Un’estate in libertà con il Green Pass

Le zone gialle diventano bianche, i numeri del contagio continuano a ridursi e le vacanze si avvicinano. E, a migliorare ulteriormente le aspettative per i prossimi mesi, arriva ufficialmente il Green Pass italiano, lasciapassare – che in Europa si chiama EU Digital covid Certificate – e che piace a tutti. Infatti, in base a un recente sondaggio eseguito da Ipsos per il World Economic Forum in 28 Paesi emerge come il 78% degli intervistati a livello internazionale e il 79% degli italiani ritiene sia giusto richiedere un certificato sanitario che attesti l’avvenuta vaccinazione, la guarigione dall’infezione o l’esito negativo del tampone.

Dal 15 giugno in Italia e dall’1 luglio in Europa

In Europa il documento entrerà in vigore a partire dal 1° luglio 2021 e avrà la validità di un anno. Il nostro Paese si era già portato avanti introducendo nel decreto anti-Covid del 22 aprile 2021 il Green Pass italiano, necessario dal 15 giugno per potersi spostare tra regioni in fascia arancione o rossa e per partecipare a feste ed eventi. 

Green Pass, come averlo

Il Green Pass italiano viene rilasciato in formato cartaceo o digitale dalla struttura sanitaria o dall’ASL territoriale di competenza e sarà disponibile anche nel fascicolo sanitario elettronico. Il documento certifica l’avvenuta vaccinazione, la guarigione, l’esito negativo di un test molecolare o antigenico per la ricerca del Covid-19 eseguito nelle 48 ore antecedenti. Per chi ha già fatto il vaccino sarà la struttura che ha erogato il trattamento sanitario a rilasciare il certificato. Il Green Pass sarà rilasciato “anche contestualmente alla somministrazione della prima dose di vaccino, con validità dal quindicesimo giorno successivo alla somministrazione fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale”.
Nel caso di guarigione, invece, il certificato verrà rilasciato dalla struttura ospedaliera nelle quale si è stati ricoverati, dall’ASL o dai medici di medicina generale. A chi farà un tampone rapido verrà consegnato una certificazione, valida per 48h dal prelievo, dalle strutture sanitarie pubbliche, private autorizzate, accreditate, dalle farmacie o dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta.

Spostamenti in liberà

Il Green Pass italiano serve per spostarsi tra regioni che potrebbero rientrare in zona arancione o rossa, mentre non serve per gli spostamenti tra regioni bianche o gialle. Sarà necessario anche per partecipare a feste relative a cerimonie civili o religiose, come i matrimoni e battesimi. Il certificato verde sarà utile anche per visitare i parenti nelle case di riposo e probabilmente servirà anche per accedere a concerti, spettacoli e discoteche.

Aumenta il rischio di morte con più di 55 ore di lavoro a settimana

Lavorare 55 ore o più a settimana aumenta il rischio di morte. Rispetto a lavorare per 35-40 ore settimanali, lavorare per 55 ore settimana è associato infatti a un aumento del rischio di ictus e di cardiopatia ischemica. La pandemia poi ha peggiorato la situazione: uno studio del National Bureau of Economic Research condotto in 15 Paesi ha mostrato che durante i lockdown il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10%. Il telelavoro e lo smart working hanno infatti reso più difficile disconnettere i lavoratori dalle proprie mansioni. Ma la pandemia ha anche aumentato la precarietà del lavoro, che in tempi di crisi come quello che stiamo ancora vivendo tende a spingere coloro che hanno mantenuto la propria occupazione a lavorare di più.

La pandemia ha rafforzato la tendenza a lavorare per troppe ore

A quantificare il danno dell’eccesso di ore lavorate sull’organismo dei lavoratori è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), pubblicato di recente sulla rivista Environment International. Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. In pratica, lo studio punta il dito su come la pandemia da Covid-19 stia rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore.

Più rischio di ictus e di cardiopatia ischemica

Lo studio conclude che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento stimato del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto a programmi settimanali che prevedono 35-40 ore di lavoro settimanali. Solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone sono morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Inoltre, riporta Ansa, tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, cifra che si attesta al 19% per gli ictus.

Lo smart working elimina i confini tra casa e lavoro

La pandemia, sostengono gli autori dello studio, ha peggiorato la situazione. “Con la pandemia, il telelavoro è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro – ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms -. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare o chiudere le loro attività per risparmiare denaro e le persone che continuano a essere impiegate nelle aziende finiscono per lavorare più a lungo ore”.

I manager Nativi Covid tra intelligenza emotiva e team a distanza

Se l’emergenza sanitaria globale ha generato una serie di incertezze e grandi difficoltà non mancano le opportunità per i professionisti che sono disposti a cambiare lavoro, o cambiare ruolo, acquisendo responsabilità manageriali all’interno della stessa azienda. Si tratta di una nuova generazione di manager, che si potrebbe definire come Nativi Covid-19. “I manager ‘Nativi Covid-19’ si trovano a lavorare in uffici completamente smaterializzati, con persone che non hanno mai incontrato dal vivo – dichiara Francesca Contardi, managing director di EasyHunters, società di ricerca e selezione tramite Digital Operating Process – ed è per questo che, insieme alle competenze tecniche, diventa indispensabile saper leggere le emozioni proprie e altrui, saper anticipare i cambiamenti, sempre più repentini, ed essere estremamente flessibili”.

Saper comprendere le emozioni proprie e altrui

“La situazione che abbiamo vissuto nell’ultimo anno e che, purtroppo, viviamo ancora è certamente complicata – continua Contardi -, anche a livello professionale, e obbliga i manager a compiere un grande sforzo per risolvere tutti i problemi legati al remote working e alla gestione dei team a distanza”.

Ma quali sono le competenze dei manager Nativi Covid-19? Innanzitutto, l’intelligenza emotiva. I manager Nativi Covid-19 si sono trovati a gestire una situazione lavorativa nuova, in una nuova azienda o in un nuovo ruolo, in un momento estremamente complicato che nessuno aveva immaginato. Appare evidente, quindi, quanto sia importante comprendere le emozioni proprie e altrui per evitare che il clima diventi troppo pesante e che, a lungo andare, si compromettano il successo e lo sviluppo del business.

Saper gestire le persone a distanza

Un’altra competenza richiesta ai manager Nativi Covid è la capacità di gestire a distanza le risorse umane.  Saper gestire le persone a distanza, magari mai incontrate dal vivo, richiede un approccio completamente diverso per farsi conoscere e per conoscere i singoli componenti del team. Quando le informazioni viaggiano soltanto online è indispensabile che le comunicazioni siano puntuali, chiare e precise affinché tutti possano lavorare nella giusta direzione per raggiungere gli obiettivi.

Flessibilità e saper anticipare i cambiamenti

Muoversi in un contesto in continua evoluzione e ricco di incertezze come quello segnato dall’emergenza Covid-19 richiede necessariamente grande flessibilità per reagire in modo repentino ai cambiamenti. E i manager Nativi Covid-19 sono flessibili per definizione. Ma poiché il Coronavirus è ancora presente in tutto il mondo, spiega Adnkronos, i manager Nativi Covid-19 hanno dovuto fare i conti con questo scenario dal “giorno zero”. La capacità di anticipare gli eventi diventa cruciale, quindi, per creare una struttura capace di reagire alle avversità. Se informarsi e confrontarsi è sempre stato importante, ora è indispensabile.

L’Italia? Pronta alle vacanze. 2 su 3 faranno le valigie

Il pieno della stagione estiva si avvicina e gli italiani… pensano alle vacanze. Tanto che due su tre sono pronti a partire. Secondo i risultati emersi dalla prima analisi dell’EY Future Travel Behaviours, infatti, la volontà di viaggiare rimane forte tra gli italiani. Uno scenario quindi molto diverso, anche a livello psicologico, di quello vissuto nei mesi scorsi.

In viaggio come e più di prima

Anche se qualche piccolo segnale di ripresa si era già registrato nel periodo estivo dello scorso anno, segno della volontà degli italiani di tornare a viaggiare in presenza di un miglioramento della situazione sanitaria, è ora che la tendenza si rafforza. Il trend ha trovato conferma nei dati raccolti dall’Osservatorio EY Future Travel Behaviours che evidenziano come quasi 2 persone su 3 intenda viaggiare almeno quanto prima della pandemia e in alcuni casi (23%) aumentare il numero di viaggi. L’emergenza sanitaria ha lasciato un segno indelebile anche nel settore dei trasporti riducendo significativamente la domanda di mobilità. La maggior parte degli individui che oggi sceglie di mettersi in viaggio (o che dichiara di volerlo fare prossimamente) è consapevole del rischio di contagio da Covid-19 e di conseguenza cerca di prendere tutte le precauzioni necessarie per evitarne la propagazione. Questo si riflette trasversalmente in tutte le scelte che il viaggiatore compie, dalla pianificazione iniziale del viaggio all’arrivo a destinazione. La scelta legata al mezzo con cui viaggiare oggi diventa dunque fondamentale. Il 62% degli italiani che decidono di spostarsi, sia per motivi di lavoro sia di vacanza, ha particolarmente a cuore le possibili conseguenze del viaggio sulla propria salute e benessere. La maggior parte degli intervistati (59%) sperimenta uno stato di ansia nei confronti della propria salute, mentre solo il 9% del campione si dichiara “calmo” nei confronti di un possibile rischio sanitario.

Cosa vogliono i “nuovi” viaggiatori

Ovviamente, con tutti questi scrupoli legati ai viaggi o ai semplici trasferimenti le compagnie di trasporto non possono che prenderne atto e correre ai ripari. Secondo i dati dell’Osservatorio EY Future Behaviours, gli italiani, a fronte anche di un anno di grandi incertezze, chiedono innanzitutto la possibilità di ottenere rimborsi e bonus automatici in caso di ritardi o disservizi (67%). Inoltre, desiderano avere a disposizione tariffe flessibili, che garantiscano ad esempio la possibilità di usufruire di modifiche e cancellazioni gratuite (61%). Una novità rispetto al passato, divenuta oggi imprescindibile, è rappresentata dal 54% degli italiani che pretende l’adozione di misure adeguate a garantire il distanziamento ed evitare assembramenti e dal 46% che richiede la distribuzione di presidi personali per garantire la sicurezza sanitaria (es. mascherina, disinfettante mani).

L’aumento dei prezzi delle materie prime può “azzoppare” il Superbonus

Sugli interventi come il Superbonus 110%, pensati per aiutare il settore edilizio a superare la crisi, pende una sorta di spada di Damocle: la “fiammata” delle materie prime. Se il 57% delle imprese assicura che l’introduzione delle misure agevolative sta avendo un impatto positivo sulla propria attività l’aumento dei prezzi delle materie prime potrebbe ridurre la portata espansiva delle agevolazioni. Lo rileva un’indagine condotta dal Centro studi della CNA, dedicata a La ripresa del settore delle costruzioni tra agevolazioni e aumenti delle materie prime, a cui ha partecipato un campione rappresentativo di imprese artigiane, micro e piccole della filiera, che operano nei comparti della installazione di impianti, dell’edilizia, dei serramenti.

Il sostegno ha messo il turbo

Oltre a dare un impulso alla domanda nella filiera delle costruzioni, gli incentivi stanno avendo un effetto benefico anche sulla organizzazione delle imprese, mettendole nelle condizioni di accrescere competenze. In particolare, il 33,7% ha ampliato il ventaglio dell’offerta di lavori e servizi, adeguandola agli interventi sostenuti e il 27,8% ha assunto nuovo personale. Il comparto dei serramenti (65,9%), quello dell’installazione (56,3%), e l’edilizia (55,4%) quelli che più hanno beneficiato del Superbonus, con il 64,2% delle imprese con oltre dieci dipendenti e il 56% delle imprese fino a dieci addetti. Questo scenario però vede addensarsi all’orizzonte nuvole cupe che potrebbero stravolgerlo. Quasi quattro imprese su cinque (79%) segnalano aumenti nei prezzi dei materiali, delle materie prime e delle apparecchiature rispetto a un anno fa, prima che scoppiasse la pandemia.

In un anno i prezzi salgono anche del 50%

Nel settore delle costruzioni gli aumenti più importanti riguardano i metalli (+20,8%), con punte che superano il +50%, i materiali termoisolanti (+16%) con punte che oscillano tra il +25% e il +50%, i materiali per gli impianti (+14,6%), con crescite che vanno oltre il +25%, e il legno (+14,3%). Elevata anche la crescita per altri materiali, che oscilla tra il +9,4% di malte e collanti e il +11,3% dei laterizi. Meno marcati, ma comunque poco sotto il +10%, gli incrementi sofferti dall’impiantistica e dal settore dei serramenti, dove ha inciso maggiormente il rialzo dei prezzi di semilavorati in alluminio o altri metalli.

A rischio la drastica riduzione della marginalità delle imprese

Il 72% delle imprese addebita la fiammata dei prezzi, in parte o del tutto, ai comportamenti speculativi della catena di fornitura. Quale che sia la causa di questa impennata il rischio è la drastica riduzione della marginalità delle imprese, e di conseguenza, del loro eventuale rafforzamento dopo tanti anni di crisi. Già accusano una sensibile diminuzione dei profitti a causa dell’aumento dei costi di produzione il 51,5% delle imprese di installazione impianti, il 58,3% del settore edilizio e il 64,6% della serramentistica. Le altre imprese, per ora, cercano di attenuare i danni rinegoziando i prezzi applicati alla clientela o trovando nuovi fornitori. Ma quasi il 70% delle imprese teme una riduzione dell’effetto positivo delle agevolazioni, che per un’impresa su cinque, potrebbe assumere una dimensione significativa.

Nonostante il Covid nel 2020 è boom per le auto elettriche, +7,03%

Nonostante la crisi economica e sanitaria a novembre 2020 le vendite di auto ecologiche, sia di tipo full electric sia plug-in, si sono attestate a un +7,03% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un dato in controtendenza al mercato automobilistico italiano, che considerando tutte le alimentazioni disponibili ha segnato un -8,49% rispetto all’anno precedente. Le auto elettriche, dunque, all’interno del mercato rappresentano un segmento in piena crescita. Tanto che una fetta sempre più numerosa di italiani, se ne ha la possibilità, punta proprio sulle auto ecologiche. Questo per la loro tecnologia, per gli effetti positivi sull’ambiente e per i costi di manutenzione ordinaria, decisamente inferiori rispetto al motore termico.

Tra il 2019 e il 2020 vendite totali a +198,59%

A confermare il successo di queste auto sono i numeri: le vendite totali di auto ecologiche tra il 2019 e il 2020 sono state infatti rispettivamente 15.484 e 46.482, per una percentuale pari a +198,59%. Si tratta di numeri interessanti per le case automobilistiche, che sempre più di frequente puntano su modelli ecologici, e non solo di alta gamma, ma anche di fascia media e medio-bassa. Da utilizzare per spostarsi soprattutto in città, e da un pubblico che sta diventando sempre più ampio.

La classifica delle più vendute nell’anno del Coronavirus

Quali sono le auto elettriche più vendute in Italia nel 2020? Al primo posto si piazza la Renault Zoe, con 4.270 modelli venduti, seguita dalla piccola Smart ForTwo (3.293), e dalla Tesla Model 3, che con 2.501 modelli consegnati è terza sul podio. Fuori dal podio, appaiono la Volkswagen Up (2.473) e la Peugeot 208 (1.601). Ma chi compra queste auto? L’identikit dell’automobilista elettrico è quello di un italiano che vive principalmente nel Centro-Nord Italia, con il Nord-Ovest, Nord-Est e il Centro che segnano da soli 42.910 auto elettriche vendute nel 2020. U po’ peggio per il Sud e le Isole, con rispettivamente 2.069 e 1.249 auto elettriche vendute nel 2020.

Le auto di Segmento B spingono il comparto

Gli italiani sono sempre più sensibili all’ambiente, e se le condizioni sono favorevoli sono disposti a scegliere un’auto elettrica. Una grossa spinta al comparto l’ha data infatti la creazione di auto di Segmento B, che grazie gli incentivi statali riescono a essere acquistate anche da persone con redditi medio-bassi. E sarà proprio questo segmento di consumatori, riporta Adnkronos, a rendere l’auto elettrica ancora più popolare e diffusa, con notevoli benefici per tutti alla qualità dell’aria dei centri urbani.

Quale tipo di prato scegliere per il tuo giardino?

Esistono diversi tipi di erba a disposizione per il prato del tuo giardino, ed è fondamentale scegliere la varietà corretta se vogliamo che l’erba cresca in buone condizioni. I fattori che influenzano la scelta sono diversi e devono prevalere sul nostro gusto personale.

Non possiamo piantumare un seme qualsiasi e pensare che germoglierà senza problemi, ma dobbiamo conoscere le caratteristiche del terreno quando scegliamo la varietà da seminare.

Esistono diverse varietà di erba e ognuna di esse è specifica per un clima o per un uso specifico. Se vivi in ​​una zona dove fa caldo non dovresti piantare un prato che non tollera le alte temperature, se vuoi realizzare un campo sportivo dovresti piantare erba che tollera il calpestio e se pianti in una zona che riceve poco sole dovresti scegliere un’erba adatta alle zone ombreggiate.

Di seguito accenneremo di alcuni tipi di prato che puoi trovare in fase di progettazione giardini e delle loro caratteristiche.

I tipi di prato

Quando si semina un prato naturale ci sono due fattori molto importanti da tenere in considerazione:

  • Uso: decorativo, familiare, sportivo. Se vuoi un’erba ornamentale che non calpesterai molto, puoi scegliere un’erba a lame sottili, ma l’erba di un campo sportivo deve essere resistente per sostenere i continui passi.
  • Clima: ci sono semi che crescono bene in climi freschi e umidi, altri sono adatti a climi più caldi. Devi scegliere la varietà adatta al clima in cui vivi, perchè se sbagli è possibile che dopo aver fatto il lavoro di semina non otterrai alcun risultato.
  • Acqua: ci sono varietà di erba che hanno più bisogno di acqua rispetto altre. Nei luoghi in cui le precipitazioni sono scarse sarà consigliabile scegliere una varietà a basso consumo di acqua.
  • Ombra: ci sono piante erbacee che non tollerano luoghi poco soleggiati mentre altre possono crescere bene con poche ore di sole.

Ad ogni modo ricorda che se il processo di semina e manutenzione viene eseguito correttamente, il tuo giardino apparirà verde, denso, sano e resistente esattamente come lo desideri.

Il digitale è l’asse portante del Paese, ma al 5G solo lo 0,5% delle risorse

La digitalizzazione è l’asse strategico fondamentale per guidare l’azione di rilancio del Paese, ma pare che al 5G sia stato destinato appena lo 0,5% delle risorse complessive del Pnrr. Gli iniziali 11 miliardi destinati al digitale si sono ridotti a circa 6 miliardi a dicembre, e negli ultimi mesi sarebbero arrivati a 3,3 miliardi, di cui solo 2,2 per la banda ultralarga e il 5G. Quindi, probabilmente, al 5G è stato destinato solo 1 miliardo. Una cifra assolutamente insufficiente, che allarma gli operatori di Tlc: secondo i calcoli di Asstel per le infrastrutture digitali complessivamente servirebbero almeno 10 miliardi. Quanto agli altri Paesi europei, la Germania ha previsto un investimento di circa 6 miliardi per garantire entro il 2025 il massimo sviluppo del 5G, e la Spagna, a dicembre 2020, ha presentato un piano di oltre 4 miliardi.

La ripresa in Europa è digitale

Come emerge dall’indagine condotta da Kantar per il Vodafone Institute, i cittadini percepiscono una certa urgenza. Quasi tutti concordano che il Pnrr dovrebbe impattare in maniera più urgente il settore sanitario, creare opportunità per le piccole imprese colpite dalla crisi pandemica, creare nuovi posti di lavoro, o almeno salvare quelli esistenti. Ma tra gli aspetti importanti per la ripresa emerge proprio il digitale, in particolare, i servizi pubblici digitali (80%), le competenze digitali (78%), l’accesso a Internet a banda larga (77%), la digitalizzazione della PA (75%), le skill (74%) e la connettività (73%).

L’Rrf è efficace, ma un italiano su tre è dubbioso sui fondi

Dalla ricerca emerge che la conoscenza sul tema digitale è ampia, tanto che l’80% degli europei ne è a conoscenza, e tra gli italiani il livello si alza al 90%. Il 70% degli intervistati poi pensa che il Recovery and Resilience Facility (RRF) dell’Unione europea sia un modo efficace per aiutare i Paesi a gestire la ripresa. Anche se riguardo allo stanziamento di 672,5 miliardi, di cui 209 assegnati all’Italia, l’opinione pubblica rimane scettica. E un italiano su tre esprime dubbi sul fatto che tutto il denaro raggiungerà le aree promesse.

I cittadini attribuiscono valore alla connettività

“Il sondaggio Digitising Europe Pulse sottolinea che i cittadini guardano ai loro governi nazionali per risolvere la grave crisi sanitaria ed economica e dimostra il valore che attribuiscono alla connettività”, commenta Inger Paus, direttore del Vodafone Institute.

“Siamo pronti a collaborare con la Commissione Europea e i governi locali per costruire una società digitale veramente inclusiva e sostenibile per tutti gli europei”, aggiunge Joakim Reiter, direttore External Affairs del Gruppo Vodafone, e presidente del Vodafone Institute.

È quindi arrivato il momento di accelerare, ma se come emerge dai bilanci dell’intero settore Tlc le imprese non hanno i margini per stravolgere i piani di investimento, è indispensabile l’aiuto delle risorse pubbliche, riporta Ansa.

Futuro, 7 italiani su 10 sono pessimisti

Sette italiani su 10 dichiarano che il futuro non sarà migliore del presente, ma che anzi c’è bisogno di stabilità, sicurezza, giustizia sociale. Questi, in estrema sintesi, sono i principali elementi emersi da un sondaggio Ipsos condotto nell’ambito dell’Osservatorio Legacoop  con l’obiettivo di osservare l’evolvere degli andamenti e delle percezioni dell’opinione pubblica italiana su alcuni fenomeni economici e sociali di interesse per la cooperazione. Insomma, i nostri connazionali sono pessimisti di fronte al 2021, e pensano che il futuro non sarà in grado di segnare un miglioramento della situazione attuale.

Voglia di serenità, anche se si vede grigio

La visione che gli italiani hanno del prossimo futuro è grigia: il 73% degli intervistati ha risposto in modo negativo sulle prospettive del 2021 (il 55% prevedendolo poco migliore del presente, il 18% per niente); positiva, invece, la risposta del restante 27% degli intervistati (con il 25% che prospetta un futuro abbastanza migliore del presente ed appena un 2% che lo attende molto migliore). E se il domani fa paura, assumono importanza centrale valori che rispondano al bisogno di costruirne uno di segno diverso. Al primo posto figura la stabilità (espressa dal 44% degli intervistati), seguita dalla sicurezza (38%), dalla giustizia sociale (32%), dalla serenità (31%) e dall’uguaglianza (26%). 

Quali sono i nemici?

L’indagine ha anche esplorato quali siano i “nemici” secondo l’opinione pubblica italiana, quelli che andrebbero combattuti e possibilmente vinti nell’immediato futuro. In base alla ricerca, i nostri connazionali hanno espresso giudizi molto interessanti. Ad esempio, nella lista degli aspetti sociali ed economici che mettono in pericolo il nostro domani, ci sono la corruzione (indicata dal 61% degli intervistati), le tasse (49%), il dilettantismo politico (46%), le ricchezze concentrate in poche mani (45%), la burocrazia (43%). A chiudere la classifica sono la flessibilità lavorativa (8%) e il centralismo (5%).

Il clima del paese peggiora

“Queste analisi ci confermano che, settimana dopo settimana, sta peggiorando il clima del Paese e gli italiani sentono venire meno il coraggio e la voglia di reagire costruttivamente a questa situazione” commenta il presidente di Legacoop Mauro Lusetti. “In parte è ragionevole che sia così, perché questa pandemia si protrae ovunque e francamente non se ne vede un’uscita a breve. Però è compito di tutti che alle difficoltà del momento non si sommino sfiducia e preoccupazioni che potrebbero essere attutite o diminuite affrontando correttamente i problemi. La priorità e la preoccupazione di tutti deve essere quella di dare fiducia al Paese”.

L’esportazione agroalimentare Made in Italy regge alla crisi da Covid-19

L’export agroalimentare Made in Italy regge alla crisi generata dal Covid-19, nonostante con la pandemia si sia verificato un vero e proprio crollo delle esportazioni. A fronte dell’andamento positivo registrato nel primo trimestre dell’anno, i successivi tre mesi, caratterizzati dall’impatto del Covid e dal lockdown, hanno visto un calo in valore delle esportazioni (-3,6%), e soprattutto, delle importazioni (-12,1%), rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La contrazione dei flussi agroalimentari si è concentrata nei mesi di aprile e in particolare di maggio, seguiti, però, da una diffusa ripresa degli scambi a giugno.

Le categorie più colpite dalla contrazione dell’import e dell’export

È quanto emerge dal focus realizzato dal Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, sull’andamento dell’export italiano nel 2019 e nei primi sei mesi del 2020, secondo il quale tra le categorie più colpite dalla contrazione dell’import nel settore primario figurano gli ortaggi, il caffè greggio e i prodotti della silvicoltura e della pesca, mentre nei trasformati, le carni, sia fresche sia preparate, e i prodotti ittici. Per quanto riguarda i comparti dell’export, a risentirne maggiormente sono stati nel settore primario i prodotti del florovivaismo, mentre tra i trasformati le carni, il caffè torrefatto, i prodotti dolciari e il vino.

Ue e Asia le aree più colpite nel secondo trimestre

Tuttavia, secondo il focus del Crea, tale andamento è stato in parte compensato dalla crescita dell’export di altri importanti prodotti del Made in Italy, come la pasta, le conserve di pomodoro e l’olio di oliva, riporta Askanews. Tra le principali aree partner dell’Italia, Ue e Asia sono risultate le più colpite nel secondo trimestre, sia dal lato delle importazioni sia da quello delle esportazioni agroalimentari del nostro Paese. Tuttavia, per la Ue il netto incremento dell’export nel primo trimestre ha compensato il calo nel secondo, determinando un andamento semestrale positivo.

Nel primo semestre 2020 scambi complessivi di merci ridotti di circa il 16%

I flussi dal mercato sudamericano sono rimasti sostanzialmente stabili, mentre sono cresciute le importazioni dal Nord America. Quest’ultimo si conferma il principale mercato di destinazione extra Ue per l’agroalimentare italiano, con un andamento semestrale complessivamente positivo, nonostante il leggero calo del secondo trimestre. Nel primo semestre 2020, il calo tendenziale del valore delle importazioni agroalimentari dell’Italia è stato del 4,6% mentre l’export è cresciuto di oltre il 2%. Nello stesso periodo, gli scambi complessivi di merci dell’Italia si sono ridotti del 16% circa. Il settore agroalimentare ha mostrato, quindi, una maggiore tenuta degli scambi internazionali rispetto ad altri settori, più colpiti dalle restrizioni e dalla conseguente crisi economica.