Videogiochi, cosa funziona e cosa no nel settore. L’IA piace a metà

La Game Developers Conference non è più soltanto il grande appuntamento annuale per chi fa videogiochi. Da quando è diventata GDC Festival of Gaming, è anche un luogo in cui l’industria prova a raccontarsi senza filtri. Il report State of the Game Industry 2026, pubblicato dagli organizzatori dell’evento di San Francisco e basato sulle risposte di oltre 2.300 professionisti, va esattamente in questa direzione.

Non è un semplice elenco di numeri, ma una fotografia piuttosto sincera di un settore che sta vivendo una fase complicata, fatta di cambiamenti rapidi, tensioni interne e molte domande aperte.

L’effetto dei licenziamenti 

Il tema più pesante resta quello dei licenziamenti. Negli ultimi due anni, più di un intervistato su quattro ha perso il lavoro. Negli Stati Uniti si sale a uno su tre. In metà dei casi, le aziende hanno effettuato tagli nel corso dell’ultimo anno. Gli studi AAA risultano i più colpiti, ma anche il mondo indie non se la passa meglio.

Questo clima ha un effetto diretto su chi vorrebbe entrare nel settore. Tra gli studenti di game development domina l’incertezza: il 74% teme di non trovare spazio in un mercato che offre sempre meno ruoli junior e mette in competizione giovani alle prime armi con professionisti già esperti rimasti senza impiego.

Piattaforme, motori e nuove abitudini

Dal punto di vista tecnologico, però, il settore continua a muoversi. Steam Deck entra per la prima volta nel radar del sondaggio e diventa subito una piattaforma rilevante: oltre un quarto degli sviluppatori ci lavora già. Il PC resta comunque il centro di gravità dello sviluppo futuro.

Anche sul fronte dei motori qualcosa cambia. Unreal Engine supera Unity e diventa il più utilizzato, soprattutto negli studi di medie e grandi dimensioni. Unity tiene tra gli indie storici, mentre Godot cresce lentamente tra i team più giovani e sperimentali.

Intelligenza artificiale, aumenta la diffidenza

L’intelligenza artificiale è presente, ma non convince. Più di un terzo dei professionisti la usa, soprattutto per fare ricerca, organizzare idee o velocizzare alcune attività. ChatGPT è lo strumento più diffuso. Eppure, il sentiment è peggiorato: oggi oltre la metà degli intervistati ritiene che l’IA stia facendo più danni che benefici, soprattutto tra artisti, designer e programmatori.

Alla ricerca di un nuovo equilibrio 

Il quadro che emerge non è quello di un’industria in declino, ma di un settore che sta cercando un nuovo equilibrio. E, come spesso accade, il passaggio più difficile è proprio quello in cui ci si ferma a capire chi si vuole diventare.