Quale tipo di prato scegliere per il tuo giardino?

Esistono diversi tipi di erba a disposizione per il prato del tuo giardino, ed è fondamentale scegliere la varietà corretta se vogliamo che l’erba cresca in buone condizioni. I fattori che influenzano la scelta sono diversi e devono prevalere sul nostro gusto personale.

Non possiamo piantumare un seme qualsiasi e pensare che germoglierà senza problemi, ma dobbiamo conoscere le caratteristiche del terreno quando scegliamo la varietà da seminare.

Esistono diverse varietà di erba e ognuna di esse è specifica per un clima o per un uso specifico. Se vivi in ​​una zona dove fa caldo non dovresti piantare un prato che non tollera le alte temperature, se vuoi realizzare un campo sportivo dovresti piantare erba che tollera il calpestio e se pianti in una zona che riceve poco sole dovresti scegliere un’erba adatta alle zone ombreggiate.

Di seguito accenneremo di alcuni tipi di prato che puoi trovare in fase di progettazione giardini e delle loro caratteristiche.

I tipi di prato

Quando si semina un prato naturale ci sono due fattori molto importanti da tenere in considerazione:

  • Uso: decorativo, familiare, sportivo. Se vuoi un’erba ornamentale che non calpesterai molto, puoi scegliere un’erba a lame sottili, ma l’erba di un campo sportivo deve essere resistente per sostenere i continui passi.
  • Clima: ci sono semi che crescono bene in climi freschi e umidi, altri sono adatti a climi più caldi. Devi scegliere la varietà adatta al clima in cui vivi, perchè se sbagli è possibile che dopo aver fatto il lavoro di semina non otterrai alcun risultato.
  • Acqua: ci sono varietà di erba che hanno più bisogno di acqua rispetto altre. Nei luoghi in cui le precipitazioni sono scarse sarà consigliabile scegliere una varietà a basso consumo di acqua.
  • Ombra: ci sono piante erbacee che non tollerano luoghi poco soleggiati mentre altre possono crescere bene con poche ore di sole.

Ad ogni modo ricorda che se il processo di semina e manutenzione viene eseguito correttamente, il tuo giardino apparirà verde, denso, sano e resistente esattamente come lo desideri.

Il processo di automazione nell’industria

Il processo di automazione è quell’insieme di operazioni e strategie per le quali viene ridotta la presenza di esseri umani chiamati in prima persona a dirigere le operazioni in occasione di un qualsiasi processo produttivo, e al contrario affidare tali operazioni a delle macchine che sono in grado di svolgere ogni compito in maniera molto più precisa e veloce.

Maggiore precisione e velocità di produzione

Lo scopo dunque è quello di limitare sempre di più la presenza umana in ambito produttivo sia per quel che riguardai  beni che per quanto concerne i servizi, mantenendo chiaramente inalterata la qualità o dov’è possibile aumentarla diminuendo contemporaneamente quelli che sono i costi di produzione. In particolar modo a necessitare dell’automazione sono tutti quei processi produttivi automatici che richiedono grande precisione al fine di riuscire a produrre dei pezzi di alta qualità. È questo il caso dei laser che vengono impiegati per tagliare, saldare o marcare ogni tipo di materiale in base a quella che è la richiesta del cliente.

I laser industriali

I laser industriali dunque rappresentano la tecnologia perfetta per migliorare questo processo automatizzato, diminuendo quelli che sono i costi di manodopera e produzione e andando ad aumentare la qualità e la velocità con la quale si è in grado di preparare i pezzi da commercializzare.

Dunque questo è il motivo per il quale sempre più realtà industriali decidono di adottare un laser o sostituire quello vecchio con uno di nuova generazione se lo si adopera già, riuscendo così a fornire al mercato risposte adeguate sia dal punto di vista della qualità dei singoli pezzi che della velocità di produzione ed evasione degli ordini a partire dal momento in cui un cliente manifesta la necessità di ricevere della merce.

Sul sito di  Optoprim è possibile visionare diversi modelli di laser industriali, tra i quali ci sarà sicuramente quello maggiormente in grado di soddisfare specifiche necessità legate alle esigenze produttive di ogni realtà aziendale.

Il timbracartellini Puma

Il timbracartellini Puma è un ottimo marcatempo con timbratura in colore nero a quattro colonne. Il dispositivo consente ai dipendenti di registrare il proprio ingresso o uscita dalla sede di lavoro in maniera davvero rapida e soprattutto semplice, grazie al comodo e ampio display LCD che consente di visionare in maniera chiara ed inequivocabile quello che è l’orario, nonché la data ed il giorno della settimana.

Segnalazione acustica ad ogni registrazione

Nel caso in cui il dipendente vada a timbrare l’orario di ingresso in ritardo, oppure quello di uscita in anticipo, l’orario sarà contrassegnato con un apposito asterisco, così da andare a facilitare il lavoro dell’ufficio personale che terrà conto di queste variazioni. Il display visualizza dunque sia la data che il giorno, oltre all’orario, ed effettua anche una segnalazione acustica nel momento in cui ingresso o l’uscita vengono registrati. È il dispositivo stesso a trascinare ed espellere il cartellino automaticamente per effettuare le operazioni di stampa, e riconosce automaticamente lo spazio in cui effettuare la marcatura.

Il timbracartellini Puma dispone anche una riserva di memoria tramite batteria al litio, così da continuare ad essere alimentato anche se dovesse mancare la corrente. Il suo calendario automatico consente di gestire autonomamente anche gli anni bisestili, e grazie alle apposite asole è possibile fissarlo a parete o anche sul tavolo, in base alle proprie necessità, così da rendere per i dipendenti particolarmente facili le operazioni di timbratura.

Non più code per timbrare l’ingresso o l’uscita

Si tratta di un dispositivo dal funzionamento semplice ma al tempo stesso efficace ed affidabile, che può consentire anche a diverse decine di dipendenti di timbrare in rapida sequenza il proprio ingresso o uscita dalla sede di lavoro in maniera rapida e senza andare a creare delle code. Sul suo sito ufficiale Cotini srl offre, inclusi nel prezzo del timbracartellini Puma, anche 50 cartellini ed un casellario in plastica da 5 posti. Infine, sempre sul sito ufficiale Cotini srl, è possibile visionare immagini dettagliate di questo articolo oppure anche altri modelli di timbra cartellini.

Imparare a guidare… divertendosi!

Questo blog dichiara di voler essere una sorta di TV virtuale sul mondo web delle aziende del territorio. Quindi, ciò che vogliamo fare è rimarcare quelle realtà che si contraddistinguono, in qualche modo, dalla normalità e che rappresentano un patrimonio del nostro paese. Il riferimento è al web, noi scopriamo queste aziende grazie a Google e a Internet in generale, e poi raccogliamo esperienze e commenti delle persone che hanno avuto a che fare con loro. Bene, che ne direste se esistesse qualcuno in grado di insegnarvi a guidare senza farvi minimamente farvi sentire tesi, nervosi o, peggio, insicuri di quello che state facendo? La predisposizione di Mauro e Gabriele, responsabili della scuola guida di Lissone Autoscuola Maggiolini che offre anche corsi di guida sicura, gare di regolarità e corsi di primo soccorso stradale, è proprio questa: insegnare divertendosi.

Mauro e Gabriele sono ragazzi giovani ma di enorme esperienza, ed il rapporto con lo studente viene da subito basato sull’amicizia: tuttavia, non diventa mai poco professionale, ed è questo il vero plus: l’attenzione dedicata alla fase teorica e a quella pratica ha del maniacale, ma il contesto rimane sempre piacevole e l’apprendimento graduale e senza fraintendimenti. Maggiolini poi si propone di seguirti anche dopo la patente, perchè molte sono le iniziative che un appassionato di motori come Mauro porta avanti: guardate il loro sito per scoprire qualcosa di più!

In merito proprio al loro sito, è esattamente la trasposizione della loro mentalità, moderna e aperta, verso il mondo del web: trovate anche filmati ed immagini interessanti, oltre a tutta una serie di informazioni molto utili a chi necessita di servizi quali rinnovo patenti, recupero punti, corsi ed altro. Sapendo di rivolgersi a qualcuno che si pone sul vostro stesso piano, come un aiuto costante ed amichevole che ha generato commenti estremamente positivi in tutti questi anni.

Il caffè in capsula diventa bio

Italiani sempre più attenti alla sostenibilità e all’ecologia. Anche quando si tratta del tradizionalissimo caffè. I nostri connazionali, infatti, si dimostrano disposti a mutare atteggiamenti alimentari, tanto che un italiano su due si è avvicinato al biologico. Più precisamente: nel 2017 il 47% degli italiani ha scelto biologico almeno una volta a settimana, con numeri in continua crescita che vedono le vendite di questa tipologia di prodotti aumentare del 10,5% nei primi cinque mesi del 2018. E il trend è in continua ascesa.

La tazzina di caffè con l’anima green

Proprio per soddisfare questo crescente bisogno di prodotti “green”, il bio è entrato anche nella classica tazzina di espresso. Si chiama Tierra Bio -Organic il primo caffè biologico lanciato da Lavazza per il consumo domestico: si tratta di un prodotto che proviene da piantagioni dove si pratica l’agricoltura biologica e si rispettano i principi di sostenibilità ambientale, inoltre è il primo prodotto dell’azienda torinese per il segmento domestico coltivato con certificazione Bio e certificazione Utz, a garanzia di standard qualitativi sociali e ambientali nella produzione di caffè.

“Da sempre gusto e sostenibilità fanno parte del nostro Dna – ha dichiarato Pietro Mazzà, direttore Marketing Roast & Ground di Lavazza – e sono anche i valori che contraddistinguono il nuovo ‘Tierra. Bio-Organic’, pensato per i consumi a casa, in moka e in capsule”. I chicchi di questa 100% Arabica da caffè biologico sono tostati per periodi di tempo più lunghi, utilizzando una combinazione di basse e medie temperature così da ottenere una perfetta combinazione di gusto, corpo e aroma. Le speciali note floreali e di frutta matura derivano invece dalle sue terre di origine, l’America centrale e meridionale.

Bio a modo mio

Gli amanti del caffè in tutte le sue forme, primo fra tutti il classico espresso, possono vivere comodamente a casa l’esperienza unica di questo prodotto biologico grazie alle pratiche capsule per il sistema espresso domestico Lavazza A Modo Mio. Tierra! Bio-Organic va ad arricchire l’esclusiva gamma Lavazza Tierra composta dalle monorigini Tierra Single Origins, entrambe certificate da Rainforest AllianceTM, organizzazione non governativa (ONG) il cui scopo è preservare la biodiversità e garantire condizioni di vita sostenibili ai coltivatori delle aree di produzione guidando le pratiche di uso del suolo, le pratiche commerciali e i comportamenti dei consumatori. Pensate per offrire un’esperienza superiore di gusto in un prodotto sostenibile e di alta qualità, da degustare tutti i giorni, Tierra Brasile-Cerrado e Tierra Perù-Ande racchiudono in sé l’unicità delle loro terre di origine, Brasile e Perù.

On line in sicurezza

Tutte le miscele delle capsule Lavazza a Modo Mio – comprese le classiche come Qualità Rossa, Suerte, Crema e Gusto e Dek – sono disponibili anche online su CialdaMia, il portale italiano del caffè in capsule di qualità. Inoltre, oltre alle promozioni periodiche, facendo scorta su CialdaMia si risparmia sempre. In questo modo sarà possibile concedersi a casa o in ufficio una pausa con le migliori miscele Lavazza, compresa la nuova referenza Tierra Bio -Organic. Non resta che scegliere fra i vari sapori: intenso, cremoso oppure quello più avvolgente. E per regalarsi proprio tutto, compreso il piacere di cambiare, è anche possibile fare un mix di diversi prodotti, così da assaggiare un aroma differente tutte le volte che lo si desidera.

1.382 imprese della Lombardia innovano: a loro 14 milioni di euro dal Digital business

Sono complessivamente 14 milioni di dollari i contributi che la misura Digital Business per E-Commerce e Voucher digitali I4.0 di Regione Lombardia e  Camere di Commercio lombarde ha assegnato a 1.382 micro, piccole e medie imprese della Regione. Oltre agli 11 milioni e mezzo di euro iniziali si sono sommati altri 3 milioni e 200 mila euro stanziati da Regione Lombardia per soddisfare una platea più ampia di imprese che hanno aderito ai bandi. Le MPMI ammesse al contributo per la linea Voucher Digitali I4.0 sono state 783, alle quali si sommano altre 599 imprese per la linea E-Commerce.

L’investimento economico aumenterà

A testimoniare la bontà dell’iniziativa, c’è anche la previsione di aumentare l’investimento. Come ha dichiarato Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia: “Dopo aver verificato il grande interesse per l’iniziativa abbiamo deciso di aumentare l’investimento economico per dare la possibilità al maggior numero di aziende di beneficiare di questa opportunità”. 
“La rinascita – ha commentato Lara Magoni assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda di Regione Lombardia- parte da azioni profonde e condivise che guardino all’innovazione e alla digitalizzazione. L’obiettivo è valorizzare le competenze e le professionalità delle nostre aziende, senza dimenticare la tradizione e l’operosità tipiche lombarde”.

“Impegno costante per innovazione”

“Il digitale e l’e-commerce sono sempre più utilizzati dai nostri imprenditori per rilanciare la propria attività – ha dichiarato Gian Domenico Auricchio presidente di Unioncamere Lombardia. Ne abbiamo avuto conferma dal successo riscontrato da questa misura messa in campo da Regione e dal Sistema camerale lombardo che ha visto esaurire 14 milioni di euro in poco tempo. Le Camere di Commercio lombarde con questa iniziativa confermano l’impegno costante a sostenere i processi di innovazione e digitalizzazione delle micro, piccole e medie imprese lombarde e promuovere la crescita in ottica Impresa 4.0.”

Contributi per l’e-commerce, ecco le domande ammesse per provincia

Oltre ai Voucher digitali I4.0, sono stati concessi contributi per l’e-commerce per un valore di 5.691.612,98 euro. Ecco le domande ammesse, e il relativo importo assegnato, su base provinciale: Bergamo 61 domande e € 629.752,17; Brescia 208 € 1.883.337,12; Como 14 € 108.496,00; Cremona 17 € 145.853,57; Lecco 43 € 399.358,59; Lodi 2 € 24.900,00; Monza Brianza 21 € 223.252,90; Milano 137 € 1.502.131,80; Mantova 9 € 113.693,80; Pavia 31 € 207.716,71; Sondrio 25 € 160.559,72; Varese 31 € 292.560,60. I contributi per Voucher digitali I4.0 ammontano invece, in totale, a 8.272.987,33 euro.

Con la pandemia 1,3 miliardi di affitti non riscossi

L’impatto della pandemia è stato negativo anche sul mercato degli affitti. Circa 1,9 milioni di famiglie italiane si sono trovate in difficoltà e hanno ritardato o saltato una o più rate d’affitto tra marzo 2020 e maggio 2021. A fotografare la situazione è l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca EMG Different, da cui emerge che più di 1 locatore su 3 (39%), pari a 1,7 milioni di proprietari immobiliari, ha dovuto fare i conti con un inquilino moroso. Un danno economico importante, considerando che in media per ogni abitazione oggetto di insolvenza le rate non pagate sono state 5, per un importo pari a 1.740 euro. Si stima quindi che il mercato delle locazioni abitative abbia perso nell’ultimo anno una somma prossima a 1,3 miliardi di euro in canoni non riscossi.

Rate in ritardo o non pagate

Le situazioni di morosità sono state rilevate su tutto il territorio nazionale, ma in maniera più accentuata nel Centro e Sud Italia, dove la percentuale di proprietari che ha avuto problemi di insolvenza è stata del 51%, a fronte di una media nazionale del 39%.
A livello nazionale, il 30,3% dei locatori afferma di aver ricevuto in media, 4 rate con un ritardo di 31 giorni, mentre il 14% di aver perso del tutto uno o più canoni mensili. Le cause di ritardi o mancati pagamenti? Nel 35,1% dei casi l’affittuario aveva un problema di lavoro (il 19,1% era in cassa integrazione, il 16% lo aveva perso), mentre nel 35,9% dei casi l’inquilino si trovava in difficoltà economiche, percentuale che arriva al 39,2% nelle regioni del Nord Italia.

Il 15,3% dei proprietari ha scelto di procedere per vie legali

La maggior parte delle volte (39,7%) il proprietario ha deciso di concedere ulteriore tempo agli affittuari per saldare quanto dovuto, mentre nel 16% dei casi ha preferito pattuire un nuovo accordo economico. Il 15,3% ha invece scelto di procedere per vie legali, percentuale che arriva addirittura al 23,5% nelle regioni del Nord Italia. E se nel 51% dei casi la situazione è stata risolta e l’inquilino, un tempo moroso, abita ancora nell’immobile, nel 22,1% dei casi il proprietario ha dichiarato di essere in attesa che l’affittuario venga sfrattato o che lasci libero l’appartamento.

Il mercato degli affitti e le garanzie richieste

In totale sono potenzialmente 445.000 le famiglie che quando terminerà il blocco degli sfratti previsto dal Governo, potrebbero dover lasciare l’abitazione concessa in affitto. In Italia ci sono circa 4,3 milioni di locatori, per un totale di 5,6 milioni di immobili concessi in affitto con regolare contratto (fonte: Agenzia delle Entrate). La forma di garanzia più richiesta agli inquilini è il deposito cauzionale, e alla stipula del contratto il 36,4% degli immobili locati aveva a garanzia un anticipo di due mesi di affitto, il 32,6% tre mesi, il 27,9% un solo mese. Resta ancora marginale l’uso di altre garanzie: solo il 5,2% degli immobili era coperto da fideiussione bancaria.

Legno-arredo, nel 2020 -8,2% fatturato. Tengono cucina e bagno

Nel 2020 il fatturato delle maggiori aziende italiane del settore del mobile e dell’illuminazione ha segnato una flessione dell’8,2% sul 2019, in particolare, del -9% per le vendite all’estero e del -7,6% sul mercato interno. Nell’anno della pandemia è il segmento del mobile di alta gamma a fronteggiare il maggior calo di vendite, pari al -11,6%, superiore a quello delle imprese che operano nella fascia più economica, che registrano una contrazione del -6,9%. Per il 2021 però è previsto un forte rimbalzo dell’8,7%, con il 52,5% delle aziende che stima un incremento degli investimenti rispetto all’anno precedente. Si tratta di alcuni dati emersi dal Report dal titolo La filiera del legno-arredo e illuminazione condotto dall’Area Studi di Mediobanca.

Flessioni più ampie per illuminazione e poltrone e divani

Con riferimento alle specialità, le flessioni più ampie hanno coinvolto soprattutto i produttori di illuminazione, che registrano un calo del -13,1%, i produttori di poltrone e divani (-12,5%), e le realtà che operano a monte della filiera nella lavorazione del legno (-11,7%). Secondo il report di Mediobanca, segnali di migliore tenuta, invece, arrivano dal segmento cucine (-4,5%), sedie, tavoli e parti accessorie (-3,4%), e arredo bagno (-1,1%).

Export, contrazioni a doppia cifra: contractor -24%, sedute imbottite -17,6%

Segnali ancora più negativi si riscontrano per l’export. Le vendite estere hanno infatti segnato contrazioni a doppia cifra, in particolare, per i contractor (-24%) e le sedute imbottite (-17,6%). Per il 2021 le aspettative di una crescita del fatturato superiore al 5% riguardano però il 79,2% delle imprese, con un 47,5% che intravede la possibilità di una ripresa che vada oltre il 10%. Solo l’11,9% delle aziende prospetta un calo delle vendite, mentre il 78,2% lo ha già subìto nel corso del 2020.

Ottimismo dei singoli comparti per un recupero nel 2021

Il report di Mediobanca segnala però che i singoli comparti appaiono ottimisti di recuperare rispetto al quadro consegnato dal 2020. Nell’insieme, il rimbalzo si attesta all’8,7%, con intonazione migliore sul mercato interno (+9,7%) rispetto all’export (+7,6%). L’alta gamma (+9,4%), poi, andrebbe meglio delle produzioni massive (+8,5%), mentre si attendono di chiudere il 2021 in doppia cifra i produttori di living & sleeping (+12,6%) e quelli di legno grezzo e semilavorati (+11,2%). I tre segmenti che hanno contenuto le perdite nel 2020, riporta Askanews, proseguirebbero di buona lena anche nel 2021, ovvero cucine (+9,1%), bagni (+8,5%), sedie, tavoli e parti accessorie (+6,9%).

Ambiente e sostenibilità, cresce il segmento degli Eco Active

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno GfK ha condiviso i risultati della ricerca internazionale #WhoCaresWhoDoes sulla sostenibilità e le preoccupazioni ambientali. La salvaguardia del pianeta è un tema sempre più centrale e nessun brand può permettersi di ignorare questa tendenza: secondo i dati GfK nel 2020 è cresciuto il segmento dei consumatori Eco Active, che a livello europeo arriva a pesare il 24% e in Italia il 23%. E se è vero che entro il 2025 i consumatori Eco Active a livello mondiale arriveranno a pesare il 40% del totale, le aziende dovranno prepararsi con investimenti e iniziative di comunicazione mirate per attirare questo segmento.

Spetta a produttori e governi “fare la differenza”

Se la sostenibilità è un tema centrale, il gap da colmare tra intenzioni e azioni dei consumatori però è ancora ampio, e il 72% degli shopper tende ad attribuire una responsabilità maggiore agli altri rispetto che a sé stessi per quanto riguarda le tematiche ambientali. In particolare, secondo gli italiani sono soprattutto i produttori di beni e servizi (37%) e i governi (28%) a dover fare la differenza nella riduzione dell’impatto ambientale. Percentuali simili si ritrovano anche considerando il target degli Eco Active italiani, per il quale solo il 26% pensa che la responsabilità sia principalmente dei consumatori. Inoltre, emerge ancora una certa dose di incertezza quando si tratta di riconoscere il livello di attenzione all’ambiente delle aziende.

Quali sono le imprese amiche dell’ambiente?

A livello internazionale solo il 22% dei consumatori è in grado di citare un brand sostenibile in maniera spontanea. Una percentuale che sale al 31% tra i consumatori Eco Active. Nel 42% dei casi si tratta di brand nati con una chiara identità green, mentre potrebbe sorprendere trovare al secondo posto le Multinazionali (36%), che quindi non sono necessariamente viste in modo negativo quando si parta di ambiente. Solo nel 22% dei casi però viene citato un piccolo brand locale: questa sicuramente è una area dove esistono ancora ampi i margini di crescita. Risultati simili emergono anche quando si chiede alle persone di citare il nome di un retailer sostenibile: il Italia solo il 20% dei consumatori è in grado di indicarne almeno uno.

Le opportunità per le aziende del Largo Consumo

Per produttori e retailer, conoscere le tematiche che stanno più a cuore ai consumatori è fondamentale. Soprattutto per indirizzare i propri investimenti ambientali e di sostenibilità sugli ambiti che non solo apportano benefici al pianeta, ma sono in grado di conquistare l’approvazione, la fedeltà e la preferenza dei consumatori. In particolare, per il settore del Largo Consumo il segmento degli Eco-Active risulta particolarmente interessante. Secondo i dati GfK, questi consumatori spendono più della media per prodotti FMCG, e nel periodo compreso tra marzo e dicembre 2020 hanno incrementato la propria spesa di Largo Consumo del +12% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Un’estate in libertà con il Green Pass

Le zone gialle diventano bianche, i numeri del contagio continuano a ridursi e le vacanze si avvicinano. E, a migliorare ulteriormente le aspettative per i prossimi mesi, arriva ufficialmente il Green Pass italiano, lasciapassare – che in Europa si chiama EU Digital covid Certificate – e che piace a tutti. Infatti, in base a un recente sondaggio eseguito da Ipsos per il World Economic Forum in 28 Paesi emerge come il 78% degli intervistati a livello internazionale e il 79% degli italiani ritiene sia giusto richiedere un certificato sanitario che attesti l’avvenuta vaccinazione, la guarigione dall’infezione o l’esito negativo del tampone.

Dal 15 giugno in Italia e dall’1 luglio in Europa

In Europa il documento entrerà in vigore a partire dal 1° luglio 2021 e avrà la validità di un anno. Il nostro Paese si era già portato avanti introducendo nel decreto anti-Covid del 22 aprile 2021 il Green Pass italiano, necessario dal 15 giugno per potersi spostare tra regioni in fascia arancione o rossa e per partecipare a feste ed eventi. 

Green Pass, come averlo

Il Green Pass italiano viene rilasciato in formato cartaceo o digitale dalla struttura sanitaria o dall’ASL territoriale di competenza e sarà disponibile anche nel fascicolo sanitario elettronico. Il documento certifica l’avvenuta vaccinazione, la guarigione, l’esito negativo di un test molecolare o antigenico per la ricerca del Covid-19 eseguito nelle 48 ore antecedenti. Per chi ha già fatto il vaccino sarà la struttura che ha erogato il trattamento sanitario a rilasciare il certificato. Il Green Pass sarà rilasciato “anche contestualmente alla somministrazione della prima dose di vaccino, con validità dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale”.
Nel caso di guarigione, invece, il certificato verrà rilasciato dalla struttura ospedaliera nelle quale si è stati ricoverati, dall’ASL o dai medici di medicina generale. A chi farà un tampone rapido verrà consegnato una certificazione, valida per 48h dal prelievo, dalle strutture sanitarie pubbliche, private autorizzate, accreditate, dalle farmacie o dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta.

Spostamenti in liberà

Il Green Pass italiano serve per spostarsi tra regioni che potrebbero rientrare in zona arancione o rossa, mentre non serve per gli spostamenti tra regioni bianche o gialle. Sarà necessario anche per partecipare a feste relative a cerimonie civili o religiose, come i matrimoni e battesimi. Il certificato verde sarà utile anche per visitare i parenti nelle case di riposo e probabilmente servirà anche per accedere a concerti, spettacoli e discoteche.

Aumenta il rischio di morte con più di 55 ore di lavoro a settimana

Lavorare 55 ore o più a settimana aumenta il rischio di morte. Rispetto a lavorare per 35-40 ore settimanali, lavorare per 55 ore settimana è associato infatti a un aumento del rischio di ictus e di cardiopatia ischemica. La pandemia poi ha peggiorato la situazione: uno studio del National Bureau of Economic Research condotto in 15 Paesi ha mostrato che durante i lockdown il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10%. Il telelavoro e lo smart working hanno infatti reso più difficile disconnettere i lavoratori dalle proprie mansioni. Ma la pandemia ha anche aumentato la precarietà del lavoro, che in tempi di crisi come quello che stiamo ancora vivendo tende a spingere coloro che hanno mantenuto la propria occupazione a lavorare di più.

La pandemia ha rafforzato la tendenza a lavorare per troppe ore

A quantificare il danno dell’eccesso di ore lavorate sull’organismo dei lavoratori è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), pubblicato di recente sulla rivista Environment International. Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. In pratica, lo studio punta il dito su come la pandemia da Covid-19 stia rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore.

Più rischio di ictus e di cardiopatia ischemica

Lo studio conclude che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento stimato del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto a programmi settimanali che prevedono 35-40 ore di lavoro settimanali. Solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone sono morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Inoltre, riporta Ansa, tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, cifra che si attesta al 19% per gli ictus.

Lo smart working elimina i confini tra casa e lavoro

La pandemia, sostengono gli autori dello studio, ha peggiorato la situazione. “Con la pandemia, il telelavoro è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro – ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare o chiudere le loro attività per risparmiare denaro e le persone che continuano a essere impiegate nelle aziende finiscono per lavorare più a lungo ore”.

I manager Nativi Covid tra intelligenza emotiva e team a distanza

Se l’emergenza sanitaria globale ha generato una serie di incertezze e grandi difficoltà non mancano le opportunità per i professionisti che sono disposti a cambiare lavoro, o cambiare ruolo, acquisendo responsabilità manageriali all’interno della stessa azienda. Si tratta di una nuova generazione di manager, che si potrebbe definire come Nativi Covid-19. “I manager ‘Nativi Covid-19’ si trovano a lavorare in uffici completamente smaterializzati, con persone che non hanno mai incontrato dal vivo – dichiara Francesca Contardi, managing director di EasyHunters, società di ricerca e selezione tramite Digital Operating Process – ed è per questo che, insieme alle competenze tecniche, diventa indispensabile saper leggere le emozioni proprie e altrui, saper anticipare i cambiamenti, sempre più repentini, ed essere estremamente flessibili”.

Saper comprendere le emozioni proprie e altrui

“La situazione che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e che, purtroppo, viviamo ancora è certamente complicata – continua Contardi -, anche a livello professionale, e obbliga i manager a compiere un grande sforzo per risolvere tutti i problemi legati al remote working e alla gestione dei team a distanza”.

Ma quali sono le competenze dei manager Nativi Covid-19? Innanzitutto, l’intelligenza emotiva. I manager Nativi Covid-19 si sono trovati a gestire una situazione lavorativa nuova, in una nuova azienda o in un nuovo ruolo, in un momento estremamente complicato che nessuno aveva immaginato. Appare evidente, quindi, quanto sia importante comprendere le emozioni proprie e altrui per evitare che il clima diventi troppo pesante e che, a lungo andare, si compromettano il successo e lo sviluppo del business.

Saper gestire le persone a distanza

Un’altra competenza richiesta ai manager Nativi Covid è la capacità di gestire a distanza le risorse umane.  Saper gestire le persone a distanza, magari mai incontrate dal vivo, richiede un approccio completamente diverso per farsi conoscere e per conoscere i singoli componenti del team. Quando le informazioni viaggiano soltanto online è indispensabile che le comunicazioni siano puntuali, chiare e precise affinché tutti possano lavorare nella giusta direzione per raggiungere gli obiettivi.

Flessibilità e saper anticipare i cambiamenti

Muoversi in un contesto in continua evoluzione e ricco di incertezze come quello segnato dall’emergenza Covid-19 richiede necessariamente grande flessibilità per reagire in modo repentino ai cambiamenti. E i manager Nativi Covid-19 sono flessibili per definizione. Ma poiché il Coronavirus è ancora presente in tutto il mondo, spiega Adnkronos, i manager Nativi Covid-19 hanno dovuto fare i conti con questo scenario dal “giorno zero”. La capacità di anticipare gli eventi diventa cruciale, quindi, per creare una struttura capace di reagire alle avversità. Se informarsi e confrontarsi è sempre stato importante, ora è indispensabile.

L’Italia? Pronta alle vacanze. 2 su 3 faranno le valigie

Il pieno della stagione estiva si avvicina e gli italiani… pensano alle vacanze. Tanto che due su tre sono pronti a partire. Secondo i risultati emersi dalla prima analisi dell’EY Future Travel Behaviours, infatti, la volontà di viaggiare rimane forte tra gli italiani. Uno scenario quindi molto diverso, anche a livello psicologico, di quello vissuto nei mesi scorsi.

In viaggio come e più di prima

Anche se qualche piccolo segnale di ripresa si era già registrato nel periodo estivo dello scorso anno, segno della volontà degli italiani di tornare a viaggiare in presenza di un miglioramento della situazione sanitaria, è ora che la tendenza si rafforza. Il trend ha trovato conferma nei dati raccolti dall’Osservatorio EY Future Travel Behaviours che evidenziano come quasi 2 persone su 3 intenda viaggiare almeno quanto prima della pandemia e in alcuni casi (23%) aumentare il numero di viaggi. L’emergenza sanitaria ha lasciato un segno indelebile anche nel settore dei trasporti riducendo significativamente la domanda di mobilità. La maggior parte degli individui che oggi sceglie di mettersi in viaggio (o che dichiara di volerlo fare prossimamente) è consapevole del rischio di contagio da Covid-19 e di conseguenza cerca di prendere tutte le precauzioni necessarie per evitarne la propagazione. Questo si riflette trasversalmente in tutte le scelte che il viaggiatore compie, dalla pianificazione iniziale del viaggio all’arrivo a destinazione. La scelta legata al mezzo con cui viaggiare oggi diventa dunque fondamentale. Il 62% degli italiani che decidono di spostarsi, sia per motivi di lavoro sia di vacanza, ha particolarmente a cuore le possibili conseguenze del viaggio sulla propria salute e benessere. La maggior parte degli intervistati (59%) sperimenta uno stato di ansia nei confronti della propria salute, mentre solo il 9% del campione si dichiara “calmo” nei confronti di un possibile rischio sanitario.

Cosa vogliono i “nuovi” viaggiatori

Ovviamente, con tutti questi scrupoli legati ai viaggi o ai semplici trasferimenti le compagnie di trasporto non possono che prenderne atto e correre ai ripari. Secondo i dati dell’Osservatorio EY Future Behaviours, gli italiani, a fronte anche di un anno di grandi incertezze, chiedono innanzitutto la possibilità di ottenere rimborsi e bonus automatici in caso di ritardi o disservizi (67%). Inoltre, desiderano avere a disposizione tariffe flessibili, che garantiscano ad esempio la possibilità di usufruire di modifiche e cancellazioni gratuite (61%). Una novità rispetto al passato, divenuta oggi imprescindibile, è rappresentata dal 54% degli italiani che pretende l’adozione di misure adeguate a garantire il distanziamento ed evitare assembramenti e dal 46% che richiede la distribuzione di presidi personali per garantire la sicurezza sanitaria (es. mascherina, disinfettante mani).

L’aumento dei prezzi delle materie prime può “azzoppare” il Superbonus

Sugli interventi come il Superbonus 110%, pensati per aiutare il settore edilizio a superare la crisi, pende una sorta di spada di Damocle: la “fiammata” delle materie prime. Se il 57% delle imprese assicura che l’introduzione delle misure agevolative sta avendo un impatto positivo sulla propria attività l’aumento dei prezzi delle materie prime potrebbe ridurre la portata espansiva delle agevolazioni. Lo rileva un’indagine condotta dal Centro studi della CNA, dedicata a La ripresa del settore delle costruzioni tra agevolazioni e aumenti delle materie prime, a cui ha partecipato un campione rappresentativo di imprese artigiane, micro e piccole della filiera, che operano nei comparti della installazione di impianti, dell’edilizia, dei serramenti.

Il sostegno ha messo il turbo

Oltre a dare un impulso alla domanda nella filiera delle costruzioni, gli incentivi stanno avendo un effetto benefico anche sulla organizzazione delle imprese, mettendole nelle condizioni di accrescere competenze. In particolare, il 33,7% ha ampliato il ventaglio dell’offerta di lavori e servizi, adeguandola agli interventi sostenuti e il 27,8% ha assunto nuovo personale. Il comparto dei serramenti (65,9%), quello dell’installazione (56,3%), e l’edilizia (55,4%) quelli che più hanno beneficiato del Superbonus, con il 64,2% delle imprese con oltre dieci dipendenti e il 56% delle imprese fino a dieci addetti. Questo scenario però vede addensarsi all’orizzonte nuvole cupe che potrebbero stravolgerlo. Quasi quattro imprese su cinque (79%) segnalano aumenti nei prezzi dei materiali, delle materie prime e delle apparecchiature rispetto a un anno fa, prima che scoppiasse la pandemia.

In un anno i prezzi salgono anche del 50%

Nel settore delle costruzioni gli aumenti più importanti riguardano i metalli (+20,8%), con punte che superano il +50%, i materiali termoisolanti (+16%) con punte che oscillano tra il +25% e il +50%, i materiali per gli impianti (+14,6%), con crescite che vanno oltre il +25%, e il legno (+14,3%). Elevata anche la crescita per altri materiali, che oscilla tra il +9,4% di malte e collanti e il +11,3% dei laterizi. Meno marcati, ma comunque poco sotto il +10%, gli incrementi sofferti dall’impiantistica e dal settore dei serramenti, dove ha inciso maggiormente il rialzo dei prezzi di semilavorati in alluminio o altri metalli.

A rischio la drastica riduzione della marginalità delle imprese

Il 72% delle imprese addebita la fiammata dei prezzi, in parte o del tutto, ai comportamenti speculativi della catena di fornitura. Quale che sia la causa di questa impennata il rischio è la drastica riduzione della marginalità delle imprese, e di conseguenza, del loro eventuale rafforzamento dopo tanti anni di crisi. Già accusano una sensibile diminuzione dei profitti a causa dell’aumento dei costi di produzione il 51,5% delle imprese di installazione impianti, il 58,3% del settore edilizio e il 64,6% della serramentistica. Le altre imprese, per ora, cercano di attenuare i danni rinegoziando i prezzi applicati alla clientela o trovando nuovi fornitori. Ma quasi il 70% delle imprese teme una riduzione dell’effetto positivo delle agevolazioni, che per un’impresa su cinque, potrebbe assumere una dimensione significativa.

Nonostante il Covid nel 2020 è boom per le auto elettriche, +7,03%

Nonostante la crisi economica e sanitaria a novembre 2020 le vendite di auto ecologiche, sia di tipo full electric sia plug-in, si sono attestate a un +7,03% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato in controtendenza al mercato automobilistico italiano, che considerando tutte le alimentazioni disponibili ha segnato un -8,49% rispetto all’anno precedente. Le auto elettriche, dunque, all’interno del mercato rappresentano un segmento in piena crescita. Tanto che una fetta sempre più numerosa di italiani, se ne ha la possibilità, punta proprio sulle auto ecologiche. Questo per la loro tecnologia, per gli effetti positivi sull’ambiente e per i costi di manutenzione ordinaria, decisamente inferiori rispetto al motore termico.

Tra il 2019 e il 2020 vendite totali a +198,59%

A confermare il successo di queste auto sono i numeri: le vendite totali di auto ecologiche tra il 2019 e il 2020 sono state infatti rispettivamente 15.484 e 46.482, per una percentuale pari a +198,59%. Si tratta di numeri interessanti per le case automobilistiche, che sempre più di frequente puntano su modelli ecologici, e non solo di alta gamma, ma anche di fascia media e medio-bassa. Da utilizzare per spostarsi soprattutto in città, e da un pubblico che sta diventando sempre più ampio.

La classifica delle più vendute nell’anno del Coronavirus

Quali sono le auto elettriche più vendute in Italia nel 2020? Al primo posto si piazza la Renault Zoe, con 4.270 modelli venduti, seguita dalla piccola Smart ForTwo (3.293), e dalla Tesla Model 3, che con 2.501 modelli consegnati è terza sul podio. Fuori dal podio, appaiono la Volkswagen Up (2.473) e la Peugeot 208 (1.601). Ma chi compra queste auto? L’identikit dell’automobilista elettrico è quello di un italiano che vive principalmente nel Centro-Nord Italia, con il Nord-Ovest, Nord-Est e il Centro che segnano da soli 42.910 auto elettriche vendute nel 2020. U po’ peggio per il Sud e le Isole, con rispettivamente 2.069 e 1.249 auto elettriche vendute nel 2020.

Le auto di Segmento B spingono il comparto

Gli italiani sono sempre più sensibili all’ambiente, e se le condizioni sono favorevoli sono disposti a scegliere un’auto elettrica. Una grossa spinta al comparto l’ha data infatti la creazione di auto di Segmento B, che grazie gli incentivi statali riescono a essere acquistate anche da persone con redditi medio-bassi. E sarà proprio questo segmento di consumatori, riporta Adnkronos, a rendere l’auto elettrica ancora più popolare e diffusa, con notevoli benefici per tutti alla qualità dell’aria dei centri urbani.