamma, ovvero il 37,1% del totale, stimano una crescita delle vendite nell’ordine del +1,8% in linea con il 2023.

Mismatch tra domanda e offerta di lavoro, riduzione dei margini, competizione sui prezzi, approvvigionamento delle materie prime sono tra le principali difficoltà lamentate. Anche per questo, una media impresa su due chiede all’Unione Europea di garantire la sicurezza energetica.

Obiettivi chiari contro l’incertezza del momento

“L’incertezza del momento impone alle medie imprese obiettivi chiari e selettivi, ad esempio in termini di posizionamento su mercati e linee di prodotto – spiega Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Area Studi Mediobanca -. Ciò richiede capitale umano di qualità, arduo da reperire e trattenere, una difficoltà che, un po’ sorprendentemente, riguarda anche i siti produttivi all’estero. L’AI, sotto questo profilo, interviene come possibile fattore mitigante e si sta facendo strada nelle agende degli imprenditori, ma a sua volta richiede competenze specialistiche”.

Realtà radicate sul territorio

“Il territorio ancora oggi continua a essere un importante fattore di accumulazione e di know-how anche per le medie imprese, al punto che oggi più del 40% di queste aziende ha sede nei distretti industriali o in sistemi produttivi locali – sottolinea Giuseppe Molinari, Presidente del Centro Studi Tagliacarne -. Pur trattandosi di realtà molto aperte ai mercati internazionali, dove esportano il 42% del fatturato, la base produttiva resta radicata ai territori di origine. Solo l’11% delle medie imprese disloca, infatti, la produzione all’estero, e una grande maggioranza preferisce rifornirsi da suppliers nazionali, a testimonianza della forte affidabilità e reputazione, che anche per queste aziende, riveste la componentistica italiana”. 

Italia, quali sono i laureati più ricercati dalle aziende?

Dopo l’esame di maturità, molti giovani si trovano a dover scegliere se proseguire gli studi universitari. Per fare la scelta migliore, è fondamentale considerare le opportunità offerte dal mercato del lavoro per i laureati dei diversi indirizzi. Nel 2023, le imprese italiane dell’industria e dei servizi hanno pianificato di assumere oltre 768mila laureati, pari al 13,9% del totale dei 5,5 milioni di contratti di lavoro programmati. Tuttavia, le imprese hanno difficoltà a trovare quasi un laureato su due, ovvero 376mila figure.

Lauree più richieste: economia e ingegneria

Secondo il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il corso di laurea più richiesto dalle imprese nel 2023 è quello economico, con 223mila contratti programmati. Segue l’insieme degli indirizzi di ingegneria, con una richiesta complessiva di 162mila profili. Di questi, 53mila sono in ingegneria industriale, 49mila in ingegneria civile e architettura, 45mila in ingegneria elettronica e dell’informazione e 15mila in altri indirizzi di ingegneria.

Altri indirizzi richiesti includono insegnamento e formazione (117mila), sanitario e paramedico (62mila) e scientifico-matematico-fisico-informatico (56mila).

Gap di offerta e di competenze

Le imprese incontrano difficoltà nel reperire laureati, in particolare uno su due, con 376mila entrate previste nel 2023 (49% delle entrate di laureati). Questa situazione, già complessa nel 2019, quando riguardava un laureato su tre, è peggiorata. Nel 62,9% dei casi, il problema è il “gap di offerta”, ovvero un numero ridotto di candidati disponibili, soprattutto in indirizzi come statistico, sanitario, paramedico, medico e odontoiatrico e chimico-farmaceutico. Le difficoltà legate al “gap di competenze”, ovvero una formazione non adeguata, sono indicate nel 29,3% dei casi.

I candidati introvabili  

Le professioni che le imprese fanno più fatica a reperire riguardano l’ambito ingegneristico, medico-paramedico e scientifico. Tra le figure “introvabili” si trovano ingegneri elettrotecnici (90,6%), ingegneri dell’informazione (80,7%), professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche (80,3%), tecnici gestori di reti e sistemi telematici (74,5%), farmacisti (73,1%), specialisti in terapie mediche (71,4%), medici generici (70,9%) e progettisti e amministratori di sistemi (69,8%).

Positivo il tasso di occupazione

L’indagine di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati fornisce indicatori utili per comprendere il mercato del lavoro dei laureati. Nel 2022, il tasso di occupazione a un anno dal conseguimento del titolo è del 75,4% tra i laureati di primo livello e del 77,1% tra i laureati di secondo livello, confermando un trend positivo rispetto agli anni precedenti. A cinque anni dalla laurea, il tasso di occupazione sale al 92,1% per i laureati di primo livello e all’88,7% per quelli di secondo livello.

Tassi di occupazione elevati si registrano per gli indirizzi di ingegneria elettronica e dell’informazione (96,2%), statistica (95,8%), ingegneria industriale (95,6%) e nell’area scientifica, matematica, fisica e informatica (92,6%).

Anche WhatsApp “parlerà” con l’IA: cosa cambia per aziende e utenti?

Meta sta portando WhatsApp a un nuovo livello di interazione utente attraverso l’integrazione di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale (IA). Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha infatti annunciato che saranno presto disponibili sulla piattaforma nuovi strumenti di IA. Questi aggiornamenti, riferisce Adnkronos, sono pensati per rivoluzionare sia il servizio clienti per le aziende sia l’accessibilità all’informazione per gli utenti. Un particolare focus è posto sull’integrazione della pubblicità all’interno di WhatsApp, simile a quanto già avviene su Instagram e Facebook, utilizzando la potenza dell’IA.

Il lancio globale dopo la fase di test 

I primi paesi a sperimentare queste innovazioni saranno Colombia, Indonesia, India e Brasile. Il feedback ricevuto da questi mercati sarà cruciale per perfezionare le funzionalità in vista di un rilascio globale. WhatsApp sta anche sviluppando strumenti che permetteranno agli utenti di creare contenuti visivi più creativi direttamente all’interno dell’app.

Quali vantaggi per le aziende?

Le nuove capacità di IA su WhatsApp promettono significativi vantaggi per le operazioni aziendali, soprattutto nei servizi clienti e nella gestione della pubblicità. L’IA consentirà alle aziende di automatizzare e migliorare il servizio clienti, rispondendo alle richieste degli utenti in modo più rapido ed efficiente. Inoltre, l’integrazione della pubblicità tramite IA permetterà una gestione più mirata e personalizzata delle campagne, aumentando così il ritorno sull’investimento.

E per gli utenti? 

Per gli utenti individuali, l’introduzione di funzionalità di IA potrebbe tradursi in un’esperienza più ricca e personalizzata. L’IA potrà fornire risposte più pertinenti e tempestive alle domande degli utenti e offrirà nuovi strumenti creativi per la produzione di contenuti. Questi miglioramenti renderanno l’interazione con WhatsApp più dinamica e coinvolgente.

Qualche nube sulla privacy

Recentemente, Meta è stata criticata per l’annuncio di utilizzare i dati personali degli utenti per l’addestramento dell’IA senza il loro consenso esplicito. La nuova politica di privacy di Meta, che entra in vigore il 26 giugno, permetterà all’azienda di utilizzare post personali, immagini private e dati di tracciamento per lo sviluppo dell’IA. Questo cambiamento ha sollevato preoccupazioni tra gli utenti riguardo alla protezione dei loro dati personali.

Conclusioni

Le nuove funzionalità di IA su WhatsApp rappresentano un importante passo avanti nell’evoluzione della piattaforma, offrendo vantaggi significativi sia per le aziende sia per gli utenti individuali. Tuttavia, la gestione dei dati personali rimane un tema delicato che Meta dovrà affrontare con attenzione per mantenere la fiducia degli utenti. Con un’attenta implementazione e ascoltando il feedback dei primi mercati, WhatsApp potrebbe davvero trasformare il modo in cui interagiamo con la messaggistica e l’advertising digitale.

Risolvere la crisi d’impresa nel minor tempo possibile? Si può, con la composizione negoziata

Sono sempre di più le imprese che ricorrono alla composizione negoziata per risolvere la crisi, probabilmente anche per la sua maggior rapidità. Infatti, ci si mette decisamente meno tempo, e in un caso su 5, si raggiunge l’obiettivo di salvare l’impresa e i suoi lavoratori dal fallimento.

Al 15 maggio, le istanze di composizione negoziata erano 1.450, 413 in più rispetto a quelle censite a novembre 2023. Una crescita rispetto al semestre precedente di oltre il 50 %, 413 istanze contro 270. Inoltre, il tempo trascorso tra la data di presentazione dell’istanza di composizione negoziata e la chiusura del procedimento in media è stato di circa 250 giorni, 357 giorni per quelle chiuse con successo e 227 per quelle archiviate con esito sfavorevole
I dati dell’Osservatorio di Unioncamere sulla composizione negoziata mostrano come questa procedura sia più rapida del ricorso al Tribunale, e risulti più efficace se più tempestiva.

Più utilizzata da manifattura e costruzioni

La fase giudiziale di un concordato preventivo concluso con successo dura in media circa 520 giorni e il maggior numero delle istanze proviene dalla Lombardia (23%) e dal Lazio (12%).

La composizione negoziata è relativamente più utilizzata dalle imprese della manifattura e delle costruzioni. Delle 1.450 imprese che hanno avuto accesso allo strumento, il 6% appartiene alla categoria ‘sottosoglia’, il 9% a un Gruppo, il 22% ha manifestato l’esigenza di ricorrere a nuove risorse finanziarie e il 76% ha richiesto l’applicazione delle misure protettive del patrimonio.
Sul totale delle 1.450 istanze presentate, 831 risultano archiviate, di cui circa il 18% (153) con esito favorevole, mentre 87 istanze sono state rifiutate, e oltre 500 sono in fase di gestione. 

Aumentano le chiusure positive

Il dato delle chiusure positive è di gran lunga aumentato nel corso dell’ultimo anno, e soprattutto, ha interessato imprese di dimensioni più significative, in termini di lavoratori impiegati (55 contro 45 in media) e attivo di bilancio (+48%) rispetto a quelle che hanno concluso la composizione con insuccesso.

Oltre a essere più grandi, le imprese che portano a termine con successo la composizione negoziata hanno affrontato la crisi dell’impresa in maniera più tempestiva. In generale, rispetto alle più diffuse procedure concorsuali, alla composizione negoziata accedono in prevalenza imprese che affrontano la crisi più celermente.

In media la sofferenza dura da 17,6 mesi

Le imprese in crisi ‘grave’ già prima della presentazione dell’istanza hanno minori probabilità di una conclusione favorevole del procedimento. A prescindere dall’esito della procedura, le imprese in composizione negoziata in media sono in sofferenza da 17,6 mesi, a fronte dei 30,3 di quelle in concordato e 44,7 di quelle in liquidazione giudiziale.

Quanto alle istanze archiviate con esito negativo, i dati mostrano che in circa metà dei casi le imprese non hanno avuto accesso agli altri istituti o alle procedure disciplinate dal codice della crisi, né avviato processi di scioglimento volontario.
Questo fa ritenere che tali imprese siano attualmente ancora operative.

Lavoro: perchè raddoppiano i Job Creeper?

Considerando le tre ‘dimensioni’ del benessere, fisico, psicologico e relazionale. solo il 9% degli italiani afferma di stare bene nell’impiego attuale. E appena il 5% oggi è ‘felice’ al lavoro.
Secondo i risultati dell’indagine sui lavoratori realizzata dall’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con BVA Doxa, una delle principali fonti di malessere resta l’incapacità di gestire vita lavorativa e vita privata.

In un anno, infatti, raddoppiano i Job Creeper (13% vs 6%), quelli che non riescono a smettere di lavorare e lo fanno in momenti che dovrebbero dedicare alla propria vita privata, mentre è stabile il numero dei Quiet Quitter (12%), i lavoratori che fanno il minimo indispensabile senza essere coinvolti emotivamente nelle attività che svolgono.

Infelicità e malessere portano molti a cambiare lavoro

Di fatto, nell’ultimo anno, un lavoratore su tre si è assentato almeno una volta dal lavoro per motivi di stress o ansia, ma solo un’azienda su due offre servizi a supporto.

Infelicità e malessere portano quindi molti a cambiare lavoro. Il 42% degli italiani l’ha fatto recentemente o ha intenzione di farlo a breve, e nel 2024 per la prima volta il motivo principale è la ricerca di ‘benessere fisico e mentale’ (36%).
Ma a crescere sono anche la ricerca di opportunità di carriera e di occupabilità nel medio-lungo termine.

Tra Great Resignation e mismatch

Continua così la Great Resignation, ma anche il Great Regreat, con il 56% di chi ha cambiato lavoro che negli ultimi 12 mesi si è già pentito, +37% rispetto al 2023. 

Inoltre, ben l’88% delle organizzazioni italiane fatica ad assumere nuovo personale, e in più della metà dei casi, la difficoltà è cresciuta nell’ultimo anno. Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è dovuto soprattutto alla carenza di persone con competenze tecniche (57%) e soft (36%), ma anche alla mancata corrispondenza tra quanto offerto dalle aziende e quanto desiderato dalle persone in termini di stipendio, carriera, flessibilità e stile di vita.
Insomma, il luogo di lavoro è sempre meno un posto dove le persone ‘stanno bene’.

L’impatto potenziale dell’AI generativa

Quanto alle nuove tecnologie, il 26% dei lavoratori ha già utilizzato soluzioni di AI generativa nell’ultimo anno, anche se pochi in maniera continuativa (solo il 3% ogni giorno e il 7% un paio di volte a settimana). A ben vedere, l’attività principale è stata la semplice ricerca di informazioni (31%) come una classica barra di ricerca. Ma l’impatto potenziale è alto.

Secondo i lavoratori, il 24% delle proprie attività possono essere già svolte con il supporto di soluzioni di AI generativa. E quasi uno su due è preoccupato delle conseguenze, non tanto per il rischio di perdere il lavoro (12%), ma per la possibilità che diventi più precario (26%) o che le proprie competenze siano meno rilevanti (22%).
I più ottimisti vedono nell’AI generativa un’alleata per svolgere meglio il lavoro (29%), sviluppare nuove competenze (23%) e lavorare meno (21%).