Formazione nelle MPMI: solo il 30% dispone di un piano formativo

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, la formazione è considerata fondamentale dalle micro, piccole e medie imprese italiane (MPMI), ma resta ancora episodica e poco strutturata. Solo il 30% dispone di un piano formativo, e appena il 19% lo aggiorna regolarmente.
Il restante 70% si divide tra imprese che intervengono solo in presenza di necessità contingenti e realtà che non pianificano affatto attività formative.

A questo scenario si aggiungono criticità nel dialogo intergenerazionale, una risorsa importante per il trasferimento di conoscenze e competenze.
Se per il 44% delle MPMI le diverse generazioni collaborano adeguatamente e senza criticità, il 43% riscontra difficoltà: nel trasferimento di know-how dai lavoratori più anziani ai più giovani (19%) e nella scarsa motivazione dei più giovani ad acquisire competenze dai più anziani (23%).

Il tempo è il vero collo di bottiglia

Tra le medie imprese cresce al 43% la quota che forma regolarmente i collaboratori. Più cresce la dimensione aziendale, più cresce la capacità di strutturare la formazione.
In merito alle modalità di erogazione della formazione, anche quella obbligatoria, per le imprese le lezioni in presenza sono ancora le più impiegate e considerate più efficaci, seguite dal training on-the-job/affiancamento.

Diversamente, micro-learning o formazione asincrona risultano ancora poco diffuse. Tra il 48% (asincrona) e il 77% (micro-learning) delle imprese non sa esprimere un giudizio sulla loro efficacia o non le ha mai testate.
Dopo la carenza di tempo, un altro ostacolo allo svolgimento di attività di formazione riguarda la mancanza di risorse economiche (20%).

Opportunità ancora inutilizzate

Oltre una MPMI su due ricorre esclusivamente a mezzi propri per finanziare la formazione.
Tra le microimprese la quota sale al 71%, mentre solo il 12% utilizza fondi paritetici interprofessionali. Anche tra le medie imprese, l’accesso a strumenti agevolativi resta limitato.

Le cause sono molteplici: scarsa conoscenza delle opportunità, difficoltà burocratiche e mancanza di presidio interno o esterno dedicato alla gestione dei bandi. Le modalità di promozione, accesso e fruizione di questi strumenti potrebbero essere migliorate per favorirne l’adozione, così come potrebbe aumentare l’incidenza del supporto fornito da professionisti e consulenti in grado di supportare le imprese in questo percorso.

AI: molto hype, poca formazione

Nonostante la pervasività del tema, le competenze legate all’AI non figurano tra le priorità formative delle MPMI. Fino al 72% del campione ritiene che non sia ancora il momento di investire in questo ambito.
Ha avviato percorsi strutturati sull’AI solo il 4% delle microimprese, il 6% delle piccole e il 20% delle medie imprese. 
Le ragioni principali riguardano la convinzione che l’AI non avrà impatti significativi nel breve periodo, oltre a mancanza di tempo e risorse.

In un contesto di trasformazioni tecnologiche, demografiche e organizzative, la formazione non può essere ridotta a un adempimento o una risposta contingente, deve diventare un processo continuo e sistemico. La differenza tra imprese che subiranno il cambiamento e imprese che lo guideranno passerà dalla qualità delle competenze che sapranno costruire oggi.

Videogiochi, cosa funziona e cosa no nel settore. L’IA piace a metà

La Game Developers Conference non è più soltanto il grande appuntamento annuale per chi fa videogiochi. Da quando è diventata GDC Festival of Gaming, è anche un luogo in cui l’industria prova a raccontarsi senza filtri. Il report State of the Game Industry 2026, pubblicato dagli organizzatori dell’evento di San Francisco e basato sulle risposte di oltre 2.300 professionisti, va esattamente in questa direzione.

Non è un semplice elenco di numeri, ma una fotografia piuttosto sincera di un settore che sta vivendo una fase complicata, fatta di cambiamenti rapidi, tensioni interne e molte domande aperte.

L’effetto dei licenziamenti 

Il tema più pesante resta quello dei licenziamenti. Negli ultimi due anni, più di un intervistato su quattro ha perso il lavoro. Negli Stati Uniti si sale a uno su tre. In metà dei casi, le aziende hanno effettuato tagli nel corso dell’ultimo anno. Gli studi AAA risultano i più colpiti, ma anche il mondo indie non se la passa meglio.

Questo clima ha un effetto diretto su chi vorrebbe entrare nel settore. Tra gli studenti di game development domina l’incertezza: il 74% teme di non trovare spazio in un mercato che offre sempre meno ruoli junior e mette in competizione giovani alle prime armi con professionisti già esperti rimasti senza impiego.

Piattaforme, motori e nuove abitudini

Dal punto di vista tecnologico, però, il settore continua a muoversi. Steam Deck entra per la prima volta nel radar del sondaggio e diventa subito una piattaforma rilevante: oltre un quarto degli sviluppatori ci lavora già. Il PC resta comunque il centro di gravità dello sviluppo futuro.

Anche sul fronte dei motori qualcosa cambia. Unreal Engine supera Unity e diventa il più utilizzato, soprattutto negli studi di medie e grandi dimensioni. Unity tiene tra gli indie storici, mentre Godot cresce lentamente tra i team più giovani e sperimentali.

Intelligenza artificiale, aumenta la diffidenza

L’intelligenza artificiale è presente, ma non convince. Più di un terzo dei professionisti la usa, soprattutto per fare ricerca, organizzare idee o velocizzare alcune attività. ChatGPT è lo strumento più diffuso. Eppure, il sentiment è peggiorato: oggi oltre la metà degli intervistati ritiene che l’IA stia facendo più danni che benefici, soprattutto tra artisti, designer e programmatori.

Alla ricerca di un nuovo equilibrio 

Il quadro che emerge non è quello di un’industria in declino, ma di un settore che sta cercando un nuovo equilibrio. E, come spesso accade, il passaggio più difficile è proprio quello in cui ci si ferma a capire chi si vuole diventare.

Software, rallenta la crescita ma il settore resta strategico

Nel 2024 il fatturato complessivo generato dalle oltre 25.900 aziende attive nel comparto software in Italia ha raggiunto quota 66,7 miliardi di euro, con una crescita del +8,3% rispetto al 2023. La previsione per il 2025 è del +5,2%, per un fatturato di 70,1 miliardi di euro.

Si tratta di una dinamica meno brillante rispetto al recente passato, ma che conferma la rilevanza strutturale di un settore che rappresenta una componente cruciale dell’economia digitale del Paese. Pur confermando una solida traiettoria di sviluppo, dopo anni di crescita a doppia cifra sostenuti da forti incentivi pubblici e da una digitalizzazione diffusa nel post-pandemia, la filiera del software in Italia mostra un rallentamento.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Software & Digital Native Innovation del Politecnico di Milano.

Performance più contenute per le grandi realtà internazionali

Il rallentamento colpisce alcune grandi realtà del settore, ma le realtà di dimensione più contenuta crescono. Tanto che tale riduzione della crescita è particolarmente visibile nelle 30 aziende più grandi del comparto, che da sole generano il 28% del fatturato totale, ma che hanno registrato una crescita media del +5,5%.

Tra queste, le realtà internazionali con un’offerta ibrida tra hardware e software hanno evidenziato performance più contenute, o addirittura contrazioni del fatturato. Al contrario, si evidenziano segnali di dinamismo tra le aziende italiane più agili, che stanno consolidando la propria offerta attraverso acquisizioni mirate.
Oltre le top 30, il comparto continua infatti a mostrare segnali di vitalità, con tassi di crescita a doppia cifra tra le aziende di dimensioni medio-piccole.

Concorrenza nel comparto dei servizi 

In generale, l’intero comparto dei servizi legati al software (system integrator e società di consulenza) ha rallentato in modo marcato: la crescita è passata dal +19,4% del 2023 al +8,1% del 2024.

A influire è stata la peculiarità del sistema lavorativo italiano, dove l’ingresso delle software house in segmenti di servizio, e il contatto diretto con il cliente tramite l’erogazione di servizi progettuali, sta modificando gli equilibri di mercato, erodendo spazio competitivo ai grandi system integrator o le società di consulenza digitale. Soprattutto nel target di clienti più piccoli.

“Gli investimenti infrastrutturali creano le basi per un ecosistema digitale più robusto”

Risulta poi importante considerare il rallentamento alla luce delle politiche pubbliche degli ultimi anni. Gli incentivi del piano Transizione 4.0 per la componente immateriale del software sono terminati il 1° gennaio 2025 e non sono ancora sufficientemente rimpiazzati dal piano Transizione 5.0.

“In un contesto dettato da una sempre maggiore attenzione verso la sovranità del dato, l’industria del software è un elemento altamente strategico per il Paese -. dichiara Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio -. Oggi, grazie agli investimenti infrastrutturali in corso si stanno creando le basi per un ecosistema digitale più robusto, ma serve un salto di qualità: costruire un’industria del software ‘sopra’ queste infrastrutture, capace di produrre valore, occupazione e innovazione”.

Cybersecurity: quanto è prioritario per i C-level proteggere le PMI? 

Lo evidenzia il nuovo report di Kaspersky: c’è una discrepanza strutturale tra le priorità dei vertici aziendali e la protezione delle Pmi dai cyber attacchi. Secondo il report, dal titolo ‘Real talk on cybersecurity: cosa preoccupa, cosa manca e cosa è davvero utile?’, in Italia un quarto dei responsabili IT ritiene che i propri colleghi C-level non comprendano pienamente l’importanza della cybersecurity per il business.

Inoltre, il 33% dei decision maker responsabili della cybersecurity dichiara di essere sommerso dagli avvisi e il 10% sostiene di dedicare più tempo alla risoluzione dei problemi legati ai software di sicurezza che alla difesa dalle minacce reali. E se per il 12% le soluzioni di sicurezza rallentano i flussi di lavoro o la produzione, per il 30% monitorare le potenziali minacce rappresenta un lavoro a tempo pieno.

Competenze e leadership carenti aumentano l’esposizione alle minacce

Questi ostacoli operativi si traducono in rischi concreti per il business. A complicare la situazione, alcuni decision maker nel campo della cybersecurity segnalano che le stesse soluzioni di sicurezza possono persino rallentare i processi operativi. Ma il problema è reale, poiché le minacce mettono in evidenza le sfide ancora da affrontare.

In alcuni contesti Pmi europei, backdoor (24%), trojan (17%) e ‘not-a-virus:Downloader’ (16%) risultano tra le minacce più diffuse, ma le carenze in termini di competenze e leadership ne aumentano l’esposizione.

Solo il 42% delle organizzazioni dispone di un team per la sicurezza informatica

In Italia, la maggior parte delle Pmi si affida a team IT generici (22%) o a specialisti di sicurezza informatica integrati all’interno di tali team (25%). 
Solo il 42% delle aziende italiane dispone di un team dedicato esclusivamente alla sicurezza informatica, mentre il 12% si affida unicamente a partner esterni per la progettazione e la gestione della cybersecurity.

Paradossalmente, il livello di soddisfazione interna risulta molto elevato. Il 93% dichiara di essere soddisfatto degli esperti di sicurezza informatica interni, il 77% dei reparti IT in generale e l’80% dei team interni dedicati alla sicurezza.
Questo suggerisce un divario significativo tra la percezione delle prestazioni e l’effettiva esposizione ai rischi.

“Non mancano gli strumenti ma la coerenza”

“Quello che emerge non è una carenza di strumenti, ma una mancanza di coerenza – commenta Cesare D’Angelo, General Manager Italy, Mediterranean & France di Kaspersky -. I segnali arrivano più velocemente delle decisioni, quindi i processi di controllo e i flussi di lavoro si scontrano tra loro, e non è più chiaro a chi spetti la responsabilità proprio nel momento in cui sarebbero necessari passaggi chiari dal rilevamento all’azione. La conseguenza è un’esposizione silenziosa: il triage rallenta, il contesto si perde e i problemi che sembrano tattici si accumulano fino a diventare rischi strategici”.

Platform Thinking e Intelligenza Artificiale: così le imprese imparano davvero a innovare

La Generative AI è ormai una compagna quotidiana per la gran parte dei professionisti italiani. Secondo la nuova ricerca dell’Osservatorio Platform Thinking Hub del Politecnico di Milano, il 91% la utilizza almeno una volta alla settimana e oltre la metà più volte al giorno. Tuttavia, il suo impatto reale resta modesto: nella maggior parte dei casi, l’intelligenza artificiale generativa viene impiegata per compiti di routine come cercare informazioni (86%), riassumere testi o scrivere email (63%).

È il cosiddetto “GenAI Paradox”: una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria che, però, viene ancora usata in modo superficiale. Un problema che, secondo gli esperti del Politecnico, si può superare adottando il Platform Thinking, un approccio che aiuta le organizzazioni a integrare l’AI nei processi di collaborazione e innovazione.

Dall’assistente personale al pensiero condiviso

La ricerca, che ha coinvolto 419 professionisti di 162 imprese, evidenzia due principali modi di usare la GenAI. Il primo è quello del “co-pilot”, in cui l’AI agisce come assistente operativo, aiutando a risparmiare tempo. Il secondo, più evoluto, è il “co-thinking”, dove l’intelligenza artificiale diventa partner di riflessione, capace di stimolare nuove idee e decisioni migliori.
Al momento, in Italia prevale il primo modello, ma è il secondo a dimostrarsi più efficace per generare valore.

“L’AI non fallisce perché non funziona – spiega Daniel Trabucchi, direttore dell’Osservatorio – ma perché la usiamo nel modo sbagliato. Se la trattiamo come semplice strumento individuale, resta ai margini. Se la integriamo in logiche di piattaforma, diventa un vero motore di innovazione.”

L’importanza del lavoro di squadra

Nonostante il 69% dei professionisti riconosca che la GenAI funziona meglio in team, la maggioranza la utilizza ancora da sola. Solo poche aziende hanno definito strategie strutturate o progetti pilota, e appena il 18% consente ai dipendenti di sperimentare liberamente.

“Le nostre sperimentazioni – aggiunge Tommaso Buganza, co-direttore dell’Osservatorio – mostrano che la GenAI è più efficace su progetti reali e complessi, soprattutto quando i team lavorano insieme, anche attraverso knowledge base e agenti personalizzati.”

Dalla teoria alla pratica: nasce il Platform Thinking GPT

Durante i workshop del 2025, le imprese partner del Politecnico hanno testato il Platform Thinking GPT, uno strumento che aiuta i team a risolvere problemi complessi e favorisce la condivisione della conoscenza all’interno delle organizzazioni.

I risultati confermano che l’efficacia della GenAI cresce con l’esperienza e con la collaborazione, segnando un passo importante verso un modello di innovazione più aperto e condiviso.