Email marketing: tra dati, settori e buone pratiche è uno strumento che funziona ancora

Nonostante l’apparente concorrenza di canali più moderni, come i social media, l’email marketing è uno strumento che continua a offrire risultati concreti in termini di coinvolgimento e conversione.
Il canale email, spesso considerato superato o sottovalutato, ancora oggi è centrale per molte realtà, soprattutto in ambito B2C, dove la comunicazione personalizzata e diretta è cruciale. Automotive, finanza e retail si confermano tra i settori che ne sfruttano meglio le potenzialità. 

Il report Email Marketing Benchmark di GetResponse mostra come in un contesto segnato dall’incertezza degli algoritmi e da costi crescenti per la visibilità online, la posta elettronica rimanga uno dei pochi strumenti capaci di garantire controllo, tracciabilità e ritorni stabili nel tempo.

I settori che performano meglio

Il settore automotive guida la classifica dei settori dove l’email marketing continua a essere utilizzato con profitto.
Con un tasso medio di apertura delle email del 53,54%, l’automotive è seguito da finanza (52,12%), marketing/advertising (50,39%) e commercio al dettaglio (49,62%). Tutti valori superiori alla media europea, che si attesta al 42,6%.

I tassi di clic confermano questa tendenza, con la finanza al 5,01%, l’IT al 4,68%, l’automotive al 4,49% e il settore media/editoria al 4,36%.
Questi risultati non si limitano a mostrare quali settori ottengono più interazioni, ma suggeriscono anche come pratiche più strutturate, contenuti pertinenti e frequenza regolare degli invii giochino un ruolo decisivo.

Contenuti rilevanti e basso tasso di abbandono

Al contrario, ristorazione (2,11%) o immobiliare (2,32%) faticano a ottenere gli stessi risultati, spesso a causa di strategie più generiche, invii sporadici o messaggi poco segmentati.
Uno degli elementi che conferma la solidità del canale email è la bassa incidenza di disiscrizioni e segnalazioni spam. In tutti i settori analizzati, il tasso di disiscrizione resta tra lo 0,05% e lo 0,12%, mentre le segnalazioni spam si mantengono al di sotto dello 0,02%. Numeri che indicano un buon livello di accettazione del canale da parte degli utenti e che rafforzano l’idea che la pertinenza dei contenuti sia la variabile più determinante.

Quando le email rispondono a un interesse reale o forniscono un contenuto informativo di qualità, non solo vengono lette, ma favoriscono un rapporto continuativo.

Un canale accessibile, anche per le PMI

In settori come quello finanziario o tecnologico, ad esempio, newsletter con aggiornamenti normativi o analisi di scenario diventano strumenti di orientamento. Nel retail, invece, la personalizzazione basata sul comportamento di acquisto può migliorare sensibilmente il tasso di coinvolgimento.

Sebbene l’email marketing venga talvolta percepito come uno strumento tecnico o riservato a realtà strutturate, negli ultimi anni si è assistito a una semplificazione delle piattaforme e all’introduzione di soluzioni pensate anche per imprese di piccole dimensioni.
Oggi, anche le Pmi e le microimprese possono utilizzare funzionalità avanzate come l’invio automatizzato, la segmentazione dinamica o i suggerimenti intelligenti di contenuto, senza necessariamente possedere competenze tecniche elevate.

Ristoranti, bar e delivery: gli italiani scelgono i pagamenti digitali

Pagare con carta o smartphone mentre si è al ristorante, al bar o si ordina da casa sta diventando la normalità per la maggioranza degli italiani. Secondo una recente indagine condotta da OnePoll per Adyen, il 67% dei consumatori preferisce le soluzioni digitali al contante per gli acquisti legati al mondo del cibo e delle bevande.

A trainare questa preferenza è soprattutto la comodità, ma anche la velocità, che resta un aspetto fondamentale nell’esperienza del cliente.

Il tempo di attesa incide sulla scelta del metodo di pagamento

Quando si tratta di saldare il conto, la velocità del processo è uno degli aspetti più apprezzati: il 77% degli intervistati desidera che il pagamento avvenga in pochi istanti. Non sorprende quindi che rapidità (26%) e semplicità d’uso (29%) siano tra i principali criteri nella scelta di come pagare, sia che si tratti di carta, app o QR code.

QR code e app piacciono solo se riducono l’attesa

Sempre più italiani guardano con interesse alle modalità di pagamento smart, come app e codici QR. Tuttavia, ben il 40% li utilizzerebbe solo se il servizio fosse veloce.
Pagare direttamente al tavolo tramite smartphone attrae una fetta sempre maggiore di utenti, ma il 48% continua a preferire il pagamento tradizionale alla cassa, mentre il 42% apprezza la comodità del pagamento al tavolo.

I giovani più aperti a kiosk e pagamenti via app

I giovani tra i 18 e i 34 anni mostrano un entusiasmo maggiore verso le modalità più innovative: tra i 25-34enni, il 24% preferisce il pagamento tramite app, mentre i totem self-service (kiosk) sono scelti dal 14% dei 18-24enni, a fronte di una media nazionale del 6%.

Al contatto umano non si rinuncia 

Anche se il cambiamento in atto è forte e chiaro, il 61% degli italiani preferisce ancora pagare di persona, parlando con un addetto alla cassa. Il dato è particolarmente alto tra gli over 45, ma anche tra i più giovani il rapporto umano mantiene il suo valore: tra i 18-24enni, oltre la metà (51%) continua a scegliere questa opzione, a dimostrazione che tecnologia e relazione possono convivere.

Cashback, punti e sconti incentivano l’uso del digitale

L’indagine ha evidenziato che gli incentivi legati ai pagamenti digitali – come sconti, programmi fedeltà e cashback – aumentano la propensione all’uso. Il 39% degli intervistati si lascia guidare dagli sconti, con un picco del 52% tra i 25-34 anni. Il cashback conquista soprattutto i 35-44enni (36%), mentre tra i più giovani spicca la raccolta punti (37%).

Anche le mance si stanno digitalizzando: se il contante è ancora prevalente (52%), il 37% dei 25-34enni già opta per una mancia via POS o app.

Alimentari e ristorazione di prossimità: italiani alla riscoperta dei piccoli negozi

Lo shopping di prossimità è un’abitudine sempre più diffusa. Il 79% degli italiani effettua acquisti nei negozi di prossimità almeno una volta alla settimana, e uno su cinque lo fa tre o più volte a settimana.
Nell’epoca della globalizzazione e del commercio digitale, i piccoli negozi e i ristoranti locali stanno vivendo una rinascita.

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per American Express, il 94% degli italiani ritiene che le piccole attività commerciali e di ristorazione siano fondamentali per preservare l’identità e la cultura del proprio quartiere.
Un dato che racconta un cambiamento nelle abitudini di consumo e una rinnovata attenzione verso il tessuto economico locale.

Si compra all’interno del quartiere anche in viaggio

La tendenza di tornare a fare shopping negli esercizi commerciali del proprio quartiere è ancora più marcata nelle grandi città, dove la percentuale degli italiani sale al 29%.
E non si tratta di una moda passeggera. Il 45% degli italiani negli ultimi due anni ha infatti aumentato i propri acquisti nei piccoli esercizi, con punte del 54% nella fascia di età tra 18 e 34 anni.

Del resto anche in viaggio l’attenzione al commercio locale non cala. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di voler sostenere i piccoli negozi anche quando si trova in un’altra città.
I canali di scoperta? Vicinanza fisica (70%), passaparola (65%), social media (26%).

Viva i ristoranti informali dove regnano convivialità, tradizione e autenticità

Quanto al comportamento degli italiani rispetto alla ristorazione informale, come le trattorie e le osterie, il 63% dei consumatori pranza o cena in un ristorante informale almeno una volta al mese, soprattutto durante il weekend. In particolare, il 41% sceglie il sabato sera, mentre il 21% opta per il pranzo della domenica.

Tra i criteri più importanti nella scelta di questi locali ci sono il consiglio di amici e familiari (55%), ma anche la presenza di opzioni di pagamento digitale (74%) e le promozioni legate alla propria carta di pagamento (78%).

Cucina romana, una tradizione che conquista

“La ristorazione informale è un punto di riferimento per la comunità e promuove il patrimonio enogastronomico italiano – dichiara Luca Staglianò, vicepresidente di American Express Italia -. In American Express ci impegniamo a sostenere il turismo e le economie locali attraverso iniziative mirate che valorizzano le piccole attività di quartiere, dalle trattorie alle osterie che animano i centri urbani fino a quelle realtà che portano lo spirito del Made in Italy nel mondo Siamo da anni al fianco dei piccoli esercenti locali in tutta Italia, che rappresentano non solo la spina dorsale dell’economia, ma sono anche custodi della cultura e della tradizione del territori”.

E tra le cucine regionali più amate quella romana continua a primeggiare. Chi sceglie di mangiare in una trattoria romana lo fa soprattutto per due motivi, l’autenticità dei piatti (52%) e la qualità degli ingredienti (49%).

Pet Economy: cura e benessere di cani e gatti passano al centro dell’offerta

I dati 2024 sulle quasi 27.000 imprese italiane del pet care rivelano un forte spostamento dell’attenzione degli operatori dalla produzione e il commercio verso i servizi.
In pratica, diminuiscono le imprese sul lato dell’offerta di cuccioli e mangimi, aumentano veterinari e servizi di benessere, tanto che in dieci anni le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate.

Insomma, il futuro della Pet Economy mette sempre più al centro il benessere e la qualità della vita degli amici a quattro zampe.
Oggi gli italiani non vogliono solo dar da mangiare al proprio cane o gatto, ma garantirgli una vita sana e felice.

Imprese di servizi +32% in cinque anni

Secondo l’analisi condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di commercio, negli ultimi cinque anni il numero di imprese che operano nei servizi di cura per animali sono cresciute del 32%, con quasi 1.400 nuove attività.
Anche i servizi veterinari registrano un forte aumento (+39,4%), segno che gli italiani considerano i propri animali come membri della famiglia.

Nel decennio 2014-2024 il settore nel suo complesso è rimasto stabile (+0,05% variazione numero imprese), dimostrando una notevole capacità di adattamento alle trasformazioni indotte dalla crisi finanziaria e poi dall’arrivo della pandemia.
In questo duplice passaggio, la vera rivoluzione si è concretizzata nella redistribuzione delle attività. Dal 2014 le imprese dei servizi di cura sono quasi raddoppiate (+90,1%), mentre quelle nel commercio di animali sono diminuite del 17,5%.

Meno vendita di cuccioli e mangimi più cibi healty e di qualità

In 10 anni calano le imprese della vendita di animali (-10,6%) e di prodotti per animali (-10,6%). In forte calo quelle di allevamento di conigli (-21,6%) e ancor più, quelle attive nel commercio all’ingrosso di mangimi (-34,3%).

Il settore produttivo in maggiore crescita è quello degli alimenti per animali domestici (+28%), con cibi sempre più personalizzati e di alta qualità.
Interessanti anche le tendenze territoriali emerse dai dati. A livello complessivo, la Lombardia guida la classifica del comparto, con 3.860 imprese, seguita da Campania (2.871) e Lazio (2.770). Il Veneto è la regione con più allevamenti di conigli, mentre ancora la Lombardia primeggia nei servizi di cura con oltre 1.000 attività.

Un profondo cambiamento nel rapporto tra italiani e animali domestici

Il Sud Italia mostra una forte presenza nel commercio al dettaglio, con la Campania (1.612 imprese) e la Sicilia (1.083) in testa per negozi di piccoli animali.
Significativo il caso della Sicilia, che nonostante la contrazione generale del settore, mantiene una posizione di rilievo con 2.191 imprese complessive. 

Questi numeri raccontano una storia che va oltre le statistiche economiche, riflettendo un profondo cambiamento culturale nel rapporto tra italiani e animali domestici.
Non si tratta solo di una trasformazione di mercato, ma di un’evoluzione sociale che sta creando nuove opportunità di business e occupazione.

Lavoro e occupazione: 456mila assunzioni previste a marzo

Sono quasi 9mila in più rispetto a marzo 2024 (+1,9%) gli oltre 456mila contratti programmati dalle imprese per il mese di marzo 2025.
In crescita le previsioni di entrata nei settori dei servizi (+3,8% nel mese, +4,8% nel trimestre marzo-maggio), grazie in particolare agli andamenti attesi da turismo (+14,5% nel mese, +12,7% nel trimestre) e servizi operativi (+9,3% mese, +10,2% trimestre).

Le entrate complessive previste per il trimestre marzo-maggio sono invece più di 1,4 milioni, circa 39mila unità in più sullo stesso trimestre 2024 (+2,8%).Positivi i flussi programmati dalle imprese delle costruzioni (+1,2% rispetto a marzo 2024) anche se in leggera flessione rispetto al corrispondente trimestre (–0,5%). 
Emerge dai dati del Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

Manifattura: cercasi quasi 82mila lavoratori

Indicazioni più incerte provengono dalle imprese manifatturiere: –4,2% entrate nel mese e –3,4% nel trimestre.
L’industria nel suo complesso è alla ricerca di circa 132mila lavoratori per il mese di marzo, che salgono a quasi 387mila nel trimestre marzo-maggio.

Per il manifatturiero, alla ricerca di quasi 82mila lavoratori nel mese e 241mila nel trimestre, le maggiori opportunità riguardano le industrie della meccatronica (oltre 20mila lavoratori nel mese, 58mila nel trimestre), seguite dalle industrie metallurgiche (16mila, 44mila) e da quelle alimentari (quasi 13mila, 40mila).
Si mantiene elevata anche la richiesta proveniente dalle costruzioni (50mila, 146mila).

Turismo oltre 93mila, commercio 68mila

Per quanto riguarda il terziario, sono più di 324mila i contratti di lavoro previsti a marzo e oltre 1 milione quelli nel trimestre marzo-maggio.
A offrire le maggiori opportunità nei servizi è il turismo (oltre 93mila, quasi 337mila), seguito dal commercio (68mila, 204mila) e dai servizi alle persone (50mila, 157mila).

Si attesta poi complessivamente al 48,2% la quota di assunzioni di difficile reperimento soprattutto a causa della mancanza di candidati. A risentire maggiormente del mismatch sono le imprese dei comparti metallurgia e prodotti in metallo (63,3%), meccatronica (62,1%), costruzioni (61,3%), tessile-abbigliamento-calzature (61,1%) e legno-mobile (55,7%).

Dagli ingegneri ai saldatori tutti i profili difficili da reperire

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali gli ingegneri (63,1%) e gli analisti e specialisti nella progettazione di applicazioni (56,2%).

Tra i tecnici si registrano elevati livelli di mismatch per i tecnici della gestione dei processi produttivi (68,2%), per i tecnici in campo ingegneristico (66,2%) e per i tecnici della distribuzione commerciale (64,3%).
Quasi introvabili sono i fabbri ferrai costruttori di utensili (75,7%), i fonditori e saldatori (75,6%) e i meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori (73,7%).

GenAI: integrarla all’esperienza di acquisto è il desiderio dei consumatori

Emerge dal report annuale ‘What Matters to Today’s Consumer’, realizzato dal Capgemini Research Institute: il 46% dei consumatori è entusiasta dell’impatto dell’AI generativa sugli acquisti online, e se circa tre quarti sono favorevoli alle raccomandazioni basate su di essa il 71% desidera che sia integrata nelle esperienze di acquisto. 
Inoltre, il 58% ha sostituito i motori di ricerca tradizionali con strumenti di GenAI per consigli su prodotti e servizi, e il 68% desidera che tali strumenti aggreghino i risultati di tutte le ricerche per unificare tutte le opzioni di acquisto. 

La preferenza di GenZ e Millennial per iper-personalizzazione ed esperienze digitali senza soluzione di continuità sono i principali driver di queste tendenze.
Insomma, innovazione tecnologica, cambiamento nelle priorità di spesa, ma anche una crescente consapevolezza in termini di sostenibilità, stanno influenzando i comportamenti dei consumatori. 

La rapidità nelle consegne è fondamentale

Sebbene gli investimenti in GenAI siano in aumento, il suo utilizzo è inferiore alle aspettative. La soddisfazione dei consumatori nei confronti di questa tecnologia cala rispetto allo scorso anno (37% vs 41% nel 2023), mentre aumenta la domanda di servizi commerciali in tempi rapidi. Specialmente in alcune aree geografiche, i consumatori sono sempre più disposti a pagare per velocità (70% vs 41%) ed efficienza.

In particolare, sono disposti a pagare il 9% del valore dell’ordine per consegne in 2h10. E il 65% considera il servizio di consegna in 2 ore fondamentale per i propri acquisti. I retailer dovrebbero prendere in considerazione l’integrazione di questo servizio nei propri modelli di business.

Sostenibilità? Sì, grazie, ma senza sovrapprezzo

Nonostante il 64% dei consumatori acquisti da brand sostenibili e il 67% sia disposto a cambiare retailer a favore di uno più sostenibile, scende la disponibilità a pagare un sovrapprezzo.
Sebbene la percentuale di consumatori disposti a pagare tra l’1% e il 5% in più sia leggermente aumentata (38% vs 30%), quelli disposti a pagare più del 5%, negli ultimi due anni diminuiscono in maniera costante.

Ma i consumatori sono sempre più alla ricerca anche di informazioni approfondite sul prodotto che stanno acquistando. Soprattutto le informazioni nutrizionali, con il 67% degli acquirenti che dichiara di essere disposto a cambiare prodotto sulla base di esse.

Influencer e customer care apprezzati anche sui social

Gli influencer generati dall’AI sono sempre più popolari: un quarto dei consumatori si fida di loro ed effettua acquisti sulla base dei loro consigli. Anche i tradizionali influencer godono di una certa popolarità. Nel 2024 circa 7 consumatori GenZ su 10 hanno scoperto nuovi prodotti grazie a loro. Nel 2023 erano ‘solo’ il 45%.

Inoltre, il 40% dei consumatori utilizza occasionalmente i canali social per interagire con il servizio clienti. Ciò sottolinea la crescente dipendenza da queste piattaforme per la risoluzione di problemi e la ricerca di assistenza. Piattaforme come Instagram e TikTok stanno poi trasformando il settore retail, poiché oltre la metà dei consumatori scopre nuovi prodotti attraverso i social (32% nel 2022).

Le PMI in Europa: sostenibilità e innovazione al centro delle priorità

Secondo l’ultimo osservatorio di Qonto, leader nella gestione finanziaria aziendale per PMI, il 64% delle piccole e medie imprese europee ha raggiunto gli obiettivi prefissati per il 2024, con il 10% che li ha persino superati. Le aziende di dimensioni maggiori hanno una probabilità tripla di eccellere rispetto alle più piccole. In Italia, i risultati sono altrettanto promettenti, con il 67% delle imprese in linea con i propri traguardi. Il trend non è uguale per tutti i settori, però: quello immobiliare continua a fare i conti con varie criticità, mentre la logistica registra performance eccellenti.
A livello territoriale, Lombardia e Lazio si posizionano tra le regioni più performanti, mentre Toscana e Piemonte mostrano tassi più elevati di insuccesso.

Le principali sfide restano l’inflazione e la carenza di domanda, che coinvolgono rispettivamente il 30% e il 34% delle imprese italiane. Tuttavia, si osservano miglioramenti in termini di efficienza operativa, soprattutto in regioni come Piemonte, Lombardia e Calabria.

Obiettivi per il 2025: cercare nuovi clienti

Guardando al futuro, le PMI puntano sull’acquisizione di clienti (31%) e sull’innovazione di prodotto (22%) come priorità principali per il 2025. In Italia, emerge una forte attenzione alla formazione della forza lavoro qualificata (34%), segno di un approccio bilanciato tra crescita e sviluppo del capitale umano.

Parallelamente, le imprese europee si concentrano sulla riduzione delle emissioni: il 49% ha già adottato misure ad hoc, mentre un ulteriore 30% prevede di farlo. L’Italia si distingue per il suo impegno ambientale, dato che ne è coinvolto l’87% delle aziende. Tuttavia, permangono differenze regionali: l’Umbria è prima per priorità ambientali mentre la Lombardia mostra risultati più insoddisfacenti.

Tecnologia e intelligenza artificiale

La tecnologia continua a rappresentare un’area strategica per gli investimenti. Il 28% delle PMI europee prevede di aumentare la spesa in ambito tecnologico, superando aree come marketing e vendite. L’intelligenza artificiale è sempre più diffusa, con il 67% delle imprese che la sta implementando. In Italia, sono le aziende più grandi a guidare la transizione.

Nonostante ciò, resta alta la preoccupazione per la privacy dei dati, un tema cruciale soprattutto nei settori medico e sanitario.

Diversità e inclusione

Sul fronte della diversità, il 75% delle PMI europee sta affrontando almeno un tipo di pregiudizio discriminatorio, con la parità di genere in primo piano. Nel nostro Paese, solo il 66% delle imprese adotta politiche DEI (diversità, equità e inclusione), un dato inferiore alla media europea.

Le PMI italiane sono sempre più attente agli investimenti sostenibili 

Le piccole e medie imprese italiane (PMI) mostrano una crescente attenzione verso gli investimenti sostenibili, integrando nella loro strategia elementi di sostenibilità ambientale, sociale e di governance (ESG).

Secondo una ricerca condotta da BVA Doxa per il Forum per la Finanza Sostenibile, il 71% delle PMI e l’82% delle medie imprese ha incluso l’ESG nelle proprie politiche aziendali. Si tratta di una svolta importante verso modelli di business più responsabili.

Perchè cresce l’interesse per l’ESG?

Dallo studio emerge come la sostenibilità stia acquisendo una crescente centralità nelle scelte aziendali. Rispetto al 2023, il 62% delle PMI dichiara di prestare maggiore attenzione agli aspetti ESG, con il 52% che considera la sostenibilità un fattore chiave nelle decisioni di investimento.

Questa sensibilità è alimentata sia dalle nuove normative, come quelle sulla rendicontazione, sia dalle richieste degli stakeholder, che vedono nelle pratiche sostenibili un valore aggiunto.

I benefici concreti nell’adozione di pratiche ESG

Le PMI riconoscono i benefici concreti dell’adozione di pratiche sostenibili, tra cui l’efficientamento energetico, che porta a risparmi immediati, e la riduzione dei costi legati agli eventi climatici estremi, menzionata dal 23% delle imprese. Tuttavia, permangono ostacoli significativi come i costi di gestione elevati (48%), l’onerosità burocratica (46%) e la difficoltà nel reperire fondi (33%), fattori che complicano l’implementazione di progetti sostenibili.

Il ruolo della finanza sostenibile per le PMI

Circa la metà delle PMI dichiara di conoscere e utilizzare strumenti di finanza sostenibile, un dato in crescita rispetto al passato. Per il futuro, il 70% delle imprese prevede di valutare ulteriori strumenti finanziari sostenibili. Tuttavia, nove PMI su dieci segnalano che la scarsa accessibilità alle informazioni rimane un importante limite. Tra gli operatori finanziari, emergono tre ostacoli principali: la difficoltà delle imprese di individuare strumenti adeguati ai propri obiettivi, i requisiti complessi necessari per accedere a tali strumenti e la carenza di competenze interne nelle PMI.

Autofinanziamento e fondi per progetti ESG

Nell’ambito dei progetti ESG, il 48% delle PMI ha optato per l’autofinanziamento. Tuttavia, le aziende di dimensioni maggiori e meglio strutturate sono riuscite ad accedere anche a fondi pubblici per sostenere le loro iniziative sostenibili.

Rendicontazione e polizze assicurative

Circa il 45% delle imprese intende pubblicare in futuro rapporti ESG, sebbene solo l’11% lo faccia attualmente, principalmente per mancanza di competenze e alti costi. Inoltre, il 67% delle PMI è consapevole dell’obbligo, entro la fine del 2024, di disporre di una copertura assicurativa contro eventi catastrofici; il 49% ha già attivato una polizza e il 40% ha intenzione di farlo.

Supply Chain Planning: a che punto sono le imprese italiane?

Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano.: l’80% delle imprese italiane end-user applica specifici KPI per la valutazione delle prestazioni della propria supply chain, ma solo il 33% del campione misura un numero sufficiente di KPI tecnici ed economici. E solo l’11% dimostra un grado elevato di maturità, con un sistema dedicato e in grado di tracciare efficacemente tutti i segnali, anche deboli.

Per rispondere tempestivamente ai continui cambiamenti dei mercati è necessario disporre di un sistema efficace di monitoraggio dello ‘stato’ e delle prestazioni della supply chain.
Le imprese italiane sembrano essere consapevoli di questa esigenza, ma solo una su dieci ha un sistema di monitoraggio completo e sistematico.

La distanza tra le possibilità offerte dalla tecnologia e le pratiche reali

Nell’evoluzione dei processi di configurazione e pianificazione della Supply Chain è cruciale il ruolo del digitale. Il 67% delle grandi aziende e il 54% delle Pmi hanno ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain digitale, ma la maggior parte delle imprese non adotta nemmeno tecnologie disponibili da decenni come MRP, DRP o Advanced Planning e Scheduling, e continua a operare in manuale su semplici fogli di calcolo.

“Emerge una distanza tra le possibilità oggi offerte dalla tecnologia e dalla conoscenza manageriale codificata e le pratiche reali delle aziende – afferma Andrea Sianesi, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Si evidenzia una carenza di cultura del dato e del disegno end-to-end del flusso applicativo, insieme a modelli di ottimizzazione ancora limitati, a causa della grande complessità di gestione e a una certa ‘resistenza culturale’ al cambiamento”.

La maturità gestionale di grandi imprese e Pmi

Se un quinto circa delle Pmi (21%) non riconosce ancora la necessità di ruoli dedicati alla pianificazione della supply chain, nelle grandi imprese, questa mancanza di riconoscimento è molto meno diffusa (9%), a indicare una maggiore maturità gestionale.
L’assenza di tali ruoli in alcune organizzazioni può indicare una bassa maturità organizzativa, o essere l’effetto di una resistenza al cambiamento.  

“Le grandi imprese hanno bisogno di una pianificazione formale della supply chain per gestire la loro maggiore complessità e ottimizzare costi e risorse – conferma Roberto Cigolini, Direttore dell’Osservatorio -. Nelle Pmi, invece, la gestione della supply chain risulta meno strutturata e dipende meno da ruoli formali. Pertanto, la priorità attribuita a questi ruoli può essere naturalmente diversa: per le grandi imprese è fondamentale per mantenere competitività ed efficienza, mentre per le Pmi potrebbe non essere una priorità immediata”.

Occorre ridisegnare e adattare continuamente i processi

“Oggi parlare di una supply chain digitale significa considerare non solo un percorso tecnologico, ma anche organizzativo, per inserire nelle imprese nuove competenze di ri-disegno e adattamento continuo dei processi in relazione alle capacità crescenti della tecnologia – aggiunge Alessandro Perego, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Per essere competitive in uno scenario incerto, oggi, alle imprese italiane non basta essere innovatori nel prodotto, nel design, nelle tecnologie o nella qualità, serve diventare dei ‘naviganti esperti’ nei flutti globali delle catene del valore, con i migliori strumenti digitali e le migliori competenze”.

Nel 2024 il Fashion online (+12,5%) vale 4 volte il Retail (3%)

Secondo l’undicesima edizione di Netcomm Focus Fashion & Lifestyle (“Leading customer experience: esperienze aumentate, personalizzate, live e omnicanale”) a livello mondiale il 31% dei ricavi del settore Fashion arriva dagli acquisti online, con le spese da mobile che pesano più della metà (63%) per abbigliamento, accessori e calzature.
In Italia le aziende stanno stanziando ingenti investimenti per migliorare l’esperienza di acquisto online, puntando in particolare sull’ampia scelta e l’acquisto facile, veloce ed efficiente.

Nella macrocategoria abbigliamento, calzature, gioielli e accessori, il primo driver di acquisto è infatti l’assortimento (38%), seguito da prezzo/spese di consegna (35,6%), politica dei resi (26,9%), semplicità, velocità ed efficienza dell’acquisto (27,7%), con la consegna tramite Home Delivery preferita dal 76,6% degli utenti.
Di fatto, nel 2024 il canale online della moda cresce del 12,5%, quattro volte l’offline (+3%).

Lusso: calano le vendite 

Nel primo semestre 2024 i ricavi dei brand di lusso evidenziano un calo delle vendite di oltre il 10% rispetto all’anno precedente.
I consumatori del lusso ‘beyond money’ nel settore Fashion, che superano la soglia di spesa di 50mila euro annui, sono raddoppiati tra il 2013 e il 2023, e con loro anche la percentuali di spending.

Il calo delle vendite è registrato invece tra gli acquirenti di lusso ‘aspirazionali’, che rimangono sotto la soglia di spesa di 5mila euro.
Di conseguenza, esiste uno sbilanciamento tra numero di acquirenti e ricavi del settore, dove lo 0,5% dei clienti determina il 25% dei ricavi, mentre il 96% ne determina il 63%.

Dal marketplace al Second Hand: l’innovazione dei canali

In Europa il 29% delle vendite Fashion online passa dai marketplace, e l’Italia, insieme al Belgio, registra il maggior numero di vendite tramite questo canale. Anche il Social Commerce si configura un asset rivoluzionario per il settore moda. Nel 2024 le vendite tramite social sono aumentate notevolmente, e TikTok nel Regno Unito detiene già l’1,4% del mercato fashion online.
Altro elemento cruciale nella fase di pianificazione strategica di sourcing, produzione e marketing, è la sostenibilità.

Oggi il contrasto tra modelli di business (Second Hand vs Fast Fashion) è sempre più evidente, con il Second Hand che prende piede ovunque e ha il suo apice di crescita e diffusione in Francia, dove registra il 18,1% delle vendite online (Italia, 8,6%).

L’AI supporta i digital retailer 

In Italia molte aziende del settore Fashion stanno progressivamente integrando le tecnologie AI. Ad esempio, nell’ambito della messa a punto di Intelligent Stores, modelli di business basati su decentramento, ottimizzazione e trasparenza.
I retailer italiani stanno già sfruttando l’AI per ottenere una visione approfondita di prestazioni e tendenze di consumo, ottimizzare le strategie pubblicitarie, gestire l’inventario e supportare l’interazione con i clienti.

Ma l’AI costituisce anche un elemento di supporto nella gestione della catena di approvvigionamento, e l’utilizzo di algoritmi può essere finalizzato alla personalizzazione delle campagne marketing.
Inoltre, l’impiego di realtà aumentata (AR) e realtà virtuale (VR) consente di rivoluzionare l’esperienza di shopping riducendo il tasso dei resi.